12 DICEMBRE 2017
Vietnam: voglia di America
L'Indro

Le analisi di Francesco Tosato, Ce.S.I., e di Elvio Rotondo, Nodo di Gordio, sugli interessi strategici dietro l'inedita intesa

A distanza di oltre quarant’anni dalla fine della guerra del Vietnam, il rapporto del Paese con gli Stati Uniti è cambiato in maniera radicale. La normalizzazione delle relazioni diplomatiche bilaterali all’inizio degli anni Novanta, la revoca dell’embargo statunitense decisa dal Presidente Usa Bill Clinton nel 1994 e l’introduzione in Vietnam di un’economia di mercato, a partire dalle riforme economiche di metà anni Ottanta, hanno permesso ai rapporti commerciali fra i due Paesi di crescere a ritmo costante.

 

Ma la vera svolta nelle relazioni fra Usa e Vietnam vi è stata sul fronte della sicurezza e delle politiche di difesa, un terreno su cui il confronto fra due nazioni un tempo divise da uno dei conflitti più sanguinosi del Novecento sarebbe stato impensabile sino a pochi anni fa. Un confronto reso possibile solo grazie a un lento ma costante percorso di avvicinamento fra i due Paesi, fotografato con grande precisione da Francesco Tosato, Senior Analyst e Responsabile del Desk Affari Militari presso il Ce.S.I. (Centro Studi Internazionali).“Si è trattato di un lungo cammino culminato nell’era della Presidenza Obama, in particolare negli anni del suo secondo mandato, e che risulta strettamente legato all’evoluzione dello scenario geostrategico del Mar Cinese Meridionale. Tale scenario vede una comunione di interessi fra Vietnam e Stati Uniti nel far sì che il Mar Cinese Meridionale non diventi un ‘lago’ di pertinenza cinese. Sulla base di queste considerazioni i due Paesi hanno iniziato un percorso caratterizzato da un primo avvicinamento a carattere economico nel corso degli anni Duemila, legato al boom delle cosiddette ‘tigri asiatiche’, e successivamente, a causa della crescita delle ambizioni cinesi nell’area, da un avvicinamento, seppure molto cauto, relativo alle tematiche della difesa e della sicurezza marittima in particolare.

Secondo Elvio Rotondo, Country Analyst de Il Nodo di Gordio, “il rafforzamento delle relazioni tra Stati Uniti e Vietnam arriva nel 2014 quando Hanoi aveva protestato contro le azioni della Cina. La Cina aveva collocato un impianto di trivellazione nelle acque vicino alle isole Paracel, rivendicate dal Vietnam, evento che ha scatenato rivolte anti-cinesi nel Paese. Questo evento, insieme al build up della Cina nel Mar Cinese Meridionale, aveva portato alla revoca da parte degli Stati Uniti delle sanzioni al Vietnam: evento importante che ha permesso la ripartenza dei rapporti tra due Paesi in guerra per un lungo periodo, chiudendo così uno dei capitoli più cupi della politica estera americana”.

