07 MARZO 2014
Crisi in Ucraina, il rapporto del Centro Studi Internazionali

Roma, 7 marzo 2014 - La crisi in Crimea che in questi giorni ha fatto riprecipitare il mondo in scenari geopolitici da Guerra Fredda appare intimamente legata ai recenti sviluppi politici interni dell’Ucraina. Pubblichiamo di seguito un approfondimento del Centro Studi Internazionali (Cesi) sulla crisi, in particolare sugli schieramenti politici ed economici interni al paese. All’indomani della destituzione del presidente filo-russo Viktor Ianucovich, il variegato mosaico delle forze filoeuropeiste (c.d. Euromaidan”) ha annunciato la nomina di un nuovo Presidente ad interim, Oleksandr Turcinov, e di un nuovo Premier, Arsenij Iatsenyuk, entrambi uomini di Unione Pan-UcrainaPatria (UUP), il maggior partito di opposizione a Ianucovich, al quale appartiene anche Yulia Timoshenko. Appare doveroso sottolineare come entrambi gli uomini politici, pur essendo dell’UUP, non sono fedelissimi della Timoshenko, bensì appartengono all’ala più conservatrice e nazionalista del movimento.

Il nuovo esecutivo ucraino rappresenta la cartina di tornasole dei rapporti di forza emersi dagli scontri di Kiev e, infatti, accoglie al proprio interno attivisti dei diritti umani, intellettuali indipendenti e membri dei partiti tradizionali. Si tratta di un Gabinetto fortemente filo-europeo, ucrainofono ed espressione degli interessi delle regioni occidentali del Paese, il che lascia intendere che, oltre alla stabilizzazione interna, l’obbiettivo principale dei prossimi mesi potrebbe essere la prosecuzione dell’iter per la firma dell’accordo di Associazione con l’Unione Europea. Un dato significativo è offerto dagli incarichi assegnati al partito nazionalista Svoboda (Libertà), una delle compagini più influenti e protagoniste durante Euromaidan, che ha visto propri esponenti nominati Vice-Premier (Oleksandr Sych) e Ministro della Difesa (l’ammiraglio Ihor Tenyukh).

Il governo di Iatsenyuk, inoltre, ha un debito politico non indifferente con le formazioni ultra-nazionaliste, anti-russe e dichiaratamente antisemite extra-parlamentari, come Pavdy Sektor (Settore Destra), che hanno avuto un ruolo determinante nelle proteste di piazza a Kiev e che costituiscono le forze emergenti del panorama sociale e politico ucraino. Lo spettro del crescente nazionalismo ucrainofono rischia di influire pesantemente sul destino del Paese e di condizionare in maniera sostanziale il suo percorso politico futuro.

Le prime, imprudenti, decisioni del nuovo esecutivo hanno interessato proprio lo status della popolazione russofona e della comunità russa del Paese. Infatti, appena alcune ore dopo la destituzione di Ianucovich, il governo di Turchinov ha approvato una legge che aboliva l’obbligatorietà del bilinguismo, eliminando il russo quale lingua ufficiale del Paese assieme all’ucraino, ed ha ufficializzato l’intenzione di rivedere la struttura amministrativa ucraina, ridimensionando le autonomie locali con il rischio di abrogazione della Repubblica Autonoma di Crimea. In questo modo, la regione crimeana sarebbe divenuta un distretto amministrativo come tutti gli altri, nonostante le sue tradizionali peculiarità politiche, storiche e sociali.

L’insieme di queste decisioni e la delineazione di un equilibrio politico di orientamento nazionalista sono state percepite dalla popolazione russofona come il primo passo verso un’ipotetica persecuzione ai propri danni da parte della popolazione ucrainofona e delle forze politiche uscite vittoriose dalla crisi di Euromaidan. La paura della comunità russa e russofona trova ulteriore fondamento dalla preoccupante ascesa dei gruppi ultra-nazionalisti ucraini, una forza sociale e politica priva del controllo dei moderati partiti tradizionali rappresentati nella Rada.

La diretta e violenta risposta della comunità russa crimeana alle decisioni di Kiev si è manifestata con l’occupazione, da parte di uomini armati, del Parlamento locale di Simferopol, la capitale della regione, e con l’elezione di un nuovo Premier, il leader del Partito “Unità Russa” Sergei Aksyonov, il quale ha immediatamente indetto, per il 30 marzo prossimo, un referendum per stabilire l’annessione della regione alla Russia. Tale data, tuttavia, potrebbe essere ulteriormente anticipata per mettere il governo di transizione davanti al “fatto compiuto” dell’autogoverno locale. La data in questione ha un forte significato simbolico e politico, in quanto intende anticipare le prossime presidenziali ucraine, previste per il 25 maggio, mettendo in seria difficoltà l’attuale governo ad interim.

