09 MARZO 2014
Nuovo stallo nella crisi dell'Ucraina, Putin non teme Europa e Usa

Roma - (Adnkronos) - Lo sostiene il Centro Studi Internazionale in un'intervista all'Adnkronos. Se sanzionata la Russia potrebbe utilizzare le forniture di gas come strumento di politica estera.
"Il vertice europeo di giovedi, al pari dei colloqui a margine della conferenza internazionale sulla Libia tenutasi a Roma e alla lunga telefonata tra Obama e Putin, sembrano non aver sortito effetti sostanziali nella risoluzione della crisi in Ucraina''. Marco Di Liddo, analista del Centro Studi Internazionale (CeSI), e responsabile del desk Balcani ed ex Urss, legge cosi', in un'intervista all'Adnkronos, la crisi ucraina.


Infatti, spiega l'esperto di geopolitica, ''la minaccia di sanzioni economiche, di restrizioni sulla concessione di visti e della mancata partecipazione dei Paesi Ue e degli Stati Uniti al prossimo G8 di Sochi non hanno scalfito la posizione di Mosca, tradizionalmente poco sensibile e vulnerabile a condanne formali. Anche gli strumenti di pressione economica -sottolinea lo studioso del CeSi presieduto da Andrea Margelletti- appaiono poco adeguati ad ammorbidire l'unilateralità russa, soprattutto perché l'interscambio commerciale e i rapporti finanziari tra Mosca, Bruxelles e Washington sono talmente intensi che qualsiasi misura restrittiva potrebbe avere un preoccupante effetto boomerang''.


''Basti pensare agli enormi capitali russi -sottolinea l'analista del CeSi- che alimentano il sistema bancario e finanziario delle borse europee, un flusso di denaro irrinunciabile per gli istituti di credito e le società inglesi, svizzere, tedesche e italiane. Inoltre, non è da escludere che, qualora sanzionata economicamente, la Russia non possa rispondere per le rime, utilizzando la dipendenza energetica europea e le forniture di gas come strumenti di politica estera''.
''Lo stallo negoziale sulla crisi ucraina -fa ancora notare Di Liddo- non è alimentato soltanto dalle limitate opzioni in mano a Bruxelles e dalla scarsa incisività statunitense, dovuta sia alle difficoltà sul fronte interno sia alla maggiore attenzione verso gli scenari mediorientali ed asiatici da parte dell'Amministrazione Obama, ma soprattutto dalla grande decisione nell'azione politica di Mosca che, con l'occupazione militare della Crimea e con la fomentazione del separatismo russofono nelle regioni orientali ucraine ed a Odessa, ha usufruito di maggiori carte da giocare sul tavolo delle trattative''.
''Il Cremlino, come spesso ha fatto in passato -rimarca l'analista del CeSi- ha messo il resto della comunità internazionale davanti al fatto compiuto, arrogandosi il diritto di proteggere i propri cittadini ed i propri interessi da un governo nazionalista che li minaccia''.


La Russia, dunque, ''continua a sembrare in vantaggio e in pieno controllo della situazione. Intanto, il referendum che dovrebbe verosimilmente sancire l'annessione della Crimea alla Russia, fissato per il prossimo 16 marzo, si fa ogni giorno più vicino e con esso il faccia a faccia definitivo tra Mosca e Kiev''.
''Al momento -rimarca Di Liddo- per quanto difficilmente accettabile dal governo centrale, l'ipotesi della secessione delle regioni orientali, della Crimea e di Odessa potrebbe essere l'unica opzione negoziale in grado di scongiurare una nuova escalation militare''.''La speranza di tutti -conclude il CeSi- è che la diplomazia internazionale riesca a trovare una soluzione che accontenti tutte le parti e non alimenti le rivendicazioni del Cremlino e di Putin''.

 

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