La maggiore assertività di Pechino nell’area del Sud-Est asiatico ha impresso un’accelerata decisiva alla diversificazione militare da parte del Vietnam orientando il Paese a una cooperazione proprio con gli Stati Uniti allo scopo di proteggere i propri interessi costieri dall’aggressività cinese. “In seguito alla militarizzazione dell’area portata avanti dalla Cina con la costruzione di una serie di isole artificiali destinate alle installazioni militari, e dopo il grave incidente del 2014 causato dalla perforatrice che i cinesi portarono di fronte alle coste vietnamite in palese violazione dei diritti di Hanoi sulla sua Zona Economica Esclusiva, il Vietnam si è trovato di fronte alla necessità di rivedere la propria strategia militare, tradizionalmente basata in via prevalente sullo strumento terrestre a causa dell’esperienza maturata tanto durante la guerra con gli Stati Uniti quanto in occasione degli incidenti di frontiera con la Cina”- sottolinea Tosato – “Oggi, il Vietnam è costretto ad adottare una dinamica di protezione delle proprie coste e della propria Zona Economia Esclusiva e a tal fine la politica di Hanoi è chiamata ad individuare forniture militari agevolate messe a disposizione da partner diversi da quelli a cui si è finora rivolta. Se infatti negli ultimi anni il Vietnam ha potenziato la propria marina militare soprattutto grazie ai tradizionali armamenti russi, il pattugliamento della Zona Economica Esclusiva e la necessità di prevenire scontri con la marina cinese ha reso prioritario per il Paese il potenziamento della propria Guardia Costiera. In relazione a questo particolare settore il Vietnam ha cercato l’ausilio di alcuni partner regionali a cui appoggiarsi per portare avanti le sue rivendicazioni. Fra questi partner una posizione di prima piano è rivestita proprio dagli Stati Uniti i quali hanno consegnato una serie di pattugliatori in disuso della propria Guardia Costiera alla Guardia Costiera vietnamita. Nel comunicato ufficiale seguito alla visita del presidente Usa Donald Trump in Vietnam del 12 novembre scorso, Hanoi ringrazia infatti espressamente gli Stati Uniti per la fornitura di un pattugliatore Hamilton Class a condizioni estremamente vantaggiose”.

Un avvicinamento reciproco il quale, secondo Tosato, “non può essere considerato l’anticamera di un’ alleanza militare vera e propria fra i due Paesi perché le ‘scorie’ della passata guerra esistono ancorae parte della leadership vietnamita attuale è costituita da uomini che hanno partecipato a quel conflitto o da loro diretti discendenti. Tuttavia è evidente come fra Usa e Vietnam vi sia una relazione molto positiva che è destinata a evolversi ulteriormente perché entrambi i Paesi traggono importanti vantaggi da tale relazione”.

Una relazione culminata nel memorandum triennale d’intesa sulla cooperazione in materia di difesa fra i due Paesi, annunciato in occasione della recente visita di Trump in Vietnam dello scorso novembre e il cui contenuto viene ricostruito in dettaglio da Elvio Rotondo: “Il 12 novembre scorso, durante la visita di Trump ad Hanoi, nella Dichiarazione congiunta di Usa e Vietnam, si afferma l’impegno americano ad una maggiore cooperazione nel settore della difesa e una soluzione condivisa per affrontare le sfide della sicurezza regionale. E’ stato confermato il piano d’azione 2018-2020 sulla cooperazione della difesa tra Stati Uniti-Vietnam per attuare il ‘2011 Memorandum of Understanding’ (MOU) sull’avanzamento della cooperazione bilaterale di difesa e il ‘2015 Joint Vision Statement on Defense Relations’, rafforzando le relazioni bilaterali di difesa nelle aree marittime di sicurezza, assistenza umanitaria e soccorso in caso di calamità, operazioni di mantenimento della pace e superamento delle questioni legate alla guerra. Secondo la dichiarazione congiunta i due Paesi sarebbero intenzionati ad estendere, gradualmente, la cooperazione in materia di sicurezza e intelligence, migliorando la condivisione delle informazioni e la formazione congiunta su questioni di interesse reciproco. Sarebbe previsto anche il rafforzamento della cooperazione in materia di cyber security attraverso l’aumento degli scambi di delegazioni e la condivisione delle informazioni, e l’interesse da parte di Hanoi per una più stretta collaborazione anche in materia di sicurezza aerea e antiterrorismo”.

Questa intesa permette al Vietnam, grazie alle tecnologie fornite dagli Stati Uniti, di incrementare le proprie capacità di gestire la sicurezza della propria Zona Economica Esclusiva e di pattugliare in modo efficace le proprie acque territoriali” – afferma Tosato – “Il Vietnam non ha ancora le capacità sufficienti per far fronte a tali esigenze, pertanto gli Stati Uniti si sono impegnati a fornire tecnologia radar, strumenti di supporto e un notevole bagaglio di know-how al fine di incrementare le dotazioni della Marina e della Guardia Costiera vietnamita. In secondo luogo, l’intesa permette di continuare l’importante campagna di sminamento del territorio di cui il Vietnam ha estremamente bisogno essendo ancora numerosi i residuati bellici del passato conflitto, i quali sono fonte di notevoli pericoli per la popolazione e impediscono lo sfruttamento agricolo di vaste aree del Paese”.

