22 SETTEMBRE 2016
Siria: gli sviluppi dopo la fine della tregua

Persone sfollate nel campo di Azaz, governatorato di Aleppo, Nord della Siria - ANSA

 

Non si ferma il bagno di sangue in Siria. La precaria tregua sponsorizzata dal governo americano e russo è terminata lunedì in maniera prematura. Lo stesso giorno è stato colpito da bombardamenti un convoglio di aiuti umanitari delle Nazioni Unite diretto vicino Aleppo, causando venti morti. Sulle difficoltà del cessate-il-fuoco, Andrea Walton ha intervistato Stefania Azzolina, analista esperta di Medio Oriente e Nord Africa presso il Centro studi internazionali di Roma:

R. – Di fatto, l’accordo è crollato sul campo militare, riproponendo la grande peculiarità e allo stesso tempo criticità del conflitto siriano, che vede attori sia locali che regionali e internazionali perseguire ognuno il proprio interesse. Da lì, la difficoltà di trovare una sintesi che possa accontentare tutti.

D. – Le Nazioni Unite hanno annunciato oggi la ripresa degli aiuti umanitari: qual è la strada per garantirli in maniera efficace e sicura?

R. – Ci vorrebbe un accordo sul cessate-il-fuoco: questo creerebbe le condizioni di sicurezza necessarie affinché le Nazioni Unite possano svolgere questo tipo di funzione. Come abbiamo visto, in questo momento tali condizioni di sicurezza sembrano non essere, almeno appunto nella zona di Aleppo, garantite.

D. – Potrebbe essere utile una "no-fly zone" nel nord della Siria?

R. – Sì, perché no. Anche se, al di là della "no-fly zone", l’elemento più critico rimangono i combattimenti sul terreno. Se si guarda al caso di Aleppo infatti, nel momento della dichiarazione dell’ultima tregua, di fatto si è creata una situazione di criticità per il passaggio dei convogli destinati nelle aree di Aleppo maggiormente colpite dalle forze presenti sul terreno: quindi tra i ribelli e, dall’altra parte, gli uomini dell’esercito di Assad, che hanno avanzato reciproche richieste affinché i convogli potessero passare, creando così una situazione di stallo.

D. – Si riuscirà nel futuro immediato a garantire un accesso universale per gli aiuti umanitari alla popolazione siriana?

R. – È difficile da prevedere in questo momento. Molto dipenderà da quelli che saranno, da qui alle prossime settimane, le evoluzioni dello scenario militare sul campo. Certo è che esiste la necessità di parlare con gli attori presenti nelle varie zone territoriali, cercando di strappare un accordo che crei quelle condizioni volte ad aiutare una popolazione che si trova in una fase di grande, grande criticità.

D. – Quali dovranno essere i capisaldi per un processo di transizione pacifico in Siria?

R. – Quello che colpisce in questo momento è l’assenza degli attori locali. Mi riferisco quindi ai gruppi ribelli – anche se bisogna sempre fare una differenziazione tra gruppi ribelli moderati e gruppi ribelli di fatto terroristici – e, dall’altra parte, alle forze appartenenti all’esercito siriano. Il presupposto deve essere anche un incontro diretto tra le parti in causa e non solo un incontro a livello internazionale che veda tutte le grandi potenze o le potenze regionali coinvolte nel conflitto, ma non i rappresentanti locali.