07 MARZO 2018
Altri ‘fondamentalismi’: il caso dello Sri Lanka
L'Indro

Il Governo ha proclamato lo stato d'emergenza dopo le violenze di questi giorni. Lo scontro religioso tra buddisti e musulmani: un quadro con Francesca Manenti, analista desk Asia del CeSI

 

In Sri Lanka è nuovamente emergenza: si è riacceso il conflitto religioso tra la comunità buddista e quella musulmana. Ieri, le autorità del Paese hanno proclamato lo stato d’emergenza per dieci giorni, dopo che da giorni nella regione di Kandi si sono riaccese le tensioni tra le due comunità etnico-religiose.

A febbraio cinque persone erano rimaste ferite, mentre dalla settimana scorsa due persone hanno perso la vita: prima l’assassinio di un cingalese buddista, linciato da un gruppo di sedicenti musulmani, poi il ritrovamento, nel fine settimana, del cadavere di un musulmano tra le macerie di un edificio dato alle fiamme. Dopo il ritrovamento di questa seconda vittima, le autorità avevano subito disposto il coprifuoco in questa regione centrale, nota per il turismo e le piantagioni di te.

Ieri, dopo l’annuncio dello stato d’emergenza -che era stato revocato in Sri Lanka sette anni dopo la fine della guerra ultratentennale con i ribelli di etnia tamil-, le forze dell’ordine sono state dispiegate massicciamente in tutta la regione per evitare ulteriori scontri.

Nella mattinata di oggi si sono registrati scontri. La Polizia ha sparato gas lacrimogeni per disperdere i rivoltosi e almeno tre poliziotti sono rimasti feriti negli scontri notturni a Menikhinna, un sobborgo di Kandy, al centro dei nuovi disordini.
Le scuole di Kandy, 115 chilometri (72 miglia) a est di Colombo, oggi sono rimaste chiuse. Più di 150 case, negozi e veicoli sono stati incendiati durante due giorni di rivolta. Il Parlamento ha presentato le scuse alla minoranza musulmana, che costituisce il 10% della popolazione del Paese che conta 21 milioni di cittadini.
Le rivolte del novembre scorso nel sud dell’isola avevano causato la morte di un uomo. Lo scorso anno, sempre in primavera, si erano avuti incidenti . Gli scontri più importanti tra buddisti e musulmani si erano registrati nel giugno 2014, causando la morte di quattro persone e molti feriti, disordini che erano stati fomentati da un gruppo estremista buddista i cui leader sono sotto processo, accusati di causare conflitti religiosi.

Nell’isola la minoranza musulmana -che costituisce circa il 20% della popolazione, su 21 milioni di abitanti – lamenta discriminazioni da parte della maggioranza cingalese buddista. Ambo le parti hanno visto anche il sorgere di frange estremiste: tra i buddisti, il gruppo Bodu Bala Sena(Bbs), considerato da alcuni l’istigatore delle violenze degli ultimi giorni. Altri invece, come ricorda l’emittente ‘Al Jazeera’, accusano alcuni musulmani di aver assunto atteggiamenti aggressivi e di praticare conversioni forzate.

Nel 2015 il Presidente Maithripala Siresena aveva dichiarato la sicurezza della minoranza islamica una priorità del Governo.

Esattamente un anno fa, le violenze e i disordini che si erano verificati, avevano messo in allarme gli osservatori, che ipotizzavano l’affermazione di uno zoccolo duro di estremismo buddista  -che già nel 2014 sembrava aver conquistato spazi importanti sull’area Sri Lanka, Myanmar, Thailandia

Che cos’è il fondamentalismo buddista. Lo scorso febbraio 2016 facemmo questa approfondita analisi che ora proponiamo

Partiamo col dire che il fondamentalismo non esiste. O meglio, è innanzitutto un costrutto astratto che si rivela utile per mettere ordine in una realtà in cui compaiono da tempo movimenti collettivi che si avvalgono di retoriche religiose per scopi politici. Esistono, quindi, tanti e diversi movimenti collettivi fondamentalisti, che sono apparsi in diversi contesti socio-religiosi, e che possono presentare in modo ricorrente tratti comuni. Il fondamentalismo, perciò, non è certamente figlio soltanto della cultura islamica, come spesso siamo portati a credere. Tanto per cominciare il fondamentalismo nasce in ambito protestante: ‘The Foundamentals’ era il titolo di una raccolta di saggi pubblicata nel 1909 negli Stati Uniti, per opera di un gruppo di cristiani battisti che si opponevano alla teologia liberale e all’analisi scientifica e filologica del Testo Sacro, la Bibbia. L’accezione prevalentemente negativa, quindi, è una connotazione posteriore, non era certo presente nei primi utilizzi del termine.

