18 LUGLIO 2018
Pakistan, elezioni: lontano dagli USA e nelle grinfie dell’esercito
L'Indro

Un Pakistan sempre più instabile si avvicina alle elezioni del prossimo 25 luglio. Intervista a Francesca Manenti, analista Ce.SI, e Francesca Marino, giornalista e direttrice di Stringer Asia

Si fa sempre più teso il clima politico in Pakistan in vista delle elezioni del prossimo 25 luglio. Lo scorso venerdì la provincia pakistana del Baluchistan, nel sud-ovest del Paese, è stata colpita da un attentato terroristico dove sarebbero morte almeno 149 persone. É il secondo attacco più sanguinoso nella storia del Pakistan dopo quello del 2007 all’auto dell’ex Primo Ministro Benazir Bhutto in cui persero la vita in 139, e quello del 2014 in cui un gruppo di militanti pakistani-talebani aveva assaltato una scuola gestita dall’esercito nel Peshawar, uccidendo più di 150 persone, molte delle quali bambini.

Il kamikaze suicida ha preso di mira un comizio elettorale del partito Belucistan Awami (BAP), uccidendo tra gli altri anche Siraj Raisani, candidato all’assemblea regionale per il BAP. “L’attentato è stato rivendicato dall’Isis, ovvero da quel gruppo che fa riferimento al califfato iracheno è che è conosciuto con il nome di Daesh nel Khorasan, è attivo nelle regioni meridionali e orientali al confine tra Afghanistan e Pakistan, regione controversa, confine difficile da controllare dove ci sono spesso infiltrazioni”, commenta Francesca Manenti, analista e responsabile del desk Asia e Pacifico per il Ce.SI. Qualche giorno prima, martedì 11 luglio, un altro attentato si era verificato nel Peshawar, a nord-ovest del Pakistan, orchestrato dai Taliban Pakistani, in cui, anche in questo caso, tra le vittime c’era un altro candidato alle prossime elezioni, Haroon Bilour, con il partito laico del Partito nazionale Awami (Anp). “I due attentati hanno due matrici diverseevidenziano però un problema comune: da una parte l’insorgenza talebana, dall’altro l’estremismo di matrice religiosa continua ad essere un ostacolo per il Paese, un ostacolo di cui il Governo pakistano si dovrà preoccupare, portando inevitabilmente l’esercito e le forze armate a continuare ad avere un ruolo importante”.

Oltre ai crescenti attentati terroristici, l’ombra di un interferenza dell’esercito continua ad aleggiare sulle prossime elezioni, anche a seguito delle dimissioni forzate dell’ex Primo Ministro Nawaz Sharif lo scorso agosto, dopo che la Corte Suprema aveva confermato le indagini per corruzione. Ma le accuse non sono mai sembrate legittime, e secondo molti analisti dietro a questa uscita di scena obbligata potrebbe esserci ancora una volta l’esercito, che continua a rappresentare l’incarnazione del vero potere politico pakistano. “L’esercito in Pakistan è da considerarsi il secondo pilastro per la stabilità del Paese. Ci sono molti rumors riguardo al ruolo dell’esercito in queste specifiche elezioni, ma pochi sono i riscontri effettivi”, continua Manenti, “questa ingerenza delle forze armate all’interno della vita politica del Paese, è stata negli ultimi anni sempre più utilizzata da parte dei partiti come argomento di dibattito politico per andare a puntare il dito l’uno contro l’altro”.

Sharif aveva più volte denunciato l’interferenza dell’establishment militare nel processo democratico, affermando, anche di recente,  come i servizi d’intelligence (ISI) abbiano minacciato diversi candidati di rinunciare all’affiliazione al suo partito per cambiare gli equilibri politici. Le elezioni sono l’esercito, infatti in Pakistan si dice che queste siano le elezioni più truccate della storia”, dichiara Francesca Marino, giornalista e direttrice di Stringer Asia. “È l’esercito che da mesi ormai sta manovrando questa campagna elettorale. Sono mesi che i parlamentari del partito di Sharif e di altri partiti sono contattati dall’esercito che gli ‘invita’ a ritirarsi, o a candidarsi indipendentemente o per aggiungersi ai seguaci di Imran Khan o dei partiti islamici, hanno infatti sdoganato una serie di terroristi per candidarsi alle elezioni”.

