26 FEBBRAIO 2018
Israele e le sue Forze Armate: quale è il segreto della loro potenza?
L'Indro

Intervista agli esperti Francesco Tosato (Ce.S.I.) e Martin van Cleverd

 

Con i toni tra Israele ed Iran che si alzano di giorno in giorno (si pensi al pesante scambio di accuse tra il Primo Ministro di Tel Aviv, Benjamin Netanyahu, e il Ministro degli Esteri di Teheran, Mohammed Javad Zarif, durante la Conferenza sulla Sicurezza di Monaco dello scorso 18 febbraio), in molti temono che si possa giungere ad uno scontro armato tra i due Paesi e che tale scontro possa arrivare ad infiammare l’intera regione.

L’inimicizia tra lo Stato Ebraico e la Repubblica Islamica è oramai di vecchia data ma una serie di circostanze hanno fatto sì che la possibilità che una scintilla possa trasformare la tensione in guerra appaiano più concrete che in passatoIn primo luogo c’è la situazione inSiria: la guerra civile, che ha dilaniato il Paese e che ora si avvia lentamente a conclusione, ha portato le truppe iraniane e le milizie sciite sostenute da Teheran (prime tra tutte quelle libanesi di Hezbollah) a pochi chilometri dal confine siro-israeliano del Golan, mettendo Tel Aviv in allerta. L’eventualità di uno scontro diretto tra Israele ed Iran, inoltre, rischierebbe di allargarsi a macchia d’olio in tutta la regione coinvolgendo, oltre al Libano e alla Siria, Paesi come l’Egitto e l’Arabia Saudita, avversari di Teheran, e come la Turchia, che sta spingendo in tutte le direzioni per allargare il proprio potere nell’area. Inoltre, in tutta l’area sono presenti truppe statunitensi e russe: se il supporto degli Stati Uniti ad Israele sarebbe probabilmente scontato, la reazione della Russia, vicina all’Iran e alla Siria, sarebbe tutta da vedere e rischierebbe di allargare ulteriormente i confini del conflitto.

Se nella sua breve storia, le Forze Armate israeliane hanno spesso combattuto e vinto guerre in cui si trovavano in condizioni di inferiorità numerica e di accerchiamento, questa volta le cose potrebbero essere più complesse proprio a causa dell’entità dei propri avversari, ovvero l’Iran e, nella peggiore delle ipotesi, la Russia.

Per tentare di capire quale sia l’entità e il funzionamento delle Forze Armate israeliane e a quali scenari potremmo andare incontro, abbiamo parlato con Francesco Tosato, analista del Centro Studi Internazionali (Ce.S.I.), e con Martin van Creveld, esperto di storia militare ed autore di diversi testi sull’argomento.

In primo luogo, bisogna capire quale sia la struttura delle Forze Armate israeliane (Israelian Defence Forces: IDF). Martin van Creveld ci spiega che “la struttura dell’apparato miliare israeliano rimane ancora come quella che assunse nel 1949-50”. Si può schematizzare dividendola in due parti principali: c’è “un esercito permanente, comprendente ufficiali, sottufficiali e marinai per un totale di circa 176.000 uomini e donne” a cui si aggiunge “un numero considerevolmente grande di riservisti che innalza il totale a circa 620.000”. A differenza della gran parte delle Forze Armate dei Paesi più sviluppati, Israele “punta molto sui riservisti: molti riservisti operano nelle loro unità e ci si aspetta che siano chiamati in battaglia immediatamente e non dopo un periodo di organizzazione come spesso accade nelle altre Nazioni”.

La struttura organizzativa, continua van Creveld,  è più o meno questa: “il Capo di Stato Maggiore, Tenente Generale, è responsabile delle IDF; sotto di lui c’è lo Stato Maggiore, in cui sono incluse le aree di divisione del personale, quelle operative, l’intelligence, l’area computer (C4I), quella logistica e tecnologica e l’area di programmazione”. Le forze di terra, aeree e marine “hanno ognuna il proprio Comando Generale”. Inoltre, “ci sono in tutto tre Comandi Territoriali: a nord, a sud e al centro; c’è un Comando di Difesa Interno e uno di Lunga Distanza predisposto per operazioni ‘profonde’ nelle retrovie nemiche; recentemente è stata annunciata l’istituzione di un altro Comando, con missili terra-terra, per sostituire le forze aeree nelle missioni a 300-500 chilometri in territorio nemico”.

