04 GENNAIO 2017
Nazioni Unite: cosa cambierà con António Guterres. Intervista a Gabriele Iacovino, Responsabile degli Analisti al Ce.S.I.
Il primo gennaio 2017, il portoghese António Guterres, socialista di lungo corso, Primo Ministro lusitano dal 1995 al 2002, per dieci alla guida dell’Unhcr (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati), si è insediato come nono Segretario delle Nazioni Unite. Nato a Lisbona il 30 aprile 1949, di formazione cattolica, Guterres ha aderito al Partito socialista portoghese nel 1974, sostenendo la ‘Rivoluzione dei garofani’ che ha deposto il regime di Marcelo Caetano. Eletto deputato nelle fila socialiste nel 1976, diviene Segretario del partito nel 1992, ricoprendo la carica fino alla sconfitta elettorale di dieci anni dopo. Dal 1999 e per i successivi 6 anni, è stato alla guida dell’Internazionale socialista, ruolo grazie al quale ha contribuito allo sviluppo del partito a livello europeo. Veterano delle Nazioni Unite, esperto di profughi e migranti, è stato eletto con l’appoggio dei Paesi più sensibili alle tematiche migratorie e nel suo primo discorso ufficiale non ha smentito le aspettative parlando di disparità, diritti e della necessità di «mettere la pace davanti a tutto».
E sempre dal primo gennaio, l’Italia è entrata a far parte del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, come membro non permanente. Il nostro Paese servirà in Consiglio durante tutto il 2017, assumendo la Presidenza nel mese di novembre, per poi passare il testimone all’Olanda. La staffetta tra i due Stati è frutto di accordi presi la scorsa estate, che miravano a scongiurare il rischio di un vero e proprio ‘spareggio’ al Palazzo di Vetro. Il Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, che aveva commentato positivamente l’elezione di Guterres quando era alla Farnesina, ha annunciato che  l’Italia «sarà voce di pace». Un’agenda comune dunque, con quella del nuovo Segretario Generale. Fin qui i propositi, ma cosa cambierà veramente nelle Nazioni Unite di Guterres? Ne abbiamo parlato con Gabriele Iacovino, Responsabile degli Analisti al Ce.S.I. (Centro Studi Internazionali).
Dal primo gennaio di quest’anno l’Italia è un membro non permanente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Quali sono le proposte di cui il nostro Paese dovrebbe farsi promotore?
La nostra partecipazione al Consiglio di Sicurezza, arriva in seguito a una chiara scelta filoeuropeista. La divisione del mandato di due anni con l’Olanda, a cui passerà il seggio nel 2018, non può che produrre effetti sulla linea di condotta di entrambi i Paesi. È evidente che grande attenzione verrà data alle istanze dell’Unione europea. Ma se questa è una buona occasione per l’Unione, lo è ancor più per l’Italia, che potrà far pesare la propria idea di Europa e dei suoi problemi, a livello internazionale. Primo fra tutti la sicurezza nel Mediterraneo.
Alla luce di questa affermazione, quali soluzioni per il Mediterraneo si aspetta dall’Italia?
Sicuramente la creazione di un programma reale di sviluppo per i Paesi da cui provengono i migranti che arrivano in Italia. Questa è una proposta di cui ci siamo già fatti carico anche in sede europea, attraverso il ‘Migration Compact’, invitando gli Stati dell’Unione a spendere una parte del budget comunitario in favore dei Paesi coinvolti nei flussi migratori. Questo discorso riguarda la fascia dei Paesi del Sahel, il Corno d’Africa e l’Africa occidentale. Ciò detto, occorre sottolineare come l’Italia si troverà a fare i conti con un Consiglio di Sicurezza che, negli ultimi anni, si è fortemente politicizzato, chiuso nella retorica dei singoli Stati. Quanto accaduto in Siria, dove una serie di veti incrociati ha impedito di trovare una soluzione alla crisi, è uno specchio di come funzioni oggi quell’organo.
Nel 2017, oltre al seggio Onu l’Italia presiederà il G7. Il tutto avverrà con un Governo uscito dal Referendum e non dalle urne. Quanto influirà questo sull’operato italiano?
Non credo che questo incida. Premesso che il vero banco di prova di questo Governo riguarderà la politica interna, Gentiloni potrà trovare nella continuità in politica estera con il precedente esecutivo, un punto di forza. Certo, un Governo più forte avrebbe facilitato le cose, specialmente per quanto riguarda il G7. Ma Gentiloni è preparato, conosce le tematiche avendole sviluppate come Ministro degli Esteri. Proprio per queste ragioni penso che possa essere il Presidente del Consiglio migliore in questo contesto storico e politico.