Dobbiamo, quindi, sfatare la credenza che esistano religioni cattive e violente e religioni buone e pacifiste. Nessun uomo di fede vi dirà mai che la sua religione promuove la guerra. Eppure succede. Anzi, oggi molto spesso le religioni entrano in guerra diventando il linguaggio pubblico delle politiche d’identità, il repertorio di simboli che gli attori sociali e politici utilizzano per parlare dell’altro, e quindi anche di se stessi. Le religioni sono mezzi di comunicazione sociale efficace che convincono nel profondo i sentimenti umani della bontà del ricorso alla violenza. Sono il bacino di senso a cui attinge la politica per legittimarsi tramite il ricorso a principi e simboli oltremondani. E poi si sente parlare di società secolarizzate. Le religioni hanno ritrovato il loro ruolo nella definizione delle politiche d’identità, divenendo quindi ‘ideologie etniche’ e finendo per negare la loro pretesa d’essere depositarie di valori universali, come la pace; esse si particolarizzano prendendo parte diretta nella contesa che oppone un’identità etnica ad un’altra.

In linea generale, possiamo rintracciare alcuni tratti comuni ai movimenti fondamentalisti religiosi, elementi che, però, non si devono in alcun modo considerare esaustivi o vincolanti: tra questi, l’affermazione dell’esistenza di un fondamento assoluto dell’identità etno-culturale di un popolo, l’identificazione di questo fondamento nel nucleo di verità contenuta in una tradizione religiosa determinata; il recupero ermeneutico di un Testo sacro, considerato depositario della memoria collettiva di un popolo, trasformato in una fonte indubitabile, per disegnare un modello di società religiosamente integrata in tutte le sue parti e funzioni; la selezione e promozione di una nuova élite politica, locale e nazionale o fra le fila di intellettuali religiosi, legati ai movimenti di risveglio etno-religioso.

Date queste brevi premesse, si può capire meglio come si sia arrivati a parlare di un ‘fondamentalismo’ buddhista, antimusulmano e anticristiano, ma in generale, anti-straniero, in Sri Lanka.

Bisogna innanzitutto tenere a mente la complessa stratificazione umana di cui si compone lo Sri Lanka: il 75% sono cingalesi e il 18% sono tamil. Dal punto di vista religioso però sono presenti il 70% di buddhisti, il 16% di indù, il 7,5% di musulmani (alcune statistiche arrivano a stimare un 10%) e altrettanti o quasi cristiani.

Dopo la riconquistata indipendenza del subcontinente indiano nel 1948, l’isola entra in un periodo di guerre civili, con picchi anche molto violenti, che vede opporsi la maggioranza cingalese, di fede buddhista, alla minoranza tamil, di fede indù, che dal 1958 si è organizzata in un movimento di resistenza politica che punta alla secessione e alla creazione di uno stato tamil. E’ in questo contesto che il Governo cingalese trova un alleato valido e potente nei monaci buddhisti: fin dal primo conflitto del 1958 si cercherà, infatti, di dimostrare l’inseparabilità del buddhismo dall’identità etnica cingalese.

Contemporaneamente, l’ostilità verso la minoranza musulmana (i ‘moors’ come vengono chiamati i musulmani di origine cingalese), presenti sull’isola dall’VIII sec., si delinea principalmente come ostilità economica e politica: i musulmani sono considerati sì stranieri al ceppo etnico dominante, ma soprattutto sono accusati di aver appoggiato gli inglesi durante la prima rivolta cingalese contro l’oppressione coloniale. Stigmatizzata come nemica, a sua volta la comunità musulmana ha cominciato a riflettere su se stessa e a cercare nella sua memoria storica i tratti distintivi per marcare la propria identità.