Ma è il terzo punto al centro dell’intesa bilaterale a costituire la novità più dirompente, secondo la ricostruzione di Tosato Vietnam e Stati Uniti hanno discusso “la possibilità per le unità della Marina Militare americana di tornare a fare scalo nei porti vietnamiti. A partire dal 2018 è infatti previsto l’invio di un gruppo portaerei americano a Cam Ranh Bay, la più importante infrastruttura portuale del Paese: si tratterebbe di un segnale simbolico di importanza storica che costituirebbe anche un forte avvertimento alla Cina perché, se già gli Stati Uniti sono impegnati insieme ad altri Paesi della regione in una serie di manovre volte a sancire la libertà di navigazione in opposizione alle rivendicazioni cinesi sul Mar Cinese Meridionale, è chiaro che il possibile via vai di gruppi portaerei statunitensi in Vietnam limita di molto le ambizioni di Pechino nell’area e costituisce un’importante sfida alle dinamiche che la Cina vorrebbe imporre in quel tratto di mare”.

L’accordo apre inoltre le porte ad una condivisione di informazioni in materia di intelligence ed a una cooperazione sul fronte della sicurezza informatica, tematiche chiave per un rafforzamento delle relazioni bilaterali in materia di difesa e ulteriori occasioni per creare un fronte comune che si opponga all’assertività cinese. “Nella situazione attuale il Vietnam si trova in una situazione internazionale complicata perché da un lato il Paese dipende dagli investimenti cinesi per il suo sviluppo economico, i quali sono molto ingenti e non sono al momento rinunciabili, dall’altro la stessa leadership vietnamita è molto cauta per quanto riguarda l’apertura nei confronti della controparte americana. Pertanto bisognerà vedere sino a che punto il Governo di Hanoi si spingerà nella condivisione dei dati di intelligence, i quali costituiscono assets strategici per il Paese, proprio con gli Stati Uniti” – afferma Tosato – “Tuttavia, quando si parla di intelligence e di informatica in quell’area del mondo, ci si riferisce inevitabilmente a quelle che sono le capacità cinesi di creare determinate situazioni anche attraverso lo sfruttamento della rete informatica a fini di propaganda o di spionaggio. Pertanto, in riferimento, ad esempio, ai dati relativi alle installazioni cinesi nel Mar Cinese Meridionale, la cooperazione bilaterale potrebbe essere piuttosto spinta: se il framework complessivo dell’accordo verrà implementato e gli Usa potranno effettivamente dare una mano al Vietnam al fine di creare un sistema di allerta per la sicurezza marittima, il futuro maggior sviluppo del Paese su questo fronte potrà permettere una condivisione delle relative informazioni anche con gli Stati Uniti”.

La storica intesa fra Stati Uniti e Vietnam risponde a una precisa esigenza di entrambi i Paesi, il contenimento dell’influenza cinese nell’area, obiettivo che nessuna delle due parti è in grado di raggiungere da sola: non il Vietnam, privo del peso diplomatico necessario per far valere le sue istanze, né gli Stati Uniti, sempre più decisi, sotto la Presidenza Trump, a ridimensionare la propria presenza nell’area indo-pacifica. “Dopo il cambiamento di prospettiva sul Mar Cinese Meridionale da parte delle Filippine, che insieme ad Hanoi erano il maggior protagonista dell’istanza portata avanti per il rispetto del diritto internazionale nell’area, il Vietnam rimane l’unica grande nazione nella regione che si trova a dover contrastare un gigante quale quello cinese” – ricorda Tosato – “Pertanto la nascita di questa nuova cooperazione con gli Stati Uniti costituisce uno strumento che soddisfa gli interessi di entrambe le parti: da una parte il Vietnam perché da solo non riuscirebbe ad avere un peso politico decisivo nelle opportune sedi internazionali chiamate a dirimere la controversia del Mar Cinese, dall’altra parte Stati Uniti, alle prese con la difficile questione nordcoreana, i quali otterrebbero il supporto di un importante attore regionale con un’economia in espansione e una popolazione in crescita come il Vietnam potendo di conseguenza puntare ad inserire tale Paese in un’ampia alleanza regionale con le potenze dell’India e del Giappone, al fine di creare un’efficace architettura in grado di contenere le posizioni molto assertive della Cina in quello scacchiere. Attraverso la mossa dell’avvicinamento al Vietnam, inoltre, gli Stati Uniti possono rafforzare la propria posizione non unilateralmente, ma attraverso la creazione di una rete di partner regionali. Gli Usa non vogliono avere una presenza diretta eccessiva nella regione perché questo comporterebbe una serie di difficoltà e rischierebbe di mettere in secondo piano le priorità attuali della politica estera americana, per questo Washington punta a individuare partner importanti con cui cooperare e l’intesa con il Vietnam si colloca in questa direzione”.

