02 MAGGIO 2016
Diplomazia al lavoro per la Siria ma la tregua non regge

Sul perdurare delle difficoltà nel raggiungere un compromesso tra opposizioni e il regime di Damasco, Daniele Gargagliano ha raccolto il commento diStefania Azzolina, del Cesi, Centro Studi Internazionali.

Ascolta l'intervista:

R. – Gli eventi del fine settimana, con i pesanti bombardamenti di Aleppo, di fatto hanno generato un nuovo impulso affinché si riesca a trovare una soluzione a livello internazionale che poi possa essere proposta anche alle parti in questo momento in causa. Per quanto riguarda la tregua, sono sottoposti a un cessate-il-fuoco, di fatto temporaneo, quindi di 72 ore a partire dallo scorso venerdì, solamente le provincie di Latakia e della regione di Damasco, ma non Aleppo, perché Aleppo in questo momento rappresenta per Assad un obiettivo fondamentale. In primo luogo, perché comunque Aleppo – lo ricordiamo – era la capitale economica del Paese ed è tuttora la città più grande. La ripresa di una delle città fondamentali siriane darebbe ad Assad un forte ritorno d’immagine agli occhi della popolazione. Ben più importante è poi il ritorno sul piano diplomatico perché – appunto – grazie al controllo di Aleppo, Assad sicuramente avrebbe una posizione di forza maggiore al tavolo dei negoziati, controllando di fatto le aree principali, più importanti del Paese.

D. – C’è una forte divergenza tra le parti in campo nel definire le aree interessate al cessate-il-fuoco: Damasco e la diplomazia russa parlano di attacchi contro gruppi di al Nusra nell’area di Aleppo, in quanto si tratterebbe di un territorio escluso dall’accordo Onu. Perché la tregua prosegue ancora a macchia di leopardo?

R. – Questo è un retaggio, una criticità che si è avuta fin dall’inizio della proclamazione della tregua e del cessate-il-fuoco. La volontà qual'era? Era quella di escludere quelle zone e quelle aree controllate da gruppi quali al Qaeda o lo Stato islamico. In realtà, però, la geografia del Paese vedeva di fatto non delle aree precise in cui era possibile individuare territori sotto il controllo dello Stato Islamico o, per esempio, territori sotto il controllo dei gruppi ribelli, come il “Free Syrian Army”. E quindi questo ha reso difficile tracciare linee precise, di zone quindi sottoposte o meno al cessate-il-fuoco.

D. – Il nuovo “round” di colloqui tra opposizioni e regime è previsto il 10 maggio a Ginevra, ma le parti sono di nuovo molto distanti per via – appunto – della mancata tregua. Quali sono le distanze che al momento si trovano al tavolo delle contrattazioni?

R. – La distanza principale consiste proprio nella figura di Assad. I gruppi dell’opposizione siriana vedono come elemento imprescindibile per iniziare una fase di negoziazione l’allontanamento di Assad dalla guida del Paese. Al contrario, Assad stesso non ha in questo momento alcuna intenzione di fare un passo indietro.

D. – Insomma, le distanze non sembrano accorciarsi: anzi …

R. – Ci auspichiamo ovviamente che a un certo punto vi sia l’intervento da parte di tutti quei Paesi esterni – Russia, Stati Uniti, Arabia Saudita, Turchia, Iran – affinché aiutino le rispettive parti nella ricerca di un compromesso.

D. – Nelle scorse ore il Qatar ha lanciato un appello per una riunione d’emergenza della Lega Araba in cui analizzare gli sviluppi sulla situazione ad Aleppo. Quale ruolo può avere la diplomazia araba in questa direzione