Il periodo di guerra civile coincide, quindi, con quello di costruzione di un’identità nazionale per lo Sri Lanka dopo ben 150 anni di colonialismo. Sottovalutare l’impatto della colonizzazione nel comprendere i fatti degli ultimi anni sarebbe un grave errore. Il nuovo tipo di buddhismo, che inizia a configurarsi negli anni Cinquanta, ancora in epoca coloniale, ha cercato di imitare la religione del dominatore, tramite anche le idee dei riformatori Anagarika Dharmapala (1864-1933) e Hinatiyana Dhammaloka (1900-1981). Quest’ultimo, per primo, ha introdotto nel linguaggio politico e religioso cingalese l’equazione fra terra, etnia e religione, tre termini fondamentali, per cui se ne manca uno si perde l’essenza dell’identità cingalese. Il buddhismo cingalese così riformato si è delineato come una forma di puritanesimo sociale, come un’etica del lavoro e non più come una fuga dal mondo; ed è qui che si è facilmente instaurata la profonda integrazione fra politica e religione: i presidenti che si sono succeduti dall’indipendenza in poi hanno costruito vere e proprie università per monaci, hanno introdotto gli insegnamenti in lingua cingalese al posto dell’inglese, hanno promosso la rilettura dei testi sacri del buddhismo theravada e hanno aiutato a propagandare l’idea stessa che l‘isola dello Sri Lanka fosse in sé una ‘reliquia’, in quanto visitata per ben tre volte dal Buddha nell’arco della sua vita e da lui affidata ai suoi abitanti, che si configurano quindi come custodi della reliquia, come ‘popolo eletto’.

Nel 2012 si è costituito il Bodu Bala Sena (o Buddhist Power Force, BBS), organizzazione nazionalista buddhista che ha incanalato le tensioni sociali e la violenza presenti nel Paese. Tra il 2003 e il 2004, 165 chiese cristiane sono state attaccate o distrutte e le festività bandite. Nel 2013 il BBS ha fatto sì che le autorità abbandonassero le etichette musulmane ‘halal’, invitando i buddhisti a boicottare tali prodotti venduti da catene al dettaglio musulmane. Nel 2014 ci sono stati violenti scontri a Aluthgama, conclusi con la distruzione e l’incendio di edifici e negozi musulmani. Tutto ciò testimonia il fatto che il pensiero ‘etno-fondamentalista’ o ‘nazional-religioso’ del buddhismo cingalese moderno è vivo e ancora molto potente.

Per comprendere meglio la situazione attuale dell’isola abbiamo intervistato la Francesca Manenti, analista desk Asia del CeSI-Centro Studi Internazionali.

Qual è la situazione oggi in Sri lanka? Ci sono ancora tensioni tra i nazionalisti buddhisti e i musulmani o i cristiani?

La situazione oggi non vede grandi cambiamenti rispetto a quella che era in passato. Le tensioni fra i movimenti nazionalisti buddhisti e la comunità musulmana e cristiana all’interno del Paese permangono. Si sono però recentemente ridimensionati i fenomeni più manifesti, gli atti violenti e gli attacchi all’interno del Paese. La ragion d’essere di questa conflittualità risiede nel fatto che i movimenti di nazionalismo buddhista considerano le comunità musulmane e cristiane non solo come non-originarie ma anche come possibili fattori di instabilità interna. Ovvero, per quanto riguarda la comunità cristiana, l’elemento del proselitismo è visto come minante l’importanza del buddhismo all’interno del Paese; per quanto riguarda la comunità musulmana, c’è paura che possano costituire dei focolai d’instabilità interna. Si tratta di considerazioni e teorie che non hanno però avuto nel corso del tempo dei riscontri oggettivi sulla situazione di sicurezza generale del Paese ma che hanno solo alimentato il risentimento dei movimenti nazionalisti buddhisti nei confronti delle minoranze.

Qual è l’origine di questo tipo di nazionalismo buddhista?

Esso ha un’origine storica. Fin dall’indipendenza i buddhisti e le frange nazionaliste hanno cercato di conservare quella che consideravano la purezza del loro ceppo etnico e del loro credo religioso, contro quelli che erano considerati degli outsiders, in primo luogo i cristiani, portati dai colonizzatori britannici, poi i tamil e poi i musulmani, visti come comunità potenzialmente destabilizzanti e possibili rivali per la supremazia del ceppo originario della popolazione dello Sri Lanka. Questa conflittualità si è tramutata nel corso del tempo: i movimenti politici di opposizione ad eventuali influenze esterne si sono trasformati in gruppi di manifestazione del dissenso e del nazionalismo che hanno poi portato alla recrudescenza delle violenze interne.

