10 AGOSTO 2016
Yemen: dopo una tregua di 5 mesi riprendono i bombardamenti

 

 
 

La coalizione militare araba guidata dall'Arabia Saudita ha ripreso, dopo una tregua di 5 mesi, i raid aerei nel centro della capitale yemenita Sana'a, controllata dai ribelli sciiti Houthi, sostenuti dall’Iran. I raid giungono dopo il fallimento dei colloqui avvenuti la scorsa settimana a Kuwait City tra la delegazione del governo del presidente Abd Rabbo Mansour Hadi, riconosciuto dalla comunità internazionale, e i rappresentanti dei movimenti Houthi e delle forze fedeli all'ex presidente yemenita Ali Abdullah Saleh. Oggi, intanto, i sistemi di contraerea di Riad hanno intercettato due missili balistici lanciati verso le città saudite di Abha e Khamis Mushait. Da parte sua, l’Unicef ha reso noto che sono 1.121 i bambini uccisi in Yemen dal 26 marzo del 2015, quando la coalizione militare araba ha iniziato a bombardare le postazioni dei miliziani Houthi. ''I bambini stanno pagando il prezzo più alto nel  conflitto - ha detto il rappresentante dell'Unicef in Yemen Julien  Harneis - Il numero reale è probabilmente più alto''.  Sulla situazione, ascoltiamo Gabriele Iacovino, responsabile analisti del Cesi, il Centro Studi internazionali, al microfono di Michele Ungolo:

R. – In Yemen, dopo il tentativo di un negoziato tra le parti in causa portato avanti dalle Nazioni Unite in Kuwait – purtroppo –  sembra che i combattimenti siano ripresi. Dopo nuovi bombardamenti aerei da parte dell’Arabia Saudita, sembra ci sia stata anche una risposta da parte degli Houthi, la controparte delle operazioni internazionali portate avanti dall’Arabia Saudita, che hanno lanciato dei missili contro il regno saudita. Quindi, di fatto, i combattimenti sono ripresi; questi vanno comunque avanti da diversi mesi e sottolineano una situazione di stallo. Da una parte, gli Houthi controllano la stragrande maggioranza del territorio – Houthi alleati con l’ex presidente Saleh – e dall’altra parte le truppe saudite, emiratine e degli altri Paesi del Golfo, della coalizione internazionale, non riescono a contenere l’avanzata Houthi, anche e soprattutto con l’aiuto dei bombardamenti dall’area, che stanno causando un altissimo numero di morti civili.

D. – I negoziati tra il governo e i ribelli si sono definitivamente interrotti: perché sta fallendo la diplomazia?

R. – Non c’è una volontà di una reale soluzione. Le parti sono ferme sulle proprie posizioni: il presidente Hadi, con il sostegno saudita e del Golfo, cerca di riprendere il controllo del Paese, ma la situazione sul campo è totalmente diversa. Gli Houthi e le truppe fedeli all’ex presidente Saleh controllano il territorio e anche dalla loro parte non vi è una grandissima apertura al dialogo, se non quella di riconoscere una situazione sul campo.

D. – Perché lo Yemen è considerato un punto strategico?

R. – Lo Yemen è un Paese importante per la sua posizione geografica: di accesso allo stretto di Bāb el-Mandeb. Ma è importante anche da un punto di vista geopolitico, perché fa parte della Penisola arabica. E soprattutto perché nel conflitto sono coinvolti gli Houthi, che pur essendo di religione zaida – una setta, una piccola parte, poco afferente, ma molto più vicina allo sciismo rispetto al sunnismo – sono considerati dalla stragrande maggioranza dei regni del Golfo degli alleati dell’Iran: un proxy iraniano. Quindi, anche in questo caso, lo Yemen viene considerato uno snodo fondamentale per gli equilibri del Golfo tra le monarchie sunnite e l’Iran sciita.

D. – Cosa comporterà la ripresa dei conflitti?

R. – Purtroppo comporterà, molto probabilmente, l’incremento del numero di morti, soprattutto civili, che nel corso degli ultimi mesi ci sono stati, in un contesto internazionale che in questo momento non vede lo Yemen come prioritario; e soprattutto non vede la soluzione del conflitto yemenita come prioritaria rispetto ad argomenti come lo stesso conflitto siriano. Anche lì, il numero di morti civili sta continuando a crescere, ma non sembra comunque esserci la volontà di cercare una soluzione negoziale. Il problema è che gli interessi politici ed economici sono tanti, e purtroppo la situazione sul campo è così fluida e difficile da risolvere che una soluzione diplomatica è ancora molto, molto lontana.

D. – In Siria, soprattutto ad Aleppo, i civili rimasti sono per lo più poveri che non hanno avuto la possibilità di scappare: sta accadendo lo stesso anche in Yemen?

R. – In Yemen la situazione – se vogliamo – è ancora più difficile, perché finora non ci sono stati rifugiati che sono scappati dal Paese, ma si sono solo mossi all’interno dello Yemen. Ampie regioni del Paese sono in conflitto o meglio vedono il conflitto svilupparsi. La stessa capitale Sana’a, soprattutto il centro storico, è ormai un ammasso di macerie. E purtroppo anche da questo punto di vista, la continuazione dei bombardamenti da parte dell’aviazione del Golfo non potrà far altro che aumentare il numero, da una parte, dei danni e dall’altra anche delle vittime civili.