Nonostante l’esercito abbia dichiarato di non voler in alcun modo partecipare ed interferire nella campagna elettorale, gli avvenimenti delle ultime settimane fanno presagire il contrario. Tante le accuse arrivate da diversi testimoni che su twitter hanno accusato l’esercito di aver volontariamente fatto sparire il materiale delle campagne elettorali dei partiti rivali ad Imran Khan, burattino privilegiato e candidato premier preferito dei militari. L’ex giocatore di cricket ha saputo per molto tempo giocarsi la carta ‘anti-establishment’ presentandosi come l’outsider, la cura perfetta a tutti i mali della lunga storia politica pakistana. “Va detto che Imran khan  si è affacciato alla sfera politica da diverso tempo. Ha alle proprie spalle un’esperienza consolidata non solo all’opposizione contro la Pakistan Muslim League (Nawaz), ma è anche inevitabilmente impegnato in quello che è uno sforzo del sistema-paese per cercare di rilanciare l’immagine del Pakistan”, continua Manenti. Non mancano controversie attorno alla figura dell’ex giocatore di cricket che in Pakistan, afferma Marino, è chiamato ‘Taliban Khan’, “Non è una persona anti-establishment,  è stato creato dall’esercito ed è un integralista, tanto che il suo partito ha aumentato i finanziamenti nel Peshawar, una delle regioni che serviva da hub di addestramento per Mullah Omar e i Talebani”.

Anche la stampa ha subito una violenta repressione, come denunciato sul Washington Post dal proprietario di uno dei più rispettati giornali nazionali ‘The Daily Dawn’: «Mentre il Pakistan si avvicina alle sue prossime elezioni del 25 luglio, la transizione verso un nuovo governo è probabili sia un grosso azzardo. La principale ragione: un assalto senza precedenti da parte dell’esercito pakistano alla libertà di stampa, che sta minacciando le nostre possibilità di avere elezioni libere e giuste».

Ad alimentare questo clima di incertezza su delle elezioni il cui risultato sembra già segnato è l’atteggiamento statunitense, che sotto l’Amministrazione Trump ha deciso di prendere le distanza da Islamabad, “c’è stato un brusco deterioramento dei rapporti con gli Stati Unitiun deterioramento che ha visto Trump condannare apertamente il Pakistan per i suoi rapporti vicini all’insorgenza talebana e come una delle principali cause dell’instabilità in Afghanistan, una posizione certamente in  contrasto con quello che era stato un atteggiamento più cauto delle amministrazioni precedenti che riconoscevano comunque al Pakistan un ruolo politico da poter giocare all’interno delle dinamiche della regione”, dichiara Manenti. L’allontanamento degli Stati Uniti ha creato nuovi equilibri all’interno dell’area, creando dinamiche che hanno visto il formarsi di nuove alleanze, “si è creato un asse Stati Uniti-India, a cui il Pakistan guarda con preoccupazione. Questo ha avuto anche un risvolto economico dato che gli Stati Uniti avevano programmi di aiuto al Pakistan, programmi che sono stati interrotti a causa di queste accuse. Inevitabilmente il Pakistan si è rivolto verso la Cina per la quale Islamabad risulta al momento fondamentale nel progetto della ‘Belt and Road Initiative’”.

La mossa di Trump potrebbe avere delle ripercussioni non solo per il Pakistan, ma anche per la stessa strategia americana in Afghanistan, “gli Stati Uniti sono da un certo punto di vista sotto scaccoIl Pakistan, come è già successo, potrebbe chiudere per ritorsione il porto di Karachi, ovvero l’unico porto da cui passano i rifornimenti via terra per le truppe in Afghanistan”, commenta Marino,  “se Trump non avesse rotto i rapporti con l’Iranquesto problema poteva essere aggirato attraverso il porto di Chabahar, in Iran, in costruzione a seguito di un accordo tra India ed Iran”. Il porto, infatti, costituirà una nuova rotta di trasporto marittimo-ferroviario tra India, Iran e Afghanistan, scavalcando il rivale e vicino Pakistan.

La questione Afghanistan, così come quella indiana, continueranno, anche dopo le elezioni, a costituire due tra i punti di maggiore rilevanza strategica per il Pakistan. “In questo momento di particolare incertezza, sembra essersi aperta a Kabul la possibilità di  un dialogo degli Stati Uniti con i talebani, una fazione di talebani con cui il Pakistan, però, non ha grandi contatti”, afferma Manenti, “la posizione dei pakistani negli ultimi anni era sempre stata quella di sostenere il fatto che i talebani fossero una parte del dibattito politico afgano e che inevitabilmente dovesse esserci una soluzione che avesse come punto di partenza un dialogo tra il Governo di Kabul e la leadership politica dei talebani, ovvero la Shura di Quetta, il cui nome riecheggia per l’appunto una città pakistana. Se si dovesse iniziare un percorso di dialogo tra la comunità internazionaleil Governo afgano e gli Stati Unitisenza una componente talebana dalla Shura di Quettail Pakistan sarebbe tagliato fuori da questa triangolazione e quindi il suo ruolo nella regione potrebbe subire dei contraccolpi”.

 

Fonte: L'Indro