E come mai il Bodu Bala Sena è diventato così importante?

Alle ultime elezioni, quello che adesso è l’attuale Presidente dello Sri Lanka, allora candidato alle presidenziali, aveva utilizzato il risentimento del nazionalismo buddhista come un fattore di criticità per mettere in difficoltà il proprio predecessore, visto come baluardo del sentimento nazionalista buddhista nel Paese. L’attuale presidente appartiene ad uno schieramento più moderato e sta cercando di ricomporre le differenze all’interno del Paese soprattutto in un’ottica di stabilità agli occhi della comunità internazionale. Inoltre, lo Sri Lanka in questo momento sta cercando di rafforzare la propria posizione all’interno dell’Oceano Indiano per non soccombere agli interessi cinesi e indiani e dimostrarsi un interlocutore credibile agli occhi della comunità internazionale.

Inoltre, il successo del BBS penso si possa ricondurre alla sua agenda che è un connubio di nazionalismo e fondamentalismo, rivendicando la purezza e l’originalità del proprio movimento e della popolazione dello Sri Lanka di religione buddhista contro le minoranze religiose.

In passato chi ha organizzato gli attentati? Sono riconducibili direttamente al BBS o ad una sua frangia più estremista?

Si parla sempre di frange estremiste, di cellule armate secessioniste che si trovano spesso anche in contrasto con la linea del partito, che pure è nazionalista, ma che si rifiuta di utilizzare gli strumenti della violenza per applicare la propria agenda politica. Queste frange invece utilizzano la violenza per ottenere dei risultati più concreti rispetto a quelli della propaganda politica che per loro ha pochi riscontri sugli equilibri interni. Il partito, infatti, cerca sempre di prendere le distanze dagli attentati per non mettere a rischio la sua credibilità politica.

Quali sono stati gli attentati più violenti contro le minoranze musulmane e cristiane negli ultimi anni?

Ci sono stati dei violenti attacchi nel 2012. La settimana scorsa, poi, c’è stato un violento attacco contro una piccola chiesa cristiana, attacco che è stato il simbolo della coda dei movimenti nazionalista. I grandi scontri del 2011 e del 2012 non hanno fortunatamente avuto seguito ma è importante ricordare che permangono dei focolai che potrebbero riaccendersi in qualsiasi momento, non essendo ancora stati reinseriti all’interno della dialettica politica.

Le Nazioni Unite sono intervenute in questa situazione? Cosa hanno detto o fatto?

Le Nazioni Unite tutelano sempre le minoranze laddove vi sono violenze di matrice fondamentalista e nazionalista, per garantire l’uguaglianza. La posizione dell’Onu deve poi essere recepita a livello nazionale e questo non sempre accade. Penso alla situazione del Myanmar e al caso della popolazione ronhingya: l’Onu si è più volte espressa per una soluzione della difficile situazione dei rifugiati ronhingya, abbandonati su delle navi in mezzo all’oceano indiano. Sta al governo nazionale poi recepire le istruzioni dell’Onu e strutturare un piano per risolvere le situazioni critiche.

Ci sono altre situazioni simili in Asia, situazioni in cui il buddhismo è la religione maggioritaria e conduce attacchi anche violenti contro le comunità di fede minoritarie? Penso al Myanmar, alla Thailandia o alla Cambogia, sono situazioni assimilabili?

Le assonanze più evidenti son proprio con il Myanmar e i contatti fra i gruppi nazionalisti buddhisti dei due Paesi sono frequenti. Proprio in Myanmar nel 2012 ci fu un grande attacco ad una moschea e continua a permanere una situazione di instabilità soprattutto nei confronti della popolazione ronhingya. In Thailandia, invece, i gruppi musulmani sono concentrati nelle regioni a sud del Paese, si tratta di un’insorgenza di tipo secessionista-indipendentista e il governo attuale, erede del colpo di stato militare del 2014, sta lanciando una serie di misure per controllare capillarmente il territorio. In questo caso, quindi, non vi è la necessità della creazione di un movimento nazionalista religioso perché la presenza dell’esercito va già ad arginare i fenomeni residuali.

 

Fonte: L'Indro