19 OTTOBRE 2016
Somalia: i terroristi di al-Shabaab continuano a mietere vittime

Il gruppo terroristico al-Shabaab, vicino ad Al-Quaeda, continua a mietere vittime in Somalia. Ieri l’ennesimo episodio: militanti del gruppo hanno attaccato la strategica città di Afgoye, a 30 km a sud di Mogadiscio. Dopo una lunga battaglia con le forze dell’Amisom, la missione di peacekeeping dell’Onu incaricata di combatterli, si sono ritirati. Il governo somalo e il gruppo terroristico continuano a contendersi il controllo del territorio. Andrea Walton ha chiesto a Marco Di Liddo, analista per l’Africa del Centro Studi Internazionali di Roma, se l'attacco dimostra che al-Shabaab sia ancora pericoloso:

R. – Assolutamente sì, quello che al Shabaab ha perpetrato nelle scorse ore non è un evento raro, ma in tutto il Paese il gruppo terroristico affiliato ad al Qaeda, continua ininterrottamente i suoi attacchi contro la popolazione civile, le forze armate somale e le truppe della missione dell’Unione Africana Amisom. Non è un livello di intensità paragonabile a quello di quattro anni fa, ma il gruppo terroristico somalo è ancora pienamente attivo e lungi dall’essere sconfitto.

D. - Qual è la situazione sul campo in questo momento? Quanti territori controlla il governo somalo?

R. - Il governo somalo grazie all’aiuto della missione Amisom ha ripreso il controllo di Mogadiscio, di Baidoa e delle principali città del centro e del sud del Paese. Diciamo che al Shabaab in questo momento si rifugia nelle zone rurali e nei villaggi dove l’accesso è più complesso e in una larga fascia del sud del Paese lungo il confine con il Kenya. Naturalmente il termine “controllo” non deve trarre in inganno perché si tratta comunque di una forma di autorità molto diluita e che ha necessariamente bisogno dei potentati locali per essere esercitata ma che cambia e può essere messa in difficoltà in maniera estremamente semplice.

D. - Come sta agendo la Amisom, la missione di peacekeeping dell’Onu che si trova in Somalia per contrastare al Shabaab?

R. - Il bilancio è contraddittorio. Diciamo che dal punto di vista militare i risultati ottenuti sul campo sono indubbi perché Amisom è riuscita ad aiutare il governo a liberare gran parte del Paese. Tuttavia in molti casi la popolazione civile si è lamentata dell’atteggiamento di Amisom che in alcuni casi ha perpetrato abusi di potere, corruzione e violenza fisica sulla popolazione civile. Quindi per quanto l’impegno sia stato importante, ci sono diversi coni d’ombra sull’azione della missione.

D. - Come potrebbe evolvere il conflitto?

R. - È molto difficile fare una previsione a lungo periodo anche perché il Paese purtroppo non conosce una forma di stabilità accettabile ormai da oltre 25 anni. Per sconfiggere al Shabaab servirebbe un’azione sociale di rilancio economico e di costruzione della fiducia tra le istituzioni e la popolazione che in questo momento il governo somalo, purtroppo, non può garantire nonostante i tanti aiuti internazionali di cui usufruisce. La chiave di volta è proprio questa, dimostrare alla popolazione somala che il governo sta agendo bene e che il futuro sotto la bandiera di una nuova Somalia pacificata è migliore rispetto a quello di al Shabaab. Il problema è che al Shabaab alterna l’uso della violenza ad un’azione politica e sociale molto importante, anche di sostegno in alcuni casi alla popolazione civile tramite aiuti umanitari e beni di prima necessità e soprattutto tramite l’esercizio del potere politico, della giustizia. Basti pensare che in alcuni casi è la stessa popolazione locale che si rivolge ad al Shabaab per la risoluzione di controversie per esempio sui terreni agricoli o sui pozzi d’acqua. Quindi proprio grazie a questa funzione di garante dell’ordine purtroppo al Shabaab riesce ancora ad avere un discreto sostegno. Se non si interviene in questi casi, purtroppo, il conflitto somalo potrebbe durare ancora a lungo.