Per quanto riguarda gli armamenti, van Creveld sostene che “le IDF sono una delle forze armate più moderne al mondo. Le forze di terra si basano su pesanti carri armati progettati e prodotti da Israele (il Merkava, attualmente alla quarta generazione successiva) e moderni mezzi blindati, pesanti, corazzati (prodotti, in Israele, uno scafo e un sottocarro Merkava), oltre che vari tipi di missili terra-terra, razzi a lancio multiplo e artiglieria”. La fanteria comprende “una brigata di paracadutisti e unità operative speciali, con armi moderne (il fucile d’assalto Tavor) come mitragliatrici e vari missili anticarro”.

Le forze aeree, invece, sono “responsabili di un certo numero di satelliti di intelligence che circondano la terra. Ha anche un numero di missili balistici medi e intermedi (1.500-5.000 chilometri) in grado di arrivare ben oltre il Medio Oriente. La forza di combattimento aeree constano principalmente di F-15 costruiti negli Stati Uniti, cacciabombardieri F-16 e F-35. Altri importanti sistemi armati sono gli elicotteri d’attacco, gli aerei AWACS e le navi cisterna”. Non bisogna poi dimenticare che un “elemento molto importante è quello delle difese antimissilistiche, un campo in cui Israele è un leader mondiale”.

Per quanto riguarda la Marina, invece, “è sempre stata la meno importante dei tre servizi: attualmente ha un numero di corvette armate con vari missili terra-aria e terra-terra. Le navi sono sufficientemente grandi da trasportare elicotteri e lavorare oltre l’orizzonte. Altre quattro corvette sono state ordinate ed in fabbricazione nei cantieri navali tedeschi. La Marina ha anche cinque sottomarini (con un sesto in arrivo)”.

Secondo Francesco Tosato, “le Forze Armate israeliane sono, non da adesso ma da decenni, le più potenti e meglio equipaggiate della regione”. Questa superiorità militare è aumentata dagli anni ’80 in poi in quanto “i Paesi limitrofi sono entrati in una fase calante a causa della crisi dell’Unione Sovietica che ha provocato l’impossibilità, specialmente per la Siria, di ottenere forniture militari avanzate a pressi di favore. Dagli anni ’80 poi poi, quindi, abbiamo un incremento costante della superiorità tecnologica rispetto ai vicini”.

Alla superiorità tecnica, va affiancata una sostanziale superiorità industriale (oltre che il prezioso sostegno dell’industria militare USA): “Israele ha una industria nazionale in grado di produrre tutte le tipologie di munizionamento guidato di precisione: dispone sia di missili Cruise a raggio corto, medio e lungo (lanciabili sia da terra che dalle piattaforme dell’Aeronautica, in particolare quando parliamo di sistemi come il Popeye) e dispone anche della capacità di ingaggio con missili Cruise da parte dei sottomarini e, in questo caso, si tratta dei missili Turbo-Popeye. Israele dispone poi dei missili di classe Jericho che sono missili balistici, anche questi potenzialmente parte dell’arsenale nucleare”.

La questione fondamentale, però, non è semplicemente quella della superiorità tecnologica, ma quella di una “superiorità ‘dottrinale’ delle Forze Armate israeliane: ovvero, le Forze Armate israeliane sono uno strumento in continua evoluzione che trae beneficio dalle esperienze sul campo per continuare a migliorare nei settori ritenuti strategici per la sicurezza di Israele; questo miglioramento non avviene solo attraverso l’impiego di sistemi d’arma più avanzati, ma anche attraverso lo sviluppo di tecniche, di procedure e di capacità operative specifiche che non si rifanno esclusivamente e banalmente alla trasposizione di dottrine NATO o occidentali, bensì, cercano di sviluppare ogni volte delle capacità e delle modalità operative che ben si adattino a quella che è la particolarità del teatro operativo in cui le Forze Armate israeliane si trovano a combattere”.

