05 GIUGNO 2017
Le sfide nel Mediterraneo di NATO, G7 E OSCE_Airpress

“La nostra pianificazione è quarantennale perché i cambiamenti strategici e operativi che si prefigurano hanno questi tempi. Non è detto che i flussi migratori dureranno 40 anni, ma i loro effetti sì”. Il generale Claudio Graziano, capo di Stato maggiore della Difesa, l’ha buttata lì con il tono normale di un militare che pianifica per mestiere e poi aspetta le decisioni della politica, eppure la vera sfida sta proprio nell’acquisire una mentalità di prospettiva e non legata al presidente degli Stati Uniti o al presidente del Consiglio italiano pro tempore.

La presentazione dell’edizione 2017 dell’Atlante geopolitico del Mediterraneo realizzato dal Cesi, Centro studi internazionali, e dall’Istituto di studi politici S. Pio V, quasi 380 pagine di notizie e analisi di grande attualità, è stata una palestra di opinioni moderate da Stefano Polli, vicedirettore dell’Ansa. Graziano ha unito i tre grandi temi dell’immigrazione, della lotta al terrorismo e di quella alla criminalità transnazionale sostenendo che è indispensabile “un approccio simultaneo da parte della comunità internazionale”. I movimenti migratori che partono dal Sahel meridionale rendono necessaria anche lì un’attività di “capacity building”, quindi di addestramento e di sostegno ai Paesi dell’area, “ma la soluzione sfugge alla parte militare”. L’attività Nato in zone di crisi della quale l’Italia è parte fondamentale continua, per esempio, “in Kosovo, che è nel cuore dell’Europa – ha aggiunto il generale – così com’è importante la decisione di creare un hub antiterrorismo nel comando Nato di Napoli” per pianificare e implementare tutte le missioni dell’Alleanza sul fronte Sud.

Secondo Andrea Margelletti, presidente del Cesi, l’istituzione di questo hub è il premio agli sforzi italiani degli ultimi anni per non far guardare la Nato solo verso Est. Di fronte all’enormità e alla complessità dei problemi, però, ha aggiunto che “non bisogna chiedersi ‘dove dobbiamo guardare’, ma ‘che cosa dobbiamo guardare’”. Su questa linea, non è vietato sognare. Il ministro plenipotenziario Dario Brasioli, direttore centrale per i Paesi del Mediterraneo e del Medio Oriente della Farnesina, si è chiesto se sarà possibile immaginare “una nuova Osce”, l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa figlia di quella Csce che nel 1975 nacque con gli accordi di Helsinki. “Una Helsinki nel Mediterraneo è una visione ottimistica – ha ammesso – ma quel modello resta”. L’Italia avrà anche in questo un ruolo importante: in ottobre a Palermo si terrà la “Conferenza Mediterranea” dell’Osce, alla quale sarà invitata anche la Libia, e l’anno prossimo il nostro Paese avrà la presidenza dell’Organizzazione.

Realista è stato Pier Ferdinando Casini, presidente della commissione Esteri del Senato: “Il G7 di Taormina ha confermato che siamo artefici del nostro destino, pur non mettendo in discussione gli storici rapporti con gli Usa, e quindi una politica per il Mediterraneo è un’emergenza per l’Europa”. Emergenza significa anche terrorismo. Non è un caso che al recente vertice Nato di Bruxelles sia stato questo il tema dominante come “nemmeno un anno fa sarebbe stato”, ha detto Andrea Manciulli, presidente della delegazione italiana presso l’assemblea della Nato, il quale con la consueta chiarezza ha invitato a non guardare solo a Mosul o a Raqqa, cioè “l’instabilità che sta dall’altra parte”, perché a essa corrispondono delle “fratture” da questa parte del Mediterraneo. La penetrazione mediatica del jihadismo ci costringe dunque a combatterlo anche nelle periferie delle città europee. Donald Trump, ha aggiunto Manciulli, sta facendo capire che lo sguardo americano è ormai globale (basti pensare alla Corea del Nord) e quindi da questa parte dell’Atlantico occorre “un atto di responsabilità della politica”.

Difendersi significa anche aiutare economicamente i Paesi in difficoltà anche se si rischia di fare un buco nell’acqua se non si colgono le dimensioni del fenomeno e delle “rivalità”. Un esempio fatto da Manciulli è illuminante: qualche anno fa andò al Cairo insieme con l’attuale sottosegretario Enzo Amendola dopo la caduta del presidente Mohamed Morsi e, in qualità di responsabili esteri del Pd, garantirono aiuti economici italiani. La risposta egiziana fu una risata: poco tempo prima era giunta al Cairo lady Catherine Ashton, all’epoca alto rappresentante per la politica estera dell’Ue, che aveva offerto 40 milioni di euro. Peccato che era stata preceduta dal principe saudita che di milioni ne aveva offerti 800. Se queste sono le proporzioni, l’Italia e l’Ue dovranno fare bene i conti.

Fonte: Airpress