09 LUGLIO 2014
Un conflitto che viene da lontano

«Quello in Sud Sudan è certamente un conflitto che viene da lontano. Quando, dopo due guerre civili e 2 milioni di morti, nel 2011 il 99% degli elettori scelse di staccarsi dal Sudan, nel Paese persistevano tensioni etniche e territoriali che derivavano dal colonialismo britannico. Tuttavia, le èlite sudanesi hanno le loro responsabilità. Dagli Anni 60 il Paese non conosce sviluppo, solo contrasti e corruzione. Non è così per tutta l’Africa, il Ghana, ad esempio, è un modello di eccellenza».

Marco di Liddo, responsabile Africa presso il Centro Studi Internazionali di Roma (Ce.S.I) prende le distanze da quelli che vorrebbero spiegare l’instabilità di Juba come l’ennesimo effetto collaterale dei giochi tra grandi potenze.  

 

Che ruolo ha la comunità internazionale?  

«Quella tra dinka e nuer è una guerra interna, non c’è sostegno verso una fazione o l’altra da parte degli altri Paesi. Gli attori internazionali più coinvolti sono Usa e Cina. I primi hanno interesse a mantenere la stabilità nel Paese in funzione anti-Khartoum, con il quale Washington ha un conto in sospeso (qui trovò rifugio Osama bin Laden e da qui vengono reclutati molti dei combattenti shabaab), perché temono che Juba possa trasformarsi in un nuovo incubatore di terroristi. Pechino invece guarda solo al petrolio, poco importa se deve fare affari con i dinka o con i nuer».

E l’Onu?  

«Sul territorio opera dal 2011 la UNMISS, una missione umanitaria e di peacekeeping. La missione (che conta 13.000 uomini), a differenza che in Congo, dove i soldati hanno un mandato più estensivo, qui fornisce solo sostegno umanitario e ha funzioni di forza di interposizione»

Chi finanzia i ribelli nuer?  

«Probabilmente parte del denaro arriva dagli Stati della regione che hanno interesse a mantenere l’instabilità (Khartoum in primis), ma non ci sono prove. Di sicuro invece le milizie si finanziano attraverso razzie, traffici illegali di armi, avorio, carburante o furti di animali».  

Quali sono le forze armate in campo?  

«Non credo che si possa parlare di forze armate, persino l’esercito è alla buona. Piuttosto ci sono soldati che rispondono a un comandante dello stesso gruppo etnico. L’appartenenza etnica prevale su tutto. Da quando è esploso il conflitto, nel 2013, i nuer hanno ricostituito le vecchie milizie paramilitari, come il “nuer white army”, l’esercito bianco».

 

http://www.lastampa.it/2014/07/09/esteri/un-conflitto-che-viene-da-lontano-xolk2BuviqsY8zZBuI5nBI/pagina.html