Per fare un esempio, continua Tosato, “il più delle volte, le Forze Armate israeliane si trovano ad operare in un teatro di guerra urbano (pensiamo, ad esempio, alla Striscia di Gaza e alla Cisgiordania), contro una minaccia che è, in gran parte, di natura terroristica (pensiamo soprattutto a Hamas)”. Andando ad analizzare la questione più a fondo, si può dire che i punti cardine che rendono Israele superiore ai vicini sono sostanzialmente due: l’Aeronautica e l’Intelligence.

Secondo Tosato, “l’Aeronautica israeliana è uno strumento altamente tecnologico e in grado di colpire sostanzialmente in tutta la regione in una condizione, non di impunità totale (come abbiamo visto non più tardi del 10 febbraio scorso), ma quasi: si tenga presente che l’abbattimento del caccia F-16 da parte della contraerea siriana è il primo abbattimento in quarant’anni, dal 1982”, una statistica impressionante. L’Aeronautica israeliana, quindi, “è lo strumento d’elezione per quanto riguarda l’utilizzo strategico della forza da parte dello Stato e, da un punto di vista tecnologico, è sicuramente all’avanguardia”.

In effetti, i già citati veicoli di fabbricazione statunitense, F-16 e F-15, hanno delle caratteristiche molto particolari: “gli Stati Uniti, infatti, permettono ad Israele, in maniera sicuramente unica, di poter modificare questi vicoli con dotazioni e capacità nazionali, prodotte dall’industria ad alta tecnologia israeliana, che sappiamo essere una delle più forti a livello mondiale: di conseguenza, i caccia israeliani hanno delle capacità specifiche che li altri Paesi non hanno e non possono avere”. L’industria israeliana, quindi, rende gli aerei forniti dagli USA ancora più adatti ad agire sul territorio mediorientale, soprattutto grazie ad interventi che riguardano il “comparto della guerra elettronica e dell’ingaggio di precisione che le permettono di colpire in maniera selettiva e di poter intervenire in relativa sicurezza anche in spazi aerei come quello siriano, che presenta delle bolle di difesa aerea piuttosto robuste”.

L’altro punto di forza delle Forze Armate israeliane è il ciclo dell’Intelligence: Tosato sostiene che “Israele è in grado di utilizzare l’Intelligence, tanto militare quanto estera, per disporre di un set di informazioni e di capacità di analisi che la mettono in vantaggio rispetto ai potenziali avversari nella regione. Israele dispone di capacità di monitoraggio mediante droni, mediante satelliti, mediante humming, quindi mediante agenti umani”. Insomma, Tel Aviv “ha un sistema di individuazione dei target, di analisi, di pianificazione delle missioni che è assolutamente all’avanguardia; questo permette al Paese di operare in una condizione di assoluto vantaggio rispetto alla gestione dell’informazione e di sfruttare questo vantaggio a suo piacimento per poter colpire e per poter difendere i propri interessi nella maniera che ritiene più adeguata”. Le avanzate capacità di intelligence elettronica, di analisi dei segnali e di ricognizione ottica israeliane “permettono al decisore politico e alle Forze Armate israeliane di operare in un sostanziale vantaggio operativo rispetto a quelli che possono essere gli avversari nell’area”.

