28 SETTEMBRE 2017
Migranti dall’Africa, i casi di Algeria e Marocco
DI Francesco Cutello - L'Indro

Contenere la migrazione dall’Africa verso l’Europa e portare avanti politiche di anti terrorismo. Non si tratta di un annuncio di Trump o dell’Unione Europea, bensì delle recenti politiche che stanno intraprendendo Marocco e Algeria.

L’Algeria, nel luglio di quest’anno, aveva annunciato un piano per regolarizzare i migranti irregolari e conceder loro un permesso di lavoro che gli desse la possibilità di stabilirsi, per qualche tempo, entro il territorio nazionale. Una decisione presa con l’intenzione di trattenere un numero fra i 25 mila e i 100 mila migranti irregolari, che il Paese pensa di riuscire ad assorbire in settori dove è carente la manodopera, come quelli agricolo ed edile.

“In realtà si tratta di politiche a corto respiro, che vengono intraprese ciclicamente da questi Paesi”, ci dice Lorenzo Marinone, analista del desk Nord Africa e Medio Oriente per il Ce.S.I., Centro Studi Internazionali.Entrambi applicano, a seconda delle esigenze del momento, soluzioni permissive o stringenti nei confronti dei migranti, non si tratta di progetti a lungo raggio”.

La decisione algerina va di pari passo con quanto il Marocco si propone di fare già da qualche anno. Nel 2013, il Paese nordafricano aveva infatti concesso 25 mila permessi lavorativi di un anno, dei quali avevano beneficiato persone provenienti da 116 Paesi differenti, in primis Senegal, Syria e Nigeria. L’Algeria ha voluto seguire questo indirizzo, trovandosi anch’essa su una delle rotte che dall’Africa centrale portano verso l’Europa, la via occidentale. Una direttiva non certo calda come quella libica, ma che ha tuttavia visto raddoppiarsi il numero di persone che transitano dall’area: da 5 mila nel 2010 alle oltre 10 mila del 2016.

Con la chiusura della rotta del Mediterraneo centrale, i flussi migratori si sono spostati verso i territori occidentali dell’Africa”, dice Marinone. “Marocco e Algeria stanno cercando di avvantaggiarsi da questa situazione, portando manodopera in settori che vogliono rilanciare, come, per l’Algeria, quello degli idrocarburi”.

I due Paesi stanno portando avanti politiche per trattenere migranti dal centro Africa nei loro territori, offrendo lavoro e opportunità. Ma funziona davvero?

Sono diversi gli aspetti da considerare in queste recenti politiche dei due Paesi. Il primo è quello relativo ai rapporti con l’Unione Europea. Attraverso una politica che blocca, temporaneamente, l’afflusso di migranti da un continente all’altro, Marocco e Algeria puntano a garantirsi il favore dell’Europa, e avere una carta da giocarsi per ottenere aiuti in ambito di sviluppo economico e commerciale. Non per niente, l’Europa stessa ha messo i due Paesi nella lista dei 16 nordafricani verso cui destinare fondi e aiuti. Fondi che i due Stati nordafricani potranno reclamare forti di un potere negoziale che deriva dal controllo su un tema così cruciale per l’Europa.

Bruxelles sta ultimamente considerando la sponda dei Paesi a sud come prioritaria”, dice LorenzoMarinone. “Specialmente per quel che riguarda investimenti e infrastrutture, in particolar modo in campo energetico, in cui potrebbero arrivare più fondi che in passato”.

Altro elemento caro tanto al vecchio continente quanto a Marocco e Algeria è la lotta al terrorismo. Una volta tanto, non progettata attraverso azioni di tipo militare, ma cercando di sgonfiare i focolai di protesta che divampano in Africa, cercando di offrire alternative di tipo economico a potenziali futuri combattenti. Con l’accoglienza dei migranti e l’offerta di posizioni lavorative, i Governi di Marocco e Algeria sono convinti di poter dare una mano nel contenere la radicalizzazione in determinati ambienti ed evitare che nuovi miliziani si uniscano ai gruppi di matrice terroristica, consapevoli che sono spesso condizioni di vita disagiate e scarsità di opportunità economiche a spingere i giovani nelle mani dei gruppi armati. Basti pensare alla presenza di al-Qaeda, che in quest’area dell’Africa prende nome di AQIM – al-Qaeda in the Islamic Maghreb -, e all’ISIS, che ha dichiarato l’Algeria come territorio in cui opera attivamente attraverso alcune sue cellule.

L’economia gioca quindi un ruolo fondamentale. Attraverso l’accoglienza si sottraggono sì risorse all’ISIS, ma soprattutto si coprono dei buchi nel mercato lavorativo dei due Paesi. Entrambi, infatti, soffrono di alti tassi di disoccupazione, tuttavia registrano carenza di manodopera in alcuni settori. In Algeria, ad esempio, nel campo delle costruzioni manca personale, che il Governo punta a trovare nelle popolazioni migranti dall’Africa centrale. Un processo già, peraltro, in atto in Marocco, in cui molti lavoratori da altri Paesi vengono impiegati nel reparto edile, agricolo e nell’industria. Quei lavori che i locali non vogliono fare, e che trovano risorse proprio nell’immigrazione.

Se è vero che la decisione non è stata accolta benissimo da parte della popolazione locale, preoccupata dell’arrivo di malattie e da tassi di disoccupazione elevati (30 per cento in Algeria, 25.5. per cento in Marocco), i Governi di entrambi i Paesi sembrano convinti di poter integrare nuovi migranti all’interno delle proprie economie. Già negli anni passati, Algeria e Marocco hanno infatti concesso fra i 50 e i 70 mila permessi lavorativi e per la residenza. La forte predisposizione dell’economia algerina verso gli idrocarburi, per un valore stimato di 548 miliardi di dollari, sembra garantire abbastanza lavoro per un crescente numero di migranti, così come si presuppone di fare il Marocco per il suo settore agricolo.

Entrambi i Paesi hanno motivazioni interne che li portano a cercare soluzioni per il contenimento dei flussi migratori”, dice Marinone. “In Marocco, le enclave spagnole sul territorio vengono prese di mira dai migranti, che hanno spesso provato a forzare le protezioni per poter accedere a queste aree del Paese. Il Marocco ha esigenza di contrastare questa pressione, e lo sta facendo cercando di inserire i migranti nel suo circuito.

L’Algeria ha altro tipo di esigenza. Il suo primo obiettivo di politica interna è rilanciare il mercato del lavoro nel settore energetico, specialmente per quel che riguarda gli idrocarburi. Trattandosi di politiche di corto respiro, nel caso la pressione sociale diventi eccessiva, il Governo cambierà approccio secondo le esigenze”.

In definitiva, non sembra quindi che queste politiche possano essere una chiave per contenere i flussi migratori e cercare soluzioni direttamente in Africa.

Come dicevo, si tratta di politiche cicliche, che cambiano anche ogni due o tre anni, a seconda delle contingenze”, ribadisce l’analista Ce.S.I. “Tuttavia, entrambi i Paesi, in particolar modo il Marocco, sono da molto tempo in buone relazioni con l’Europa, nonché molto attenti alle politiche migratorie. Rabat è entrata nell’Unione Africana e sta portando avanti un dialogo con i Paesi dell’Africa occidentale e dell’ECOWAS, [associazione economica africana, di cui fanno parte 15 Paesi del continentendr], anche sulla gestione dei flussi migratori. Da questo punto di vista, le soluzioni intraprese sono sicuramente più ragionate sul lungo periodo”.

Fonte: L'Indro