Come cambieranno le Nazioni Unite dopo l’insediamento di António Guterres come nuovo Segretario Generale?
La storia ci ha mostrato come, dalla Segreteria di Boutros-Ghali (1992-1997) in poi, il processo di evoluzione delle Nazioni Unite abbia subito una battuta d’arresto. Questo fenomeno è dovuto agli sviluppi recenti della politica internazionale, che ha evidenziato una minore necessità di strutture sovranazionali, rispetto al passato. Quel bisogno che si manifestava durante la Guerra Fredda di un luogo dove gli Stati si potessero confrontare, oggi non ha più ragione d’essere. La conseguenza è stata una chiara perdita di incisività delle Nazioni Unite, che si sono trasformate in una una macchina burocratica, lenta e poco preparata. C’è poi il problema della mancata convergenza politica, ovvero gli Stati non usano le Nazioni Unite come uno strumento terzo per risolvere i problemi. Credo quindi che la sfida per il cambiamento sia ardua e che dipenda solo in minima parte dal nuovo Segretario.
Il compito di Guterres sarà quello di trovare spazi di azione negli ambiti dove ci sia bisogno di un’organizzazione altra, che non sia Stato. Penso ai progetti di Cooperazione allo Sviluppo, soprattutto nelle aree di difficile gestione, in cui le Ong sono assenti, e nelle quali le agenzie Onu possono essere importanti, come lo è stato il WFP (World Food Program) per la popolazione siriana. È quindi probabile che l’attuale instabilità internazionale e l’aumento di contesti di rischio, favorisca un maggiore protagonismo delle Nazioni Unite, ma di certo questo non avverrà per decisione politica dei singoli Stati o del nuovo Segretario.
Crede che questa nuova Segreteria possa trovare risposte al processo di eterna riforma delle Nazioni Unite?
Di una riforma del sistema delle Nazioni Unite se ne parla da molti, troppi anni. Certamente oggi una possibile riforma non è una priorità né per le Nazioni Unite e tantomeno per Stati Uniti e Unione Europea.
Si aspetta segnali di discontinuità rispetto all’operato del Segretario uscente Ban Ki-Moon?
Non ci sono segnali in questa direzione purtroppo. Ricordiamo che durante il mandato di Ban Ki-Moon le Nazioni Unite sono state poste spesso in secondo piano. Escluso il contesto africano dove, per motivazioni spesso geopolitiche, gli Stati nazionali hanno lasciato alle Nazioni Unite ampio margine di manovra, in altri contesti questo spazio non è sembrato esserci. L’elezione dello stesso Guterres è stata un’operazione di continuità con il passato. Il portoghese non è la figura che può portare una ventata di ossigeno a una struttura che pare asfittica.
Dopo la storica mozione contro gli insediamenti israeliani nei territori, come pensa agirà il nuovo Segretario?
Stando al ruolo di Segretario come parte terza, non sarebbe suo compito intervenire. È già accaduto in passato, quando Ban Ki-Moon prese posizione contro il Governo del Marocco nel caso del Sahara Occidentale, che un Segretario rompesse il protocollo esponendosi pubblicamente e questo creò imbarazzi e ritorsioni diplomatiche. Di fatto però, sulla questione degli insediamenti, le Nazioni Unite possono svolgere un ruolo per richiamare l’attenzione ed evitare che calino i riflettori su queste tematiche. Ma questo potrebbe non bastare. Anche perché le prime impressioni sono quelle di una amministrazione Trump molto vicina al Governo Netanyahu e credo che il nuovo Presidente potrebbe scegliere proprio l’agone del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, per mostrare un segno di discontinuità rispetto alle politiche di Obama.
Come pensa influirà sulle ‘nuove’ Nazioni Unite l’avvento di Donald Trump alla guida degli Stati Uniti?
Sarà interessante vedere quale sarà l’approccio statunitense e ancor più interessante sarà capire come si porrà il nostro Paese, nel caso in cui le posizioni americane dovessero scostarsi di molto da quelle europee. Allo stato attuale la linea della nuova amministrazione appare contraddittoria e le priorità dell’agenda del neo Presidente sono incerte. La realtà è che tutto è avvolto nella nebbia e ci troviamo spesso a commentare singole dichiarazioni o tweet in mancanza d’altro. Una cosa però emerge con certezza dalle prime esternazioni di Trump: il nuovo Presidente non vede nel rafforzamento delle Nazioni Unite, intese come luogo di composizione dei conflitti e di dialogo, una priorità.
 
Fonte: L'Indro.it