 

Per quanto riguarda le forze terrestri, Tosato sostiene che “Israele ha una situazione particolare: si tratta di una situazione mista, in cui ci sono unità di Forze Speciali che possono anche essere composte da professionisti, affiancate normalmente, a causa delle esigenze specifiche legate al fatto che si tratta di un Paese piccolo e circondato da realtà potenzialmente ostili, da truppe di leva”. Nonostante il largo impiego di truppe di leva, che non hanno quindi una preparazione eccelsa, l’Esercito israeliano ha sviluppato dei mezzi particolarmente adatti agli scenari in cui si trova ad operare, “come ad esempio i carri armati Merkava e i blindati pesanti Namer: sistemi molto robusti e in grado di incassare molti colpi, con peculiarità tipicamente israeliane, che sono stati sviluppati grazie alle esperienze fatte nel corso di tutti questi anni di combattimenti, soprattutto in territori urbani dove i mezzi pesanti si trovano in difficoltà ed è necessario proteggerli in maniera sostanziale da minacce come i missili anticarro”. Tuttavia, se la superiorità aerea è netta, a terra la situazione è differente e, a volte, l’Esercito di Tel Aviv si è trovato in difficoltà: “se consideriamo quello che è successo durante le operazioni nel sud del Libano del 2006, Hezbollah, che è una milizia altrettanto preparata, molto disciplinata e dotata di una strategia creativa e della capacità di colpire attraverso la sua rete di bunker e di difese, ha messo in difficoltà le forze terrestri israeliane che non si aspettavano di trovare un avversario così determinato e anche così innovativo nelle operazioni militari contro forze terrestri; in un contesto così diverso da quello della Striscia di Gaza, le forze terrestri israeliane si sono trovate un po’ in difficoltà e ne sono uscite soprattutto grazie al supporto delle forze aeree”.

Infine, conclude Tosato, “se vediamo quella che è l’evoluzione degli interessi (perché ricordiamoci che le Forze Armate vengono sviluppate sempre sulla base degli interessi politici del Paese), in questo momento c’è un rinnovato interesse israeliano nei confronti della Marina che, da sempre, è stata la Forza Armata meno sviluppata. Negli ultimi anni, la Marina ha visto un forte sviluppo, soprattutto della componente subacquea”.

L’interesse per la Marina, deriva soprattutto da due ragioni: da un lato, “Israele, di fronte alla sua costa mediterranea, ha scoperto dei giacimenti di gas fondamentali per garantire al Paese un’ulteriore fonte di introiti e un’ulteriore capacità di export, e, di conseguenza, ha la necessità di proteggere queste sue nuove risorse” (il ricorso al sommergibile incrementa il coefficiente di imprevedibilità e di deterrenza); dall’altro lato, nonostante Israele non abbia mai confermato né smentito il possesso di armamenti nucleari, “la scelta di cerare questa flotta di sommergibili andrebbe anche vista come un’ulteriore capacità nucleare del Paese che verrebbe a disporre di una nuova possibilità di sopravvivenza dell’arsenale nucleare grazie ai missili Cruise”.

La superiorità dottrinale accennata da Tosato si può ben comprendere se si pensa che “durante le Guerre Arabo-Israeliane, non sempre gli israeliani sono stati tecnologicamente superiori agli avversari: soprattutto nel comparto terrestre, negli anni ’60 e ’70, l’URSS forniva il meglio di quello che poteva produrre a egiziani, siriani e iracheni; di conseguenza, non si pensi che i carri armati egiziani fossero estremamente inferiori a quelli israeliani”. La differenza fondamentale, dunque, sta nel fatto che “gli israeliani, oggi come in passato, sono dottrinalmente estremamente prolifici ed estremamente bravi nello sviluppare nuove capacità operative e nell’utilizzare la creatività per individuare le migliori opzioni per garantirsi la superiorità strategica nell’area”. Il principale vantaggio delle Forze Armate israeliane sta nell’essere capaci di sviluppare al meglio i concetti delle lezioni apprese: “dopo un’operazione militare, analizzano quello che è successo ed iniziano a pianificare delle soluzioni per far sì che ciò che non ha funzionato venga risolto in maniera più efficace in eventuali conflitti successivi: questo è stato fatto, ad esempio, anche dopo l’operazione in Libano del 2006, in cui non tutto è andato benissimo”. Questa abilità, mediamente, nei Paesi vicini è un po’ carente.