Gli accordi tra i due Paesi non dovrebbero cambiare molto la strategia di Washington” – sottolinea Rotondo – “il Pentagono continuerà a sostenere la libertà di navigazione nel Mar Cinese Meridionale come ha fatto finora e a contrapporsi a Pechino che rivendica quasi l’intera area (80 per cento) attraverso la quale passano ogni anno più di 5 miliardi di dollari del commercio mondiale e nei cui fondali sarebbero presenti consistenti giacimenti di gas e petrolio. D’altra parte Hanoi non farà particolari concessioni agli Usa, in quanto la forza del Vietnam sta proprio nella sua politica di difesa a lungo termine basata sui “Tre NO“: nessuna alleanza militare, nessuna base militare straniera sul suolo vietnamita e nessuna cooperazione con un altro stato per combatterne un terzo”.

La penetrazione statunitense in Vietnam costituirebbe inoltre una preziosa occasione per limitare anche l’influenza russa sul Paese, resa possibile dalla dipendenza del Vietnam dalle forniture militari di Mosca: “chiaramente una maggiore presenza americana nel Paese (difesa e accordi commerciali) andrebbe ad incidere positivamente sull’assetto geopolitico regionale dove, oltre alla presenza cinese, c’è una Russia che continua a farsi avanti con varie forniture ad Hanoi, soprattutto di armamenti” – sottolinea Rotondo – “si parla di una quota di mercato russo delle armi pari al 90% con il Vietnam negli ultimi anni, pari a circa l’11% del mercato russo secondo gli esperti militari (Sputnik). Il Vietnam ha fatto un salto particolarmente consistente dall’essere il 29° importatore di armi nel 2007-11 al 10° nel 2012-16, con un aumento del 202%”.

Hanoi, d’altro canto, ha tutto l’interesse a non cadere nell’ ‘abbraccio mortale’ della Cina e guarda quindi agli Stati Uniti come una preziosa ‘finestra strategica’ per mantenere il proprio posizionamento nella regione, senza al contempo irritare l’ingombrante ma necessario vicino cinese. Secondo Francesco Tosato, infatti, “il Vietnam innanzitutto è un Paese molto orgoglioso della propria storia e della propria indipendenza pertanto non accetterà provocazioni militari troppo spinte da parte della Cina. D’altra parte, è anche un Paese che non assume posizioni troppo allineate con uno solo dei grandi player dell’area. Pertanto potrebbe esserci un tentativo da parte di Hanoi di mantenere da un lato i tradizionali e necessari rapporti economici con Pechino e al contempo rafforzare il proprio posizionamento dal punto di vista politico-strategico rispetto ad altre grandi potenze regionali, su tutte il Giappone, interessato ad aiutare il Vietnam per bilanciare l’influenza di Pechino nel Mar Cinese Orientale, l’India e, appunto, gli Stati Uniti”.

