20 MARZO 2017
La risposta di Putin_Airpress

La notizia dei nuovi massicci investimenti americani nel comparto difesa rischia di essere destabilizzante per la Russia di Putin, non solo perché può vanificare i progressi finora compiuti da Mosca per ridurre il gap nel comparto convenzionale, ma anche e soprattutto per la rinnovata attenzione che Trump vuole destinare alle armi nucleari.

 

L’annuncio del nuovo presidente degli Stati Uniti in campo militare ha creato una certa preoccupazione
per gli effetti che potrebbe avere sugli equilibri politico-militari a livello globale. Sebbene sia ancora solo una proposta che dovrà essere discussa e approvata dal Congresso, la scelta del presidente americano di destinare circa 603 miliardi di dollari al Pentagono per il prossimo anno, conferma la volontà dell’amministrazione repubblicana di intraprendere un percorso di ammodernamento sostanziale dello strumento militare statunitense per mantenere e, possibilmente, incrementare il vantaggio strategico e tecnologico su ogni altro possibile competitor globale.
Tale orientamento viene già visto con una certa preoccupazione dalla Russia di Vladimir Putin, che, nel corso degli ultimi anni, si è pesantemente impegnata sul piano finanziario per tentare di ridurre il gap militare con Washington, soprattutto sul piano convenzionale dove, dal termine della Guerra fredda, è sempre risultata fortemente deficitaria dal punto di vista dottrinale, tecnologico e qualitativo.
Nel 2011 Mosca ha lanciato un ambizioso piano pluriennale da 700 miliardi di dollari, che prevedeva, entro il 2020, di ammodernare il 70% dell’arsenale militare del Paese, allo scopo di renderlo qualitativamente paragonabile a quello delle Forze armate statunitensi e Nato. Tuttavia, l’impatto delle sanzioni conseguenti all’annessione della Crimea, in congiunzione con la crisi economica determinata dai bassi prezzi di gas e petrolio (principali fonti di finanziamento per il budget statale russo), hanno già spinto il governo a rivedere al ribasso la capacità di impegno finanziario nel comparto difesa.
Infatti, secondo le ultime stime fornite dal ministero dell’Economia russo, nel triennio 2017-2019 la percentuale del Pil dedicata alle Forze armate scenderà dal 3,3% (2017), al 2,8% (2019).
Il contemporaneo crollo del valore del rublo inoltre, fa sì che il bilancio ufficiale russo per la difesa una volta convertito in dollari, si attesti intorno ai 50 miliardi l’anno, ovvero meno di un decimo di quello americano. Questa oggettiva situazione di difficoltà finanziaria, unita alle storiche deficienze qualitative del complesso militare industriale nazionale, sta già costringendo i pianificatori militari russi a modificare i piani di riarmo, privilegiando l’ammodernamento dei sistemi d’arma esistenti e posponendo l’entrata in servizio dei progetti più avanzati, come ad esempio il cacciabombardiere di quinta generazione Sukhoi Pak- Fa e il nuovo carro armato T-14 Armata.
In questo contesto, l’annuncio dei nuovi massicci investimenti americani nel comparto della difesa rischia di essere destabilizzante per la Russia di Putin, non solo perché può vanificare i progressi finora compiuti da Mosca per ridurre il gap nel comparto convenzionale, ma anche e soprattutto per la rinnovata attenzione che il nuovo “commander in chief” vuole destinare alle armi nucleari. Ad oggi, il sensibilissimo dossier delle relazioni nucleari tra Washington e Mosca è regolato dal trattato New Start, che sarà in vigore fino al 2021 e che limita i due Paesi a non schierare più di 700 vettori equipaggiati, con un totale massimo di 1.550 testate nucleari pronte all’uso.
Il New Start ha fino ad oggi consentito alla Russia di mantenere la parità strategica con gli Stati Uniti, modernizzando gradualmente il proprio arsenale nucleare di missili balistici e Ssbn senza esporsi eccessivamente dal punto di vista economico.
Tuttavia, il presidente Trump pare orientato a modificare questo equilibrio puntando a una supremazia nucleare americana rispetto a tutti i possibili avversari.
Un approccio di questo tipo, se confermato, minerebbe due decenni di politiche di riduzione della tensione nucleare tra Washington e Mosca e andrebbe a scontrarsi con le aspettative del presidente Putin che invece, anche per ragioni economiche, pare auspicare il mantenimento del regime New Start fino al 2026. 
Nel complesso quindi, se i piani di ammodernamento militare dell’amministrazione Trump dovessero trovare conferma, la leadership russa verrebbe a trovarsi a un difficile bivio: accettare una “corsa agli armamenti” economicamente difficilissima o un altrettanto indigeribile declassamento strategico anche sul piano nucleare, del tutto incompatibile con la retorica da grande potenza tuttora alla base della narrativa nazionale.

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Fonte: Airpress