14 SETTEMBRE 2017
Cina e India, i nuovi equilibri fra le potenze dell’Asia
L'Indro
La crescita delle economie dei due Paesi sta ridefinendo i rapporti fra i due Paesi e le alleanze internazionali. Ne abbiamo parlato con due analisti, Francesca Manenti del Ce.S.I. e Lorenzo Mariani dello IAI.
 
La tensione sull’altopiano del Doklam sembra essersi al momento placata. Nelle zone di confine che separano i territori di India, Cina e Bhutan, le ambigue delimitazioni del territorio hanno sempre rappresentato un alibi per le Nazioni confinanti –specialmente India e Cina – nell’avanzare pretese e conquistare qualche metro in più da una parte o dall’altra.

Nei territori di confine non esistono certezze, soltanto convenzioni. Per questo, nessuna delle due super potenze asiatiche ha mai visto la propria avanzata come un’invasione, quanto come una legittima occupazione di territori considerati propri. In un contesto simile, difficile trovare punti che mettano d’accordo entrambe le parti, specialmente in una situazione diplomatica non serena che contraddistingue, oggi, i rapporti fra India e Cina.

Il recente episodio sull’altopiano del Doklam ha posto l’attenzione su equilibri internazionali che, oggi, sembrano decisamente fragili. Da una parte, la Cina, concentrata sul suo progetto di espansione commerciale e politica del suo progetto One Belt One Road. Dall’altra, l’India del Primo Ministro Narendra Modi, che ha preso le redini del Paese con la volontà di portarlo al centro degli equilibri asiatici e di rappresentare un’alternativa al potere di Pechino.

La questione del Doklam nasce dalla volontà cinese di andare a costruire una strada nel Bhutan. Il Governo indiano ha visto in questo un percorso di avanzamento verso il proprio territorio, e comunque una lesione della sovranità del Paese” dice Francesca Manenti, analista per il Ce.S.I. – Centro Studi Internazionali.

Ma la questione rivela dinamiche più profonde, che riguardano gli equilibri geopolitici dell’area orientale. “Questo accadimento rientra nel discorso di una Cina che sta portando avanti una grande rete infrastrutturale, quella del progetto One Belt One Road”, continua la Manenti. “Un’interconnessione tra la Cina e l’Asia centrale, fino ad arrivare in Europa, che, inevitabilmente, non è solo un progetto economico, ma anche politico. La presenza di infrastrutture e interessi economici lungo i Paesi della Via della Seta permette alla Cina di stringere rapporti politici con i Paesi interessati dal piano. È un progetto che allarga gli interessi cinesi in un’area in cui l’india era ben presente. Ed è proprio per questo che per l’India, in situazioni simili, scatta l’allarme”.

L’India è decisamente contraria al One Belt One Road perché è un progetto sostanzialmente sinocentrico”, dice l’analista dell’Istituto Affari Internazionali Lorenzo Mariani. La mancanza d’appoggio del Governo Modi al piano cinese, manifestatasi apertamente con la sua assenza al summit per la presentazione del progetto, è il più grande segnale di come l’India si pone di fronte ad esso. In realtà, come spiega Mariani, i due Paesi, al di fuori di quello che viene definito il ‘progetto del secolo’, si trovano a condividere e ad essere presenti su diverse proposte multilaterali.

Se guardiamo all’AIIB, l’Asian Infrastructure Investment Bank, [il fondo finanziatore del One Belt One Road, ndr], ci troviamo dentro l’India”, dice Mariani, “così come per altri tipi di progetti promossi da Pechino, come la Regional Comprehensive Economic Partnership e la Shangai Cooperation”.

Come del resto si trovano a partecipare insieme come membri dei BRICS. Proprio nel recente incontro dei BRICS, avvenuto a inizio settembre, è stato l’incontro fra Xi Jinping e Narendra Modi, il primo dopo la crisi del Doklam, ad attirare l’attenzione dei media. Un’occasione che ha rivelato una sostanziale freddezza nei rapporti fra i due capi di stato, come evidenzia Francesca Manenti, e in cui ci si aspettava una reazione decisa dell’India rispetto al progetto One Belt One Road, come invece sottolinea Mariani, che invece non c’è stata.