Resta invece in secondo piano la questione della fornitura di sistemi d’arma ad Hanoi, una questione che al momento non costituisce una priorità per il Paese e che incontra ancora un’ostilità diffusa da parte dei vertici politico-militari vietnamiti, ma il cui sviluppo nel prossimo futuro non può e non deve essere escluso: “nonostante il venir meno del bando alla vendita di armamenti al Vietnam, revocato negli ultimi mesi della Presidenza Obama, e l’offerta da parte del nuovo Presidente Trump di vendere missili alle forze armate vietnamite, Hanoi non ha ancora acquistato armamenti di provenienza statunitensi sia perché dispone di altri canali di approvvigionamenti sia a causa di una sfiducia da parte della leadership nel comprare armi da un ex nemico. Tuttavia è opportuno sottolineare come il Presidente Trump non si sia discostato dai propositi del suo predecessore e abbia in un certo senso ‘spiazzato’ tutti con questa sua offerta di vendita di tecnologia missilistica al Vietnam e se al momento Hanoi non ha ancora dato seguito a questa offerta, siamo comunque di fronte a un cambiamento significativo dal punto di vista psicologico della strategia militare Usa verso il regime vietnamita”, conclude Tosato.

L’implementazione di un accordo così complesso e di portata anche storica costituisce un lungo percorso certo non privo di ostacoli. Fra questi non sembra potersi annoverare l’elevato deficit commerciale, circa 32 miliardi di dollari nel 2016, esistente fra Washington e Hanoi, in quanto compensato dalla possibilità che il Vietnam diventi partner commerciale privilegiato nella nuova strategia di intese economiche bilaterali portata avanti dall’Amministrazione Trump. Secondo l’opinione di Francesco Tosato: “Al momento sembra che la Presidenza Trump stia cercando di incrementare quelli che sono i rapporti anche commerciali con il Vietnam, tanto che nella stessa dichiarazione conclusiva del recente vertice di novembre si faceva riferimento a una serie di risultati ottenuti sul versante della liberalizzazione nel settore agricolo e della maggiore possibilità di ingresso dei prodotti americani nel Paese. Il Vietnam rappresenta un Paese interessante dal punto di vista economico in quanto è caratterizzato da una crescita lenta, ma costante, ha una popolazione giovane con numerosi bisogni da soddisfare e di conseguenza gli Usa svilupperanno sicuramente un rapporto commerciale positivo con Hanoi. Se infatti, gli Stati Uniti tendono a diffidare da accordi economici multilaterali preferendo la conclusione di intese bilaterali ritenute più vantaggiose, il Vietnam, fra i vari Paesi asiatici, potrebbe godere di una corsia preferenziale sia in virtù degli interessi nel comparto difesa, che potrebbe portare a investimenti suscettibili di ridurre il deficit commerciale in corso con gli Usa, sia per quanto riguarda i possibili sbocchi in settori civili quali la tecnologia o la meccanica”.

 

L’avvicinamento fra Stati Uniti e Vietnam nel settore della sicurezza, lungi dall’essere frenato dagli squilibri della bilancia commerciale, costituisce un importante passo avanti in una partnership commerciale già iniziata nell’era Obama: “Nel 2016 il riavvicinamento tra Vietnam e Stati Uniti aveva significato anche accordi commerciali tra i due Paesi per un valore complessivo di 16 miliardi di dollari. La compagnia aerea vietnamita e la Boeing americana avevano finalizzato un ordine per 100 aerei 737 MAX 200, il più grande ordine per aerei commerciali di sempre dell’aviazione vietnamita, una commessa di circa 11,3 miliardi di dollari finalizzata all’espansione dei voli internazionali e nazionali della compagnia aerea vietnamita, Vietjet” – sottolinea Rotondo. Oggi, questo avvicinamento fornisce nuove opportunità di crescita delle relazioni bilaterali: “durante la visita del presidente Trump sono stati annunciati nuovi accordi commerciali del valore di 2 miliardi di dollari. Entrambi i leader hanno inoltre accolto con favore l’espansione dei legami energetici bilaterali, con l’importazione da parte del Vietnam di gas naturale liquefatto dagli Stati Uniti, nonché le misure adottate dal Vietnam per migliorare la propria capacità di generazione di energia solare con il sostegno degli Stati Uniti”, conclude Rotondo.

