11 GIUGNO 2016
Libia: le forze lealiste liberano il porto di Sirte dall'Is

In Libia le forze leali al governo di Tripoli continuano l'Operazione 'Al-Bunyan Al-Marsoos' su Sirte, roccaforte del sedicente Stato Islamico. Dopo l'annuncio della riconquista del  porto della città, sono stati effettuati "sei" raid aerei contro altri obiettivi dell'Is. Secondo quanto riportato dal Libya Observer, il portavoce dell'Operazione, Mohammed Al-Ghasri ha affermato che i "raid aerei delle forze libiche hanno colpito i terroristi e i loro  mezzi nei pressi della rotonda di Buhadi e nelle zone limitrofe". Sarebbero 250 i jihadisti uccisi nei combattimenti iniziati 10 giorni fa per strappare la città dal controllo dei miliziani. Sulla situazione  nella città natale di Gheddafi, Elvira Ragosta ha intervistato Gabriele Iacovino, analista del Cesi (Centro studi internazionali): 

 

R. - La situazione è ancora fluida, anche se la vittoria delle milizie di Misurata e la presa del porto di Sirte da parte di queste milizie, è un risultato importante contro lo Stato Islamico, il quale dimostra tutte le sue difficoltà in questo momento, soprattutto in Libia, laddove fortunatamente non è riuscito a prendere in profondità il controllo di un territorio, che comunque continua a essere sotto una situazione anarchica.

D. - Si parla di miliziani in fuga verso Sud, altri sarebbero ancora sotto assedio in città. Che cosa sappiamo di questa ritirata? Dove e come fuggono i miliziani dell’Is?

R. - In questo momento c’è una rotta dei miliziani dello Stato Islamico soprattutto nelle zone dell’entroterra, laddove una parte del Califfato in Libia proveniva da quelle tribù, che hanno la propria base nell’entroterra a Sud di Sirte e che di fatto erano un po’ la spina dorsale del vecchio regime di Gheddafi. Un’altra parte del gruppo è ancora a Sirte; la battaglia potrebbe - purtroppo - essere ancora lunga, ma di fatto potrebbe essere un nuovo importante segnale per il futuro della Libia.

D. - I miliziani però non sono solo libici che hanno giurato fedeltà ad al Baghdadi, ci sono anche foreign fighters. C’è il rischio che ora occupino altre città, che continuino a combattere altrove?

R. - Il rischio c’è, però è abbastanza circoscritto, anche perché lo Stato Islamico in Libia ha potuto prendere il controllo di Sirte in forza di un accordo con le tribù locali. Le stesse tribù locali, che prima sostenevano Gheddafi, avevano fatto un accordo con l'Is in nome di una lotta comune contro un nemico che è di fatto sia il governo di Tripoli, sia Haftar – prima era il governo di Bengasi - che è un po’ il simbolo del potere alternativo a quello di Sarraj a Tripoli.

D. - A proposito di sostegno, chi ha sostenuto questi miliziani dal punto di vista economico, militare, strategico e su che tipo di aiuti possono contare oggi?

R. - Si sono “autofinanziati”, cercando di costruire quella struttura politica ed economica che lo Stato Islamico ha creato in Siria e in Iraq, quindi prendere il possesso delle strutture produttive di alcune strutture petrolifere, così da cercare un guadagno e gestire questi introiti. Per ora, fortunatamente, questo modello in Libia non si è strutturato e così le risorse dell'Is sono state limitare anche grazie all’appoggio di una rete di finanziamento internazionale – molto probabilmente proveniente anche dalla capitale dello Stato Islamico in Siria, Raqqa –, ma fortunatamente di fatto lo sviluppo del network del Daesh in Libia è stato comunque circoscritto.

D. - Abbiamo parlato della situazione a Sirte: bombardamenti ci sono stati anche a Derna da parte dell’esercito del generale Haftar, ma ci sono altre cellule dormienti in altre zone del Paese?

R. - La zona più difficile da controllare è quella al confine con la Tunisia, non tanto per una realtà endogena del Daesh alla Libia, ma più che altro perché, vista la situazione di poco controllo in Libia da parte delle autorità locali, i miliziani jihadisti tunisini trovano nella regione al confine tra Tunisia e Libia uno spazio di azione. Quella potrebbe essere una nuova zona di focolaio, di instabilità, ma è più legata alla situazione tunisina che a quella libica.

D. - Dunque, si può dire che l’Is non è più un problema per la sicurezza della Libia o è ancora troppo presto?

R. - È ancora troppo presto, perché, aldilà del network dello Stato Islamico che, volente o nolente, diventa poi il principale motivo di attenzione della situazione di sicurezza del Paese, di fatto la Libia rimane vittima di varie dinamiche anche legate al panorama jihadista internazionale. Pensiamo a tutto quello che è stato Ansar al-Sharia, il gruppo che di fatto ha portato alla morte dell’ambasciatore americano Stevens a Bengasi quattro anni fa. Le dinamiche sono per adesso sotto traccia, però vanno avanti. Quindi altri network jihadisti, legati al mondo del jihadismo globale, possono andarsi a inserire in uno scenario, quello libico, che rimane ancora molto instabile.

Fonte: Radio vaticana