09 GIUGNO 2017
Geopolitical Weekly n. 263
DI Francesco Guastamacchia e Roberta Santagati

Australia

Il 5 giugno un cittadino australiano di origine somale ha preso in ostaggio una donna e ha ucciso un uomo a Melbourne, per poi essere neutralizzato dalle Forze dell’ordine in uno scontro a fuoco, durante il quale 3 poliziotti sono rimasti feriti. L’attacco è stato rivendicato dallo Stato Islamico (ISIS) attraverso un comunicato dell’affiliata agenzia di stampa Amaq, secondo cui l’attentatore avrebbe seguito l’esplicito invito a colpire gli Stati che stanno conducendo operazioni militari in Iraq e Siria all’interno della coalizione Operation Inherent Resolve. L’Australia contribuisce alla lotta contro Daesh con l’invio sia di truppe terrestri per la formazione dei membri dell’esercito iracheno, che di forze speciali per l’assistenza delle forze irachene anti-terrorismo, nonché intervenendo con incursioni aeree in Iraq e in Siria. L’attacco, tuttavia, non sembra essere una manifestazione di forza da parte di un gruppo strutturato affiliato a Daesh in risposta alla strategia militare dell’Australia. Piuttosto, le modalità di esecuzione dell’attentato sembrerebbero da ricondurre ad un singolo gesto terroristico. Un più alto livello di organizzazione era invece alla base dell’attentato terroristico previso per Natale e sventato lo scorso dicembre, che ha condotto all’arresto di 7 persone, di cui 6 cittadini australiani.La minaccia alla sicurezza del Paese, data dalla presenza di islamisti radicalizzati che simpatizzano per l’ISIS, ha indotto il Governo ad investire nel consolidamento del sistema anti-terrorismo negli ultimi anni (solo nel 2014 sono stati spesi 630 milioni di dollari). Il piano opera sia in funzione preventiva attraverso programmi di de-radicalizzazione sia in funzione repressiva attraverso il rafforzamento delle misure di sicurezza e degli strumenti dell’intelligence. Inoltre, la sicurezza interna è minacciata anche dalla possibilità del ritorno di circa un centinaio di foreign fighters. Questi combattenti, infatti, forti dell’esperienza fatta al fronte siriano, potrebbero aver acquisito competenze tecniche e metodologiche volte a rafforzarne la capacità opeativa.
 
Iran
Il 7 giugno, 6 uomini armati hanno condotto attacchi coordinati in luoghi simbolo della capitale. Due attentatori suicidi si sono fatti esplodere nei pressi del Mausoleo dell’Ayatollah Khomeini, padre della Rivoluzione islamica. Un assalto armato è stato simultaneamente condotto presso il Parlamento, dove le forze di sicurezza sono intervenute per terminare l’assedio dei terroristi nell’edificio. Negli attacchi almeno 13 persone sono morte e 52 sono rimaste ferite. La tempistica dell’attacco rientra nella strategia di ISIS di colpire durante il Ramadan. È il primo attentato in Iran rivendicato dal gruppo di al-Baghdadi. Da fine marzo, i video di propaganda di IS avevano lanciato messaggi in farsi appellandosi alla minoranza sunnita del Paese per insorgere contro il dominio sciita. Ciò fa pensare che il messaggio del Califatto abbia trovato ambienti sensibili all’interno della Repubblica Islamica. In effetti, IS potrebbe aver reclutato combattenti nelle province occidentali di Khermanshah e Khuzestan e nel Sistan-Balochistan, a sudest, enclave dei gruppi di insorgenza espressione rispettivamente della minoranza curde, araba e baloci opposte al regime di Teheran. I gruppi nazionalisti anti-sciiti sono presenti nel Paese sin dalla Rivoluzione islamica del 1979 guidata da Khomeini. Giunto in un momento di particolare tensione all’interno della regione, l’episodio potrebbe deteriorare le relazioni tra Iran e Arabia Saudita, già ai minimi storici. Le forti accuse lanciate da ambienti interni alle Guardie della Rivoluzione e all’establishment tradizionalista nelle ore successive all’attacco, infatti, lasciano presuppore come l’ attentato possa diventare strumento di ulteriore polarizzazione nella dialettica antagonista tra i due grandi rivali del Golfo.
 