Inoltre, destano particolare preoccupazione sia gli scontri tra i gruppi filo-russi e quelli dei musulmani Tatari, fedeli a Kiev e desiderosi di preservare l’integrità territoriale del Paese, sia la crescente formazione di milizie russofone, coadiuvate da unità delle Forze Armate russe, che controllano le principali città della Crimea e che, di fatto, si sono sostituite alle forze di sicurezza nazionali. La variabile costituita dalla minoranza tatara non andrebbe sottostimata, in quanto possiede un peso specifico molto alto nelle questioni ucraine e crimeane.

Infatti, è stato proprio grazie ai Tatari che, nel 1991, il referendum sull’indipendenza ucraina ha sancito la nascita di uno Stato sovrano distinto dalla Russia. Se i Tatari non avessero votato, Kiev sarebbe stato il 90° soggetto della Federazione Russa. Nonostante i generalmente buoni rapporti tra Tatari e russi in Crimea, l’ipotesi di un passaggio della penisola sotto l’autorità del Cremlino potrebbe radicalmente cambiare questo scenario, aumentando le tensioni e gli scontri tra le due comunità. Infatti, occorre ricordare che i Tatari sono stati deportati dal regime staliniano durante la Seconda Guerra mondiale e, da quel momento, serbano un fortissimo sentimento di rancore verso il governo di Mosca.

Oltre alla Crimea, l’esplosione del secessionismo russo e russofono potrebbe rapidamente coinvolgere altre regioni ucraine dove sussistono forti legami con Mosca e un altrettanto forte risentimento verso le forze di Euromaidan. Ad oggi, sembra che gli eventi di Simferopol e Sebastopoli possano ripetersi in maniera quasi identica ad Odessa, Kharkiv e Donesk, dove si sono svolte manifestazioni in favore dell’annessione alla Russia culminate con l’occupazione degli edifici pubblici e l’issaggio della bandiera russa sulla loro sommità. Al pari della Crimea, anche nelle regioni orientali ucraine sono nati movimenti politici dotati di milizie para-militari, come il “Fronte Orientale”, che intendono esplicitamente realizzare l’unità con la Federazione Russa e che giudicano il nuovo governo di Kiev nazionalista e fascista.

In queste regioni è possibile aspettarsi che le Forze Armate russe intervengano, come hanno fatto in Crimea, per sostenere la mobilitazione delle comunità locali contro eventuali azioni di risposta delle autorità governative. Tuttavia, le possibilità di una invasione russa in Ucraina orientale dipende dallo sviluppo delle trattative tra governo di Kiev, Mosca e l’Unione Europea.

Oltre ai legami identitari, linguistici e culturali, a congiungere le regioni irredente alla Russia ci sono la condanna della deposizione di Ianucovich, il rifiuto dei valori e degli orientamenti politici emersi da Euromaidan e le simbiotiche relazioni economiche con il Cremlino. Infatti, la Crimea e le regioni orientali, che sono le più industrializzate del Paese, ospitano complessi la cui produzione meccanica, mineraria e di beni di consumo serve principalmente il mercato russo e risulterebbe assolutamente non competitiva verso il mercato europeo.

Tra le attività più importanti, occorre sottolineare la cantieristica navale, l’industria motoristica, entrambe complementari al comparto della Difesa russo, l’industria mineraria e agro-alimentare. Qualora i legami economici con il Cremlino dovessero essere compromessi a causa di scelte filo-europee dell’attuale governo, l’industria ucraina lamenterebbe terribili perdite, trovandosi costretta ad un sensibile ridimensionamento delle proprie attività. I conseguenti massicci licenziamenti costituirebbero una terribile criticità sociale foriera di ulteriori tensioni.

Sui rapporti tra comunità e forze politiche filo-europeiste e filo-russe potrebbe pesare il ruolo degli oligarchi ucraini e la loro capacità di influenzare la scena politica nazionale.

Infatti, dietro il confronto politico tra le due anime del Paese, ci cela lo scontro tra i due gruppi di milionari che, nel tempo, hanno sostenuto Ianucovich o i suoi oppositori.

Da una parte, con il Partito delle regioni, ci sono Rinat Akhmetov, magnate dell’industria dell’acciaio, e Dmytro Firtash, padrone del comparto gasifero nazionale, mentre dall’altra, al fianco di UUP e Udar si sono schierati Petro Poroshenko, uno degli uomini più potenti del Paese, e Leonid Chernovetskyi, proprietario della Pravex Bank. In questo senso, in Ucraina si è configurata la battaglia tra grande industria di eredità sovietica, forte nelle regioni orientali e incline a maggiori legami con la Russia, e il mondo della finanza d’assalto vicino ai circoli economici occidentali.

 

http://qn.quotidiano.net/esteri/2014/03/07/1035586-ucraina-crimea-cesi.shtml