06 FEBBRAIO 2017
Angola dopo i 37 anni di dos Santos_L'Indro

Intervista a Marco Di Liddo, analista del del Centro Studi Internazionali

 

Josè Eduardo dos Santos, Presidente dell’Angola dal settembre 1979, ha annunciato, lo scorso 3 febbraio, che non si candiderà per un nuovo mandato alle prossime elezioni. Il successore alla guida del Movimento Popolare di Liberazione dell’AngolaMpla, sarà l’attuale Ministro della Difesa João Manuel Gonçalves Lourenço. La notizia di un possibile addio di dos Santos, risale al marzo scorso, quando il leader del  Mpla, annunciò l’uscita di scena nel 2018. Lascia, così, uno dei Presidenti più longevi della storia del Continente: dos Santos, infatti, iniziò la sua militanza presso il MPLA nel 1961, partecipando alla guerra di liberazione contro il colonialismo portoghese e ricoprendo numerose cariche all’interno del Movimento, sia in Angola, sia come rappresentante della guerriglia  marxista in Zaire, Jugoslavia e Repubblica Popolare Cinese. Nel 1979, in seguito alla morte del Presidente António Agostinh Neto, dos Santos venne eletto Presidente della Repubblica e Capo Supremo delle Forze Armate e, nel 1980, ottenne il pieno controllo del Comitato Centrale e del Parlamento.
La scelta giunge in una fase economicamente difficile del Paese che il Presidente, 74 anni, Capo di Stato più ricco dell’Africa, non sembra più in grado di gestire. Artefice della transizione seguita alla lunghissima guerra civile, iniziata nel 1975 e continuata fino al 2002, che vide contrapporsi le due fazioni, il Movimento Popolare di Liberazione dell’Angola (MPLA) e l’Unione Nazionale per l’Indipendenza Totale dell’Angola (UNITA), dos Santos ha guidato il Paese nel processo di riconciliazione nazionale e di pacificazione.

«Sono pronto a raccogliere la sfida: una sfida grande quella di succedere al presidente Josè Eduardo dos Santos. Grande e, benché difficile, non impossibile», ha dichiarato Lourenço, attuale vicepresidente del Mpla, classe 1954, originario della città costiera di Lobito, sposato e padre di sei figli. Formatosi in Unione Sovietica, Lourenço, è stato commissario politico dell’Fpla (l’esercito rivoluzionario del Mpla) e poi responsabile informazione e segretario del partito, capogruppo parlamentare tra il 1998 e il 2003, quindi primo vicepresidente dell’Assemblea nazionale e, dall’aprile 2014, Ministro della Difesa. Nell’agosto scorso è stato nominato vicepresidente del Mpla e ora sarà lui il candidato del partito alle elezioni del prossimo agosto.

L’Angola che lascia il Presidente dos Santos, è la terza economia del Continente africano e uno degli Stati più promettenti e a più rapida crescita dell’area. Ma l’ex colonia portoghese, è anche un Paese ricco di contraddizioni, con una forte concentrazione della ricchezza nelle mani di una ristretta cerchia vicina al partito, poco attento al rispetto dei diritti umani e agli spazi di Democrazia. La forza economica del Paese, rivelatasi col tempo la sua debolezza, si deve all’abbondanza di risorse petrolifere e minerarie. Tuttavia, l’espansione in questi settori ha monopolizzato l’attenzione della classe dirigente e impedito la diversificazione dell’economia. La stessa gestione delle ingenti risorse provenienti dall’industria petrolifera ha agevolato il Presidente nel corso degli anni, generando però numerosi scandali per l’utilizzo di soldi pubblici a favore di persone vicine al Mpla.

Oggi l’Angola vive una fase economicamente molto difficile, dovuta al calo delle rendite petrolifere che, artefici in passato dell’innalzamento generalizzato del tenore di vita, sono crollate in seguito al ribasso del prezzo del petrolio. Questo ha generato in Angola, Paese tra i maggiori esportatori di greggio dell’Africa subsahariana e in cui l’oro nero rappresenta circa la metà del Pil e la quasi totalità delle esportazioni, una vera e propria crisi finanziaria. L’ex colonia portoghese, ha chiuso il 2016 con un quadro di sostanziale stagnazione e secondo il Fondo Monetario Internazionale, il Paese dovrebbe tornare a mostrare segni di ripresa nel 2017, anche se in misura minore rispetto a quanto previsto dallo stesso Governo. Ad aggravare questo quadro, tutt’altro che roseo, ci ha pensato l’ondata inflazionistica che ha colpito il Paese, con punte del 45% nel 2016 e il debito pubblico in continua crescita. Anche la moneta, similmente al Paese, sta perdendo forza con il ‘kwanza’ (la moneta locale) che ha perso in pochi anni circa il 30% del suo valore rispetto al dollaro. Questa situazione ha condotto l’Angola a chiedere un intervento del Fondo Monetario Internazionale il quale, come contropartita per un prestito, ha chiesto una politica di tagli ferrea, la riforma del sistema fiscale e lo stimolo della crescita del settore privato; sfide che il partito, in piena fase di transizione, si troverà davanti nei prossimi anni.

Nel futuro del Paese un ruolo fondamentale sarà quello giocato dalla Cina. Il Paese guidato da Xi Jinping infatti, all’interno della propria strategia di espansione nel Continente africano facilitata dal principio di “non ingerenza” negli affari interni, è diventato il principale finanziatore di infrastrutture in 11 Paesi africani ed è il primo partner commerciale della Repubblica Presidenziale guidata dal Capo di Stato uscente dos Santos.

Sulla decisione di Josè Eduardo dos Santos di lasciare, sul presente e sul processo di transizione che si prepara a vivere l’Angola, abbiamo intervistato Marco Di Liddo, analista del Ce.S.I., esperto di Africa e Balcani.

In Angola dopo 37 anni termina l’era dos Santos. Che anni sono stati e che Paese lascia il leader del Movimento Popolare di Liberazione dell’Angola?

 José Eduardo dos Santos ha preso in mano un Paese che si stava leccando le ferite dopo la guerra di liberazione Nazionale e la successiva guerra civile. I 37 anni che lo hanno visto alla guida dell’ex colonia portoghese, hanno sicuramente fatto progredire l’Angola, non senza gradi contraddizioni. Tra i meriti più importanti che occorre riconoscere al leader, ci sono quelli relativi alla pacificazione e alla riconciliazione nazionale. Dos Santos ha saputo riavvicinare le diverse anime in conflitto e ha gettato le basi per la ricostruzione del Paese, anche se questo processo è risultato contraddittorio. Dal punto di vista economico la scelta di aver investito tutto, sulle risorse petrolifere e minerarie, non ha permesso di sviluppare l’agricoltura o altre attività che potessero sostenere il mercato interno. Anche dal punto di vista sociale, dos Santos, non è riuscito a creare una società omogenea e a redistribuire ricchezza. Il risultato è quello di aver creato una società molto stratificata, quasi piramidale, con una casta al potere strettamente legata al Movimento di Liberazione di cui è leader. Anche per quanto riguarda diritti umani e partecipazione politica, gli standard democratici vanno migliorati. L’Angola, oggi, è un Paese migliore rispetto a quando dos Santos si è insediato, ma la strada verso la stabilizzazione e una maggiore equità è ancora lunga.