29 SETTEMBRE 2016
Darfur. Amnesty: oltre 200 morti da gennaio a oggi

 

 

Amnesty International ha denunciato che quest’anno il governo sudanese avrebbe condotto almeno 30 attacchi con armi chimiche contro la popolazione civile del Darfur. Sarebbero morte almeno 250 persone, tra cui molti bambini, nella regione di Jebel Marra da gennaio a oggi. Khartoum ha smentito.Andrea Walton ha intervistato Marco Di Liddo, analista di Africa, Balcani ed Ex-Urss presso il Ce.S.I, sul conflitto dimenticato in Darfur:

R. – Il Darfur vive una situazione drammatica di guerra intensa e, purtroppo, dimenticata dalla maggior parte dei media internazionali da ormai quasi 14 anni. E’ una guerra che è corsa parallelamente a quella con il Sud Sudan e che, purtroppo, per i cittadini del Darfur non ha avuto lo stesso esito politico favorevole, quindi l’indipendenza. Il governo sudanese non può permettersi di perdere la regione del Darfur, perché è l’ultimo grande bacino petrolifero che gli resta dopo la perdita delle province meridionali. Purtroppo, quindi, utilizza questi metodi estremamente violenti da anni per impedire alla comunità Fur di raggiungere l’autodeterminazione.

D. – Può esistere una soluzione pacifica per il caso Darfur?

R. – Il caso del Sud Sudan ci spinge a pensare che una soluzione pacifica si possa trovare. Senza la volontà politica da parte di Karthoum, però, queste dichiarazioni di intenti purtroppo restano tali. Il Sudan ha bisogno del Darfur per ragioni energetiche e non può – ripeto – permettersi di perdere quella regione. Ma il vero problema è che in questo momento in cui l’Africa è purtroppo costellata da tantissimi conflitti, la stessa Unione Africana e le Nazioni Unite non hanno la forza sufficiente per dedicare le risorse adeguate alla risoluzione del conflitto. Siamo in una situazione di vera e propria guerra congelata in cui le parti si parlano ma nessuna delle due è disposta a fare concessioni. Al momento, quindi, c’è grande scetticismo.

D. – Quali sono i rapporti del governo sudanese con la comunità internazionale?

R. – Il governo sudanese, soprattutto nella figura del suo presidente Bashir, non sono visti bene dalla comunità internazionale. Tant’è vero che il presidente sudanese non può recarsi in molti Paesi nel mondo, perché sulla sua persona vigono pesanti accuse di crimini contro l’umanità. Quindi, i governi che hanno firmato determinate convenzioni internazionali sarebbero costretti ad arrestarlo, nel caso in cui questo presidente si recasse sul loro territorio nazionale. Bashir, quindi, purtroppo, deve barcamenarsi nelle relazioni internazionali, parlando con quegli Stati che usufruiscono malauguratamente della sua stessa condizione di isolamento. E’ una sorta di dialogo tra paria.

D. – Il Sudan ha aderito alla convenzione sulle armi chimiche nel 1999. L’accertamento di eventuali violazioni potrebbe portare a delle sanzioni internazionali?

R. – Sicuramente sì. La domanda è però se le sanzioni internazionali potrebbero avere l’effetto desiderato. Il Sudan è un Paese estremamente povero, quindi sanzionarlo potrebbe esporre più che la sua élite politica, la sua popolazione ad ulteriori sofferenze. Questo è il grande interrogativo, che pesa su chi eventualmente dovrebbe prendere questa decisione. Ma è una forma di pressione sicuramente più forte per avviare anche una sorta di transizione politica o di apertura del Paese alle norme democratiche, che potrebbe aiutare la popolazione sudanese, e anche quella del Darfur, ad uscire dall’attuale stato di sottosviluppo, di sofferenza e di morte in cui si trova.