A questo proposito, van Creveld afferma che, nonostante si tratti di informazioni segrete, fonti straniere, che hanno discusso a lungo sulla questione, ritengono che “il numero di testate nell’arsenale nucleare israeliano sia probabilmente di poche centinaia; i rendimenti potrebbero variare tra 20 chilotoni (l’equivalente del dispositivo sganciato su Nagasaki nel 1945) ed un megatone”; inoltre, “non è noto se le testate più grandi siano basate sulla fusione o semplicemente sulla fissione potenziata” né “si sa assolutamente nulla della dottrina che regola l’uso delle armi in questione, ovvero, non si sa niente riguardo la loro missione strategica, le circostanze in cui queste armi possono essere utilizzate, il modo e gli obiettivi in cui possono essere usate e così via”. Per quanto riguarda i mezzi necessari all’impiego di tali armi, le Forze Armate di Tel Aviv sono in possesso di “cacciabombardieri, vari tipi di missili terra-terra e dei sottomarini”.

 

Come si è detto, la superiorità militare israeliana, non dipende solo da fattori tecnologici o tecnici. Secondo van Creveld, “a partire dal 1948 e fino alla guerra del 1973, il fattore più importante delle vittorie israeliane è sempre stato la qualità delle sue truppe, anche dal punto di vista dell’istruzione”: Israele, infatti, possiede strutture educative, tecnologiche e scientifiche moderne. La motivazione dei combattenti, inoltre, è stato un fattore decisivo. Secondo van Creveld, però, “con la Prima Guerra del Libano del 1982, le cose cominciarono a cambiare: non appena la sua superiorità militare di Israele è stata ormai data per scontata, la ‘motivazione’ ne ha sofferto”.

D’altro canto, continua van Creveld, “in tutte le guerre dal 1948, l’IDF ha goduto del comando aereo quasi assoluto. Di conseguenza, era in grado di attaccare le linee di rifornimento nemiche mentre il nemico non era in grado di fare lo stesso”: le cose, però, stanno cambiando: “l’accumulo di missili da terra a terra affidabili e precisi nelle mani di Hezbollah, Siria ed Iran potrebbe benissimo cambiare questa situazione, causando attacchi a basi di rifornimento, depositi di munizioni, snodi di comunicazione e persino di convogli in movimento”. Di certo, oltre ai punti di forza, ci sono anche delle criticità: “la principale debolezza di Israele rimane la dimensione relativamente ridotta del Paese e la mancanza di ‘profondità strategica’: l’Iran, per esempio, è ottanta volte più grande di Israele”.

Nonostante la superiorità militare, tecnologica e dottrinale di cui abbiamo parlato, nell’eventualità che la situazione degeneri, Israele si troverebbe in una situazione più complicata rispetto al passato. Secondo Francesco Tosato, “attualmente il problema principale di Israele riguarda l’infiltrazione delle forze iraniane, o delle milizie legate all’Iran, in Siria a supporto delle forze leali ad Assad: si tratta di una minaccia ibrida che implica l’uso di sistemi convenzionali a fianco di strategie e capacità non convenzionali”. La vicinanza di un avversario differente da quelli affrontati fono ad ora sembra preoccupare i vertici politici e militari di Tel Aviv. Tosato continua dicendo che “forse la preoccupazione che oggi trapela in Israele circa la possibilità di doversi confrontare con forze filo-iraniane o, comunque, con degli Hezbollah molto rinforzati, soprattutto nell’area del Golan, nasce anche dalla consapevolezza che, rispetto agli avversari tradizionali (i Paesi arabi confinanti), l’avversario iraniano è un avversario che applica anch’esso una metodologia di sviluppo dottrinale che è abbastanza avanzata: gli israeliani hanno sempre studiato i loro avversari per cercare di coglierne i punti deboli e modificare di conseguenza le proprie strategie e le proprie capacità militari; gli iraniani ed i loro alleati fanno la stessa cosa con gli israeliani, cercando di individuare eventuali punti deboli da sfruttare”.