Come reagisce allora l’India di Narendra Modi ad una crescente sfera d’influenza cinese in Asia e nel contesto globale. “Modi sta cercando di costruirsi una serie di relazioni con quei Paesi che hanno qualcosa da ridire con la Cina, come ad esempio il Vietnam e alcuni Paesi del sud est asiatico in contrasto con la politica cinese nel Mar Cinese Meridionale, come è il caso dell’Indonesia”, spiega Francesca Manenti.

L’obiettivo indiano è volto a stringere rapporti con Paesi, seppur piccoli in ambito internazionale, che potrebbero però rappresentare nuovi alleati in grado di creare una sorta di maglia di contenimento dell’avanzata cinese, una rete di alleanze su cui poter fare affidamento. Spiega Francesca Manenti: “Pensiamo al rapporto India – Giappone, consolidato in questi anni, che permette all’India di avere un partner nel Pacifico – area in cui l’India non è storicamente presente – con cui andare a giocare su altri fronti, come ad esempio l’Africa.” Continente africano che è un’area in cui la Cina è ormai presente da diversi anni. “India e Giappone stanno cercando di creare una sorta di alternativa alla Cina per un ruolo maggiore anche negli equilibri dell’Africa”.

Esiste un altro tipo di progetto che Modi sta portando avanti parallelamente a quello cinese del One Belt One Road, e attraverso cui l’India cerca di costruire un’alternativa commerciale, volendo rinunciare a qualsiasi avallo al progetto cinese.

Si tratta dell’India International North South Transport Corridor, spiega Lorenzo Mariani. Un progetto che, partendo da Mumbay arriverà fino alla Russia. “È un accordo già siglato tra Nuova Dehli e Teheran (passerà anche per l’Iran) e un timido tentativo per proporre un corridoio che non lasci isolato il Paese in risposta alla OBOR”.

In tutto questo, anche gli Stati Uniti di Donald Trump sono costretti ad entrare nella partita. In un contesto mondiale in cui la Cina minaccia la sovranità politica ed economica statunitense, le mire del tycoon sembrano portare sempre più verso la direzione di Nuova Dehli, anche se la realtà è ben più complessa.

In effetti, dalle ultime dichiarazioni di Trump riguardo la sua politica ad est, con particolare riferimento all’Afghanistan, sembra che gli Usa siano fortemente sbilanciati in favore dell’India”, dice Francesca Manenti.Modi potrebbe sfruttare questa apertura clamorosa di Trump per creare un asse parallelo a quello esistente tra Pechino e il Pakistan, ad esempio”.

In tutto questo, c’è da considerare quella che, al momento, è la priorità degli Stati Uniti su questioni di politica estera, ovvero la questione nordcoreana. “Il fronte caldo di Washington è la Corea del Nord, che stringe America e Cina a trovare una soluzione”, dice Mariani.  “Tutto ciò gioca contro la politica di Modi, anche perché, essendo Cina e Usa i due principali attori coinvolti nella crisi nordcoreana, Washington dovrà per forza fare concessioni a Pechino, e questo potrebbe limitare l’aiuto statunitense alla causa indiana”.

Un elemento sottolineato anche da Francesca Manenti.Il rapporto fra Washington e Pechino è molto pragmatico, nonostante i proclami di Trump in campagna elettorale. Esistono molti dossier, tra cui la crisi nordcoreana, che spingono le due potenze a parlarsi e a cercare soluzioni condivise”.

La Cina può quindi dormire sogni tranquilli? “Gli interessi cinesi nella regione prescindono da quello che è il rapporto tra Stati Uniti e India”. sostiene la Manenti. “Tuttavia, il rafforzamento di questo asse potrebbe portare la Cina a giocarsi la carta di un’alleanza con Islamabad. In questo momento, il Pakistan non rappresenta una regione importante solo in chiave anti indiana, ma anche da un punto di vista commerciale. Dal Pakistan passerà lo sbocco marittimo della Cina sull’Oceano Indiano, che fungerà da collegamento tra via terrestre e via marittima del progetto One Belt One Road”.

 

Fonte: L'Indro