24 SETTEMBRE 2016
Chi ha rapito e perché gli italiani in Libia?
L'approfondimento di Emanuele Rossi su un report del Cesi

Quattro giorni fa due lavoratori italiani, Bruno Cacace e Danilo Calonego, sono stati rapiti in Libia insieme ad un collega canadese, Frank Boccia: la Farnesina sta lavorando per conoscere maggiori dettagli sulla vicenda e sui rapitori, cercando di sviare le dichiarazioni propagandistiche dei libici e informazioni deviate o pretestuose. Il contesto politico in cui è avvenuto il rapimento è d’altronde complesso, con i contrasti tra l’Est e l’Ovest della Libia che hanno avuto nelle ultime settimane un’impennata e la presenza dello Stato islamico che ha perso terreno nelle sue roccaforti e si è disperso altrove clandestinamente; a questo va aggiunto che i fatti sono accaduti in una delle aree più misteriose del Paese, il Fezzan, la grande regione meridionale che si estende dai confini algerini (dove si trova Ghat, la città del rapimento) fino a quelli sahariani con Niger e Ciad.

UNO SPAZIO AUTONOMO

Il Fezzan è uno scenario di sicurezza “complesso e ingovernabile”, scrive Marco Di Liddo in un report analitico confezionato per il Centro Studi Internazionali (Ce.S.I.), tanto quanto la situazione sulla costa, dove il governo occidentale, rappresentato da Fayez Serraj, poster-man del piano Onu per la riunificazione nazionale, e sostenuto dalle milizie-politiche dell’area, muove i suoi contrasti con quello orientale, sostenuto dal vecchio parlamento internazionalmente riconosciuto con sede e Tobruk e impersonato nelle operazioni militari guidate dal generale Khalifa Haftar in Cirenaica. È proprio questo concentrarsi degli interessi libici sulla fascia costiera settentrionale (quella che si affaccia sul Mediterraneo ed è più prossima alle risorse energetiche) che ha permesso negli anni di costruire all’interno del Fezzan “uno spazio de facto autonomo”, anche sotto il regime di Muammar Gheddafi, rimasto tale dopo la caduta del rais.

GRUPPI ETNICI E KATIBA JIHADISTE

L’intera regione è in mano a gruppi etnico-tribali che nella sostanza amministrano il territorio, anche con le armi, i quali si mescolano sovente con le milizia jihadiste che occupano ampi tratti del territorio del Sahel: si tratta di gruppi affiliati ad al Qaeda (come Aqim, Al Qaeda in Islamic Maghreb per esempio), che però operano secondo un’agenda personale non sempre collegata alle direttive della Guida Ayman al Zawahiri: un esempio è al Mourabitoun del GuercioMokthar Belmokhtar, che mescola l’aspetto ideologico con quello del contrabbando di sigarette e droga, i traffici di armi e persone, il brigantaggio. Spiega Di Liddo che nell’area di Ghat sono attivi tre principali attori: le “milizie etniche Tuareg” della confederazione Kel Ajjer, “le milizie etniche Tubou e le  katiba (brigate) jihadiste afferenti a diversi gruppi”. Questa distinzione tra gruppi etnici e jihadisti è “molto labile sul campo” spiega il report Ce.S.I., perché in vari casi ci sono relazioni molto strette tra le due entità, in altre situazioni addirittura le milizie etniche locali sono proprio parte del network jihadista: una “commistione” che “si basa sia su fattori politico-ideologici (adozione dell’ideologia islamista eversiva, trasformazione delle lotte anticoloniali e per l’autodeterminazione in insurrezioni a matrice salafita), sia, soprattutto, su fattori lucrativi” come “la gestione congiunta dei traffici di esseri umani” (è da questa zona, per esempio, che passano le rotte dei migranti che prendono il mare dalla Libia verso l’Italia) “droga e armi”. Per capire la forza dei rapporti di collusione tra milizie etniche e gruppi locali, basta sapere che tra il comandante (ex Ansar Dine, ossia galassia qaedista maliana) della milizia Tuareg Maghawir – composta anche da nigerini e maliani per affinità etniche – e il capo dell’Aqim corrono legami di sangue.

CHI GOVERNA IL FEZZAN?

I gruppi etnici controllano capillarmente il territorio da secoli, ed è questo il dazzo da pagare per chiunque voglia tessere trame clandestine nell’area: senza accordi con i Tuareg o con i Tubou, non ci si muove nel Fezzan (quanto meno per questioni di difficoltà logistiche tra le immense distese desertiche del circondario). Proprio la presenza storica di queste due grandi famiglie etniche ha creato nel corso degli anni uno scontro bipolare per il controllo delle oasi (e dunque delle risorse) e per quello degli interessi da tessere con i gruppi esterni: dal 2011 il centro di questi scontri armati è stato la città di Awabari, “e in misura minore anche Ghat e Sabha” sulla cui rotta di collegamento è avvenuto il rapimento dei due italiani. A tutti gli effetti, seppur in modo più annacquato, anche la divisione che gioca nelle fasce settentrionali tra Est e Ovest s’è allungata fino al sud: le milizie Tuareg sono alleate nominali di Serraj, anche se perseguono attività “estremamente indipendenti” (forse più connesse a quelle dei gruppi jihadisti), mentre i Tubou sono “formalmente alleati” a Tobruk e Haftar, anche per continuità geografica visto che abitano la fascia più orientale del Fezzan, ma seguono come gli altri attività in proprio.

CHI SONO I RESPONSABILI DEL RAPIMENTO?

Di Liddo ha provato anche a ricostruire uno scenario plausibile sul rapimento, partendo dal presupposto principale: i tecnici conoscevano la zona, dunque a rapirli devono essere stati gruppi locali che si muovono con altrettanta facilità nell’area. Sospetti? Praticamente tutti. Potrebbero essere state la milizia del Ghat, Tuareg, oppure i Maghawir, che però non si spingono nelle loro azioni così tanto distanti dalla roccaforte Awbari; meno probabile i Tubou, perché nell’area hanno rappresentanza minima. Qualsiasi di questi gruppi non compie di solito azioni per fini politici o ideologici, ma solo per puro lucro. Ma qui si apre un’ulteriore complessità, perché potrebbe essere la sete di guadagni a portare le milizie locali a vendere gli ostaggi ai gruppi jihadisti, che potrebbero spostarli anche fuori dalla Libia. La cessione dei prigionieri articola ulteriormente il quadro: in questo caso Mourabituon di Belmokhtar sarebbe il principale dei sospettati perché già in passato ha compiuto azioni del genere. Però, spiega Di Liddo, la presenza delle katiba jihadiste nell’area di Ghat “è una costante” da anni, ma poco densa” e non si sono “mai registrate azioni ascrivibili all’universo terroristico”. Resta che secondo l’analista italiano l’azione è quasi certamente legata al tentativo di guadagno, sebbene non sia da escludere che per massimizzare l’effetto, qualora i tre ostaggi dovessero passare tra le mani di gruppi jihadisti, questi possano usarli come arma propagandistica per qualche rivendicazione politica – in questi giorni i primi militari italiani della missione di medical diplomacy Ippocrate sono arrivati a Misurata, e potrebbero essere questa una leva, anche se la ministro della Difesa Roberta Pinotti, invitando al massimo riserbo ha già commentato che “c’è un’ottica molto italianocentrica, forse un po’ provinciale quando leggiamo le situazioni che avvengono nel mondo: in questo caso si tratta di due italiani e un canadese e allora non mi spiegherei perché tra i rapiti vi sia anche quest’ultimo”.