08 MAGGIO 2012
Lo Stretto di Hormuz e le capacità di “guerra asimmetrica” dell’Iran
DI Francesco Valdiserri

Nel contesto delle crescenti tensioni tra comunità internazionale ed Iran, il Regime degli Ayatollah, in più di un’occasione, ha minacciato di chiudere lo Stretto di Hormuz, dal quale transitano circa 17 milioni di barili al giorno (dati 2011), pari, rispettivamente, al 35% ed al 20% del petrolio commerciato via mare e a livello mondiale.

La minaccia iraniana è la risposta alle sanzioni approvate dall’Occidente per colpire le esportazioni petrolifere di Teheran, sebbene la chiusura dello Stretto rappresenti un’ipotesi già formulata in passato.

Di fronte agli ammonimenti dei vertici iraniani, la V Flotta USA, di stanza in Bahrain, ha affermato di non tollerare alcun blocco di Hormuz. Ad oggi, alle provocazioni dell’Iran non hanno fatto seguito azioni militari concrete, ma, qualora lo Stretto fosse interdetto, la sua chiusura avrebbe pesanti e decisive ripercussioni sia a livello regionale che globale. Da un lato infatti il blocco dello Stretto sarebbe catastrofico per l’economia dell’Iran, quarto Paese produttore di petrolio a livello mondiale (circa 4 milioni di barili al giorno), che dipende per l’80% dalle esportazioni di greggio e derivati (secondo i dati della U.S. Energy Information Administration, nel 2010, i ricavi petroliferi hanno ammontato a 73miliardi di dollari).

Dall’altra parte, l’interdizione di Hormuz avrebbe un impatto negativo anche sui mercati occidentali, a causa dell’impennata del prezzo del petrolio che potrebbe provocare e, secondo alcune stime, il prezzo del greggio potrebbe oltrepassare i 200 dollari il barile. Anche Paesi come India, Cina, Giappone, Corea del Sud e Russia (Gazprom e Lukoil sono impegnate nello sviluppo di giacimenti petroliferi in Iraq) dipendono fortemente dal flusso di petrolio che percorre lo Stretto, dal momento che l’85% del greggio che vi transita è loro destinato.

La chiusura di Hormuz da parte delle Forze Armate iraniane pone l’interrogativo sulle reali capacità e volontà di Teheran di portare a termine tale azione, tenuto conto del potenziale dell’apparato militare iraniano e delle implicazioni a livello regionale e globale che il blocco potrebbe avere.

Al di là delle dichiarazioni dell’Ammiraglio Habibollah Sayyari, Comandante della Marina iraniana, secondo il quale Teheran riuscirebbe ad assumere il controllo totale dello Stretto con la massima facilità, l’opinione diffusa all’interno dell’establishment militare americano indica uno scenario differente, come confermato nel marzo 2011 dal Generale Ronald Burgess, Direttore della DIA (Defense Intelligence Agency). Nella fattispecie, un’eventuale chiusura dello Stretto da parte di Teheran appare fattibile a livello operativo, mentre a livello strategico non costituisce un’opzione percorribile dall’Iran senza subire le conseguenze negative che il blocco comporterebbe. Teheran, da un lato, sarebbe in grado di provocare o una breve chiusura di Hormuz, oppure un alto livello di instabilità nella zona, con conseguente interruzione temporanea del flusso del petrolio.

Le stime più ottimistiche sui tempi necessari alla riapertura dello Stretto valutano che questo possa essere riaperto nell’arco di alcuni giorni, mentre quelle più pessimistiche riportano da cinque settimane fino a tre mesi di tempo per ristabilire il flusso del commercio marittimo. Dall’altro lato, tuttavia, qualora Teheran tenti di precludere Hormuz al passaggio delle petroliere, l’apparato militare americano ed alleato prevarrebbe senza dubbio su quello iraniano in tempi rapidi. Inoltre, la reazione militare al blocco dello Stretto potrebbe spingersi ben al di là della neutralizzazione delle forze dispiegate ad Hormuz e mirare anche alle installazioni nucleari e militari sparse sul territorio iraniano. In questo contesto, la consapevolezza iraniana della propria inferiorità militare in ambito di conflitto simmetrico ha, sino ad oggi, spinto la leadership di Teheran a seguire una “no first strike doctrine” e a puntare invece su una strategia di innalzamento delle tensioni nell’area.

In tema di reali possibilità di blocco temporaneo di Hormuz, negli ultimi anni, l’Iran ha sviluppato e potenziato un apparato militare in possesso di significative capacità anti-access/area denial (A2/AD), di centrale importanza in tema di “guerra asimmetrica”. In particolare, i Pasdaran, o Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC – Iranian Revolutionary Guard Corps), sono le forze toccate più da vicino da tale evoluzione, soprattutto per quanto concerne la sua componente navale (IRGCN – Islamic Revolutionary Guard Corps Navy).