Regno Unito
Il 3 giugno, 3 miliziani jihadisti hanno compiuto un attacco nel centro di Londra. I terroristi, a bordo di un furgone, hanno investito i pedoni sul London Bridge e hanno poi proseguito la loro azione a piedi, accoltellando quanti erano nella zona di Borough Market, prima di essere uccisi dalla Polizia. ll’attacco 7 persone sono morte e 50 sono rimaste ferite. L’attentato è stato rivendicato dallo Stato Islamico (IS o Daesh). L’attacco nella capitale è il terzo atto di terrorismo occorso in territorio britannico nel 2017. Infatti, a marzo scorso, un attentatore ha investito alcuni pedoni sul Westminster Bridge, mentre due settimane fa un attentato suicida a margine del concerto di Ariana Grande ha causato la morte di 23 persone a Manchester. I responsabili dell’attacco di Londra vivevano a Barking, quartiere periferico a est della capitale, a testimonianza dell’ormai consolidata diffusione del radicalismo islamico e delle reti estremiste nelle aree meno sviluppate delle metropoli europee. Secondo i dati degli apparati di sicurezza e intelligence britannici, I soggetti a rischio radicalizzazione nel Regno Unito sono 23.000. Il dato è indicativo dell’estensione e del consolidamento della rete jihadista autoctona, rinvigorita dall’expertise acquisita dai foreign fighters di rientro dal conflitto siriano.

Qatar
Il 5 giugno l’Arabia Saudita, insieme ad altri Paesi tra cui il Bahrein, gli Emirati Arabi Uniti, l’Egitto e la Giordania, ha annunciato l’interruzione delle relazioni diplomatiche con il Qatar con pesanti misure quali il ritiro del personale diplomatico, l’espulsione dei cittadini qatarini dal Regno e la chiusura dello spazio aereo e marittimo. I Paesi in questione accusano il Qatar di minacciare la loro stabilità interna attraverso il finanziamento del terrorismo internazionale: oltre allo Stato Islamico viene citata anche la Fratellanza Musulmana. Proprio nel tradizionale supporto garantito da Doha agli Ikhwan va rinvenuta la motivazione di fondo della crisi. Infatti, nel contesto del Golfo, da tempo tale scelta pone il Qatar in diretta contrapposizione rispetto alla linea dettata da Riyadh. Tale contrapposizione si è acuita a partire dal 2011 con l’emergere delle crisi in Siria, Egitto e Libia, teatri in cui Doha e Riyadh si sono trovati in competizione appoggiando anche fazioni rivali. Inoltre, mentre da un lato l’ascesa al trono dell’Emiro Tamim bin Hamad al-Thani nel 2013 ha condotto il Qatar verso un atteggiamento ancora più attivo e autonomo rispetto al passato, dall’altro lato nell’ultimo anno e mezzo si è andata consolidando un’alleanza tra l’emergente Mohamed bin Salman, vero uomo forte dei sauditi, e il principe ereditario emiratino Mohamed bin Zayed, fautori di un rinnovato dinamismo nella regione e capaci, nell’ultimo periodo, di costruire uno stretto rapporto con la nuova Amministrazione USA. La tempistica della crisi diplomatica potrebbe dunque essere dettata, in primo luogo, dall’elezione di Trump, percepita come l’apertura di una finestra di possibilità dai sauditi, e in secondo luogo da un avallo del Presidente stesso durante la recente visita a Riyadh. Va sottolineato che un simile livello di chiusura da parte dei Paesi del Golfo non era mai stato raggiunto prima, nemmeno con l’ultima crisi del 2014, quando erano stati interrotti i rapporti diplomatici per alcuni mesi, ma non erano stati deliberati blocchi terresti o navali. Lo scopo di tale azione, volta a recuperare influenza sul Qatar, potrebbe essere un cambio di regime a Doha con l’appoggio a un esponente della famiglia al-Thani più incline al dialogo. Non è possibile escludere che gli sviluppi della crisi in corso conducano a ulteriori escalation in teatri di forte attrito fra Doha e Riyadh, quale ad esempio la Libia.