Ben più consistenti risultano invece gli ostacoli dati dalla sfiducia di lunga data dell’establishment vietnamita nei confronti dell’ex nemico americano nonché dalla tradizionale riluttanza della politica estera di Hanoi a schierarsi apertamente dalla parte degli Stati Uniti o della Cina, i maggiori competitors dell’area. “A causa dei pregressi storici nei rapporti fra i due Paesi, le aperture che sta portando avanti il Vietnam sono piuttosto caute: non vedremo certamente un ‘abbraccio’ caldo e spontaneo fra le due nazioni, salvo naturalmente una degenerazione della situazione nella regione attraverso scontri diretti fra la marina vietnamita e quella cinese” – sottolinea Tosato – “Al contrario, nella situazione attuale, caratterizzata da una sfida sino-vietnamita non dichiarata, ma mascherata da una serie di schermaglie quali il progressivo consolidamento militare di Pechino nel Mar Cinese, il Vietnam si terrà un margine di manovra in quanto Hanoi economicamente è ancora molto legata alla Cina pertanto non sarà la prima a porre in essere manovre spericolate nei suoi confronti”.

Anche secondo Elvio Rotondo “l’avvicinamento del Vietnam agli Stati Uniti e a Tokyo rappresenta motivo di tensione con i cinesi e proprio per questo che Hanoi dovrà continuare a giocare sull’equilibrio e muoversi con cautela e lungimiranza nelle scelte strategiche del Paese. La Cina, attualmente, è il più grande partner commerciale e un alleato ideologico di lunga data per il Vietnam, ed è anche la principale fonte di importazioni. Negli ultimi anni i due Paesi hanno promosso relazioni politiche ed economiche, con un volume di commercio bilaterale che secondo le stime cinesi, nel 2016, valeva 98 miliardi di dollari, numeri in grado di rendere la Cina il più grande partner commerciale del Vietnam negli ultimi 13 anni”. Ad aggravare ancor di più il quadro vi è un’ulteriore controversia che divide le due nazioni e rischia di essere foriera di tensioni: la questione relativa allo sfruttamento del Delta del Mekong. Come sottolineato da Elvio Rotondo: “A parte il disaccordo sulle isole del Mar Cinese Meridionale, un’altra questione sta diventando sempre più importante, la dipendenza dal fiume Mekong da parte del Vietnam per il suo approvvigionamento idrico. Come riportato in un articolo sul Nodo di Gordio, la Cina e altri Paesi costruiscono dighe idroelettriche a monte del fiume per soddisfare le proprie necessità. Le dighe pregiudicano la quantità d’acqua che arriva a valle, danneggiando così il Delta del Mekong, in Vietnam, dove si coltiva circa la metà del riso prodotto dal Paese, la quasi totalità della frutta si pesca oltre il 70% del pesce. La questione sull’uso dell’acqua del Mekong probabilmente potrebbe essere molto più importante rispetto alla disputa sulla sovranità delle isole. Il controllo dei flussi d’acqua potrebbe diventare strumento di ricatto politico e fonte di tensione”.

Tuttavia, l’attuale approccio prudente adottato dal Vietnam per non cadere nelle lotte di potere fra Washington e Pechino può essere visto non solo come un possibile ostacolo, ma anche come un’opportunità per uno sviluppo graduale dei rapporti fra i due Paesi. Secondo Francesco Tosato: “L’attuale equilibrismo nelle relazioni fra Washington e Hanoi al momento fa bene a entrambe le parti.Anche negli Stati Uniti, infatti, esiste ancora una memoria storica piuttosto doloroso legata alle vicende della guerra. Pertanto questo schema basato su ‘piccoli passi’ permette ad entrambi di avanzare nella cooperazione senza creare scossoni troppo forti rispetto alle cicatrici del passato. Probabilmente, in un’ottica post-2020, alla scadenza dell’attuale intesa triennale, se l’accordo avrà funzionato gli Stati Uniti cercheranno di spingere ulteriormente la cooperazione verso un livello successivo e a quel punto la vera scommessa sarà vedere se anche il Vietnam, la cui leadership trova ancora la sua legittimazione direttamente dalla guerra con gli Usa, sarà ugualmente pronta al grande passo”.

 

Fonte: L'Indro