Teheran, consapevole del fatto che le sue Forze Armate regolari non potrebbero condurre un conflitto di tipo simmetrico, ha focalizzato i suoi sforzi nella creazione di forze militari e paramilitari che possano essere efficacemente operative in uno scenario di crisi che richieda l’inibizione del Golfo Persico e di Hormuz e che possano costituire una reale minaccia agli Stati della regione ed al commercio marittimo. In questo ambito, un ulteriore fattore a vantaggio dell’Iran è rappresentato dalla peculiare geografia del Golfo Persico e dello stesso Stretto di Hormuz, quest’ultimo largo solamente 21 miglia marine nel punto più stretto, nel quale passano due corridoi larghi ciascuno un miglio, che ricadono nelle acque territoriali di Iran ed Oman, separati da una zona cuscinetto di due miglia.

Le capacità di guerra asimmetrica iraniane si basano su una serie di tattiche combinate che hanno l’obiettivo di interdire Hormuz, da una parte, attraverso attacchi mirati alle petroliere che transitano nello Stretto, ai vari oleodotti ed infrastrutture petrolifere nella regione, e, dall’altra, attraverso operazioni di posa di mine e di sabotaggio alle forze ed infrastrutture navali nemiche. Inoltre, Teheran può fare tesoro della “guerra delle petroliere” (1987-1988, nell’ambito del conflitto con l’Iraq dal 1980 al 1988), che vide l’Iran mettere in pratica con successo operazioni “hit-and-run” nello Stretto di Hormuz, attraverso attacchi portati da gruppi di piccole imbarcazioni veloci. Sebbene l’affondamento, in tale circostanza, di circa 500 natanti, grazie anche all’uso di mine, non possa essere paragonabile ad un eventuale confronto con la US Navy, dimostra tuttavia come le Forze Armate iraniane abbiano assimilato efficienti tattiche di guerriglia.

Nella fattispecie, queste capacità di guerra asimmetrica si basano sull’utilizzo combinato di: FACs (Fast Attack Crafts – imbarcazioni superveloci); imbarcazioni più piccole per attacchi rapidi soprattutto nei confronti di natanti civili, equipaggiate con sistemi MLRS (Multiple Launch Rocket System – missili o torpedo), mitragliatrici, specializzate nella posa di mine navali e di sbarramento ed in grado di trasportare MANPADS (Man-portable air-defense systems); un sistema “Coastal Defense Missile” integrato da batterie mobili di ASCMs (Anti-Ship Cruise Missiles) dislocate da Hormuz sino al Kuwait, nelle isole e nelle piattaforme petrolifere; sottomarini e sommergibili “midget”.

A livello di forze navali, i Pasadaran vantano indubbiamente l’apparato più tecnologicamente avanzato, con circa 20mila uomini in grado di operare almeno 100 missili anti-nave HY-3 CSS-C-3 Seersucker di fabbricazione cinese.

Lo scorso 24 dicembre, l’Iran ha tenuto nel Golfo Persico e nel Mare di Oman un’esercitazione navale denominata “Velayat 90” (Supremazia), durata 10 giorni e composta di quattro fasi operative, che hanno coperto un’area di circa 2mila chilometri, dalla quale sono emerse importanti indicazioni. L’esercitazione ha infatti visto l’utilizzo di sistemi di esclusione marittima, nel dettaglio posa di mine ed utilizzo di ASCMs e FACs. In particolare, le FACs rappresentano uno dei punti di forza delle capacità di guerra asimmetrica iraniane. La Marina iraniana può infatti contare su 3 fregate classe “Alvand” (conosciute anche come classe “Saam” o “Mark 5 Vosper”) e 2 fregate classe “Moudge”, tutte in grado di trasportare missili anti-nave a guida radar “Noor” (o “Tondar”) (variante iraniana del cinese C-802, gittata variabile, dai 30 ai 170 chilometri). Inoltre, sono operative 2 datate corvette classe “Bayandor” e soprattutto circa 14 motocannoniere missilistiche di fabbricazione francese classe “Kaman/Sina”, armate da due a quattro missili “Noor” e di dimensioni minori rispetto ad una corvetta, fattore che ne determina una migliore manovrabilità, considerata anche l’elevata velocità di navigazione (massimo 37,5 nodi). Inoltre, la IRGCN vanta 10 classe “Houdong” di fabbricazione cinese, armate con quattro “Noor”. Nell’ambito delle capacità asimmetriche delle IRGC, svolge inoltre un ruolo centrale un’ampia flottiglia di imbarcazioni veloci di dimensioni ancora più ridotte adibite al pattugliamento costiero e ad operazioni di sabotaggio.

L’alta mobilità delle FACs permette alle imbarcazioni di trovare velocemente riparo in più di 70 porti localizzati su 1.300 miglia di costa, dove possono contare sulla copertura garantita da batterie di missili antinave e di sistemi di difesa aerea (CDCMs – Coastal Defense Cruise Missiles). Nel corso dell’esercitazione, l’Iran ha inoltre testato con successo il missile terra-mare “Qader”, una versione aggiornata del “Noor”, che raggiunge i 200 km di gittata. In tema di interdizione di Hormuz, il Noor ed il Qader rappresentano i principali CDCMs, grazie alla loro gittata, che copre, oltre allo Stretto, anche il Golfo Persico ed il Golfo d’Oman.

