19 SETTEMBRE 2016
Siria: accuse tra governo e ribelli sulla tregua violata

 

Carri armati turchi si muovono verso il confine siriano - AP

 

La precaria tregua iniziata in Siria una settimana fa scade questa sera alle 19.00 locali. Lo ha annunciato un alto ufficiale dell'esercito governativo, spiegando che non è ancora stato deciso se il cessate il fuoco sarà prorogato. Di tregua “clinicamente morta” parla un dirigente delle opposizioni, riferendo di violazioni e impedimenti nella consegna degli aiuti umanitari. E di diverse violazioni riferisce anche il vicario apostolico di Aleppo, mons. George Abou Khazen, secondo il quale il raid aereo Usa che ha ucciso 90 soldati di Damasco non può essere un errore, come invece sostenuto dal Pentagono. Il servizio di Marco Guerra

La tregua in Siria è appesa a un filo e il suo destino sarà deciso nelle prossime ore. Il portavoce di Putin ha detto che il raid aereo della Coalizione Usa  - fatto, come si sostiene il Pentagono, per errore -  in cui sono morti decine di soldati siriani certamente minaccia il cessate il fuoco. Il portavoce del Cremlino ha quindi definito la situazione "molto complicata" ma ha assicurato che i capi delle diplomazie di Russia e Usa sono "sempre in contatto". Le accuse sono comunque reciproche tra le parti in conflitto: l'opposizione imputa a Damasco di aver violato l’intesa 254 volte. I media governativi affermano che i ribelli l'hanno rotta 32 volte soltanto domenica. Intanto il Presidente turco Erdogan rende noto che le milizie dell'Esercito siriano libero (Esl) sono pronte a lanciare una nuova offensiva nel nord della Siria, con il supporto dell'esercito turco, per strappare al sedicente Stato Islamico la città strategica di al Bab. Ma sulle difficoltà nella applicazione di questa tregua abbiamo raccolto il commento di Gabriele Iacovino, responsabile analisti del Cesi (Centro studi internazionali):

R. – Come tutte le intese finora raggiunte sulla crisi, sulla guerra siriana anche quest’ultima è un’intesa che si fonda su radici non solide, cioè quelle di un conflitto la cui soluzione è ancora lungi da venire in quanto le parti in combattimento ancora non hanno raggiunto la propria posizione di forza da cui voler negoziare. Ci sono ancora numerosi scenari in cui i combattimenti vanno avanti e soprattutto in cui il fronte di combattimento non è ben definito. Questo determina, appunto, il voler portare avanti in una maniera forse un po’ meno intensa, ma comunque portare avanti il conflitto. Ovviamente, questa situazione non giova dal punto di vista diplomatico al raggiungimento di un’intesa.

D. –  L’ha accennato lei: ci sono vari fronti, quindi non c’è un’unità di intenti sul terreno?

R. – Assolutamente no. Anche perché la Siria è un Paese molto vasto in cui nel corso di questi lunghi anni di guerra i fronti si sono succeduti e si sono diversificati. Non vi sono schieramenti ben precisi che stanno combattendo tra di loro ma di fatto, a seconda della zona del Paese, ci sono differenti schieramenti che vanno a modificarsi a seconda dello scenario. In più, inevitabilmente, con il passare degli anni gli interessi sia regionali ma anche internazionali sullo scenario siriano si sono accresciuti e si sono evoluti; le “alleanze di interesse” si sono modificate e questo comporta difficoltà nel cercare di trovare una soluzione. In più aggiungiamo anche la considerazione che di fatto in questo momento non ci sono figure forti, alternative ad Assad, su cui – per esempio – la comunità internazionale potrebbe puntare per cercare un’alternativa valida, e questo fa sì che di fatto anche il raggiungimento della tregua degli ultimi giorni possa sembrare sempre di più – purtroppo – un passaggio non duraturo nella stabilizzazione della crisi.

D. – Oggi sono scaduti i sette giorni di tregua proclamati da Damasco a seguito dell’accordo tra Usa e Russia; non si hanno notizie di un’estensione di quello che Damasco ha definito “un regime di calma”?

R. – Non si hanno segnali perché gli interessi in ballo sono ancora troppi. Il regime, fin quando non riprenderà il totale controllo di Aleppo, vorrà portare avanti i combattimenti per poi “chiudere la partita” con i ribelli, molto probabilmente a Idlib; la Turchia ha interesse affinché da una parte lo Stato Islamico venga depotenziato nella fascia territoriale al confine tra Turchia e Siria, ma anche i curdi non vengano rafforzati da questa azione anti-Stato islamico; poi ci sono anche gli Stati Uniti che hanno un focus specifico nel cercare di depotenziare la minaccia dello Stato islamico nella parte orientale del Paese, soprattutto tra Racca e Deir Ezzor, in vista di una possibile avanzata, poi, in territorio iracheno contro Mosul, ormai  la vera capitale dello Stato islamico. In tutto questo, ci sono anche i russi e gli iraniani che supportano il regime di Assad … Quindi, vediamo come gli interessi in gioco sono ancora tantissimi; i fronti sono ancora tanti e di fatto l’ultima operazione aerea americana contro il regime di Damasco va proprio in questa direzione: sì, è un segnale; sì, aperto al dialogo; sì, pronti a un dialogo diplomatico però all’interno di alcuni confini. Di fattio, sì, potrebbe essere stato un errore ma d’altra parte quello dell’aviazione, dell’aeronautica americana avrebbe potuto essere stato anche un segnale forte nei confronti di Damasco.

D. – Ma le tensioni tra Mosca e Washington decretano la fine della tregua, appunto; senza un accordo tra queste due potenze, sarà guerra senza fine?

R. – Sarà guerra fino a quando non ci sarà un attore nel contesto siriano che potrà sedersi al tavolo dei negoziati da una situazione di forza. Fino a quando non ci sarà un cambiamento nello scenario sul campo che potrà portare risultati anche dal punto di vista politico, purtroppo e inevitabilmente si andrà avanti al proseguo della guerra. Stati Uniti e Russia, comunque, in questo momento rimangono i due soggetti che potrebbero porre fine alla guerra. Inevitabilmente, però, anche questo discorso  è reso debole dal fatto che gli Stati Uniti si stanno accingendo alle elezioni presidenziali e quindi inevitabilmente tutte le posizioni prese dall’amministrazione americana non sono forti come potrebbero essere.