Se effettivamente si dovesse giungere ad uno scontro armato, esiste il rischio che il conflitto contagi a cascata tutti i Paesi dell’area. Secondo van Creveld, in caso di guerra, “l’Iran utilizzerà la Siria come base avanzata per combattere Israele; l’Arabia Saudita probabilmente manterrà i suoi legami con Israele, almeno in via non ufficiale, così come l’Egitto; la Turchia probabilmente non si impegnerà in uno scontro con Israele, ma sosterrà una coalizione anti-israeliana in altri modi, mentre, allo stesso tempo, combatterà i siriani (e i curdi); la Russia cercherà di sostenere Hezbollah e la Siria ma senza essere profondamente coinvolta; gli Stati Uniti, da parte loro, sosterranno Israele, ma senza affrontare direttamente i russi”. Di certo, “con le sue infrastrutture vitali (centrali elettriche, depositi di carburante, fabbriche e simili) esposti a missili guidati con precisione lanciati da Hezbolla e forse dall’Iran, Israele si troverà in una situazione difficile. Oltre a fare del suo meglio per proteggere queste risorse mediante il suo sistema di missili terra-aria altamente sviluppato, intraprenderà attacchi aerei e missilistici contro le difese aeree nemiche, le strutture per lancio di missili e gli obiettivi infrastrutturali. Ci si può anche aspettare che i commando israeliani facciano irruzione contro obiettivi militari che, per una ragione o per l’altra, non possano essere affrontati autonomamente dalla potenza aerea”.

 

In ogni caso, si tratta di una questione molto complessa. Secondo Francesco Tosato, fortunatamente “nessuno, in questo momento, vuole un’escalation di un conflitto che sicuramente raggiungerebbe una dimensione regionale.” in caso di conflitto armato, infatti, Israele si troverebbe di fronte a seri problemi, in quanto “le forze iraniane sono presenti in Siria; allo stesso modo, in Siria sono presenti forze russe: tra Israele e la Russia esiste un canale di deconfliction e, fino ad oggi, gli israeliani hanno potuto operare in Siria entro dei limiti che non hanno infastidito i russi. È chiaro che un eventuale conflitto andrebbe a coinvolgere sicuramente l’Iran e la Siria, andrebbe a coinvolgere il Libano e, di conseguenza, anche le forze dell’ONU che stanno monitorando il confine meridionale, quindi le forze di tutti i principali Paesi tra cui anche il nostro, andrebbe, per ovvi motivi, ad avere un impatto sull’Iraq e sulle forze americane presenti nell’area: di conseguenza è difficile prevedere che tipo di dinamiche andrebbe ad attivare”.

Di conseguenza, continua Tosato, “in questo momento, nessuno vuole una escalation in questi termini: non la vuole la Russia, che sarebbe costretta a scegliere cosa fare riguardo alle sue truppe in quelle aree, non la vogliono gli Stati Uniti e non la vogliono i Paesi vicini. Stiamo parlando di una situazione che avrebbe delle ramificazioni molto complicate nell’area, probabilmente andrebbe a ridisegnare le cartine che conosciamo e avrebbe degli effetti potenzialmente catastrofici negli anni a venire: è difficile ipotizzare quello che potrebbe essere un risultato finale”. In ogni caso, non bisogna sottovalutare il rischio, in quanto, “molto probabilmente, se ci fosse una escalation che andasse a coinvolgere le milizie filo-iraniane e le milizie libanesi di Hezbollah, Israele riterrebbe comunque responsabile l’Iran che diventerebbe, quindi, un target militare: di conseguenza, potrebbe agire militarmente anche contro il territorio iraniano; a questo punto, l’escalation sarebbe inevitabile in quanto anche l’Iran dispone di tecnologie militare che gli permetterebbero di colpire il territorio israeliano”.

Allo stato attuale, conclude Tosato, “il fulcro di quello che sta avvenendo è tentare di posizionarsi in maniera strategicamente vantaggiosa in relazione all’ormai prossima conclusione del conflitto in territorio siriano. Come si vede, tanto la Russia, quanto gli Stati Uniti, quanto la Turchia, stanno cercando di muovere le pedine al fine di avere delle carte da giocare e da posizionare in relazione al quadro della mappa della nuova Siria post-bellica”.

Fonte: L'Indro