Tra le capacità A2/AA iraniane, ricopre un ruolo fondamentale anche l’apparato di missili balistici a corto e medio raggio che rappresentano una minaccia concreta alle forze militari avversarie. Nel dettaglio, con riferimento agli SRBMs (Short-Range Ballistic Missiles), Teheran dovrebbe essere in possesso di circa 200 M-7 (CSS-8), acquistati dalla Cina nel 1989, ridenominati Tondar 69 (circa 130 chilometri di gittata, da non confondere con i “Tondar” versione iraniana del C-802), di Zelzal -1/2/3 (125-400 km), di Fateh-110A (210 km) e di Shahab-1, -2 (300-500 km). Tra gli IRBMs (Intermediate-Range Ballistic Missiles), l’Iran può contare sui Ghadr-110 (1.800-2.000 km), mentre, tra gli MRBMs (Medium-Range Ballistic Missiles), sugli Shahab-3 (varianti 3-A, 1.400 km e 3-C/-3D, circa 2.000 km) e sui Sejjil-1/2 (2.000-2.500 km).

A livello di sistemi di esclusione marittima, per quanto concerne la categoria “mine warfare”, Teheran ha effettuato nel corso degli anni ingenti investimenti nel potenziamento di tale settore e si stima che attualmente vanti un arsenale di circa 2-3mila mine, tra cui le sofisticate MDM-6 di fabbricazione russa e le EM-52 cinesi. Tuttavia, le forti correnti dello Stretto di Hormuz potrebbero ostacolare le operazioni di posa delle mine ed occorre precisare come l’area in questione sia attentamente e costantemente monitorata dalle forze americane ed alleate nella regione, fattore che di fatto obbligherebbe Teheran a tempi estremamente ristretti per una posa degli ordigni.

Con riferimento alle capacità di “guerra sottomarina”, l’Iran ha sviluppato tattiche mirate a contrastare la libertà operativa di manovra a forze navali avversarie e a natanti civili sia nel Golfo Persico che nel Mare di Oman. Nel dettaglio, la Marina iraniana opera tre moderni sottomarini 877EKM classe “SSK Kilo”, di fabbricazione russa e di base a Bandar Abbas. I Kilo possono trasportare 6 siluri da 530 mm, 24 mine e, potenzialmente, ASCM. Tuttavia, esistono delle difficoltà rilevanti legate all’utilizzo di tali sommergibili, rappresentate dagli angusti spazi di manovra nello Stretto di Hormuz e dalla bassa profondità delle acque, che potrebbero fare dei Kilo un facile target delle forze nemiche. Per ovviare a tale problematica, l’Iran si è dotato di una significativa flotta di piccoli sottomarini “midget”, tra cui 19 IS-120 classe “Ghadir” ed 1 classe “Nahang-1” (“Whale”), più indicati per posare mine o per operazioni speciali, 4 classe “Yugo” di fabbricazione nordcoreana ed un numero imprecisato di Qadr-SS-3. Infine, di recente introduzione e di più avanzata tecnologia, il sommergibile classe “Fateh”, capace di trasportare sino a 12 torpedo o 24 mine per operazioni anti-sommergibile o anti-nave.

La consapevolezza iraniana della netta disparità delle forze in campo è un fattore che, come visto in precedenza, ha sinora spinto Teheran a limitarsi a mere provocazioni nello Stretto di Hormuz. L’avvio di un confronto armato diretto avrebbe costi troppo alti per l’Iran, soprattutto a livello economico, data la sua dipendenza dalle esportazioni petrolifere. In questo ambito, Teheran potrebbe tentare la chiusura dello Stretto attraverso una strategia che unisca le sue capacità A2/AA ad eventuali tattiche di guerriglia da parte di proxy sciiti nella regione (in particolare in Bahrein ed Arabia Saudita). Nonostante le difficoltà operative per armare tali gruppi sparsi a ridosso del Golfo Persico con G-RAMM (Guided Rockets, Artillery, Mortars and Missiles), la loro presenza potrebbe rappresentare una spina nel fianco nei confronti delle Forze Armate americane ed alleate, sebbene non sia un dato certo la volontà di tali proxy di sostenere l’Iran in un potenziale conflitto caratterizzato da una evidente disparità delle forze in campo. Inoltre, Hormuz è considerato uno Stretto internazionale dove è garantito il libero passaggio, e, a livello di diritto internazionale, una sua chiusura verrebbe valutata come un atto di guerra.

In questo ambito, sia Cina che Russia, entrambi alleati dell’Iran ma fortemente dipendenti dal petrolio che transita da Hormuz, potrebbero optare per non sostenere Teheran in caso di chiusura dello Stretto, in ottica di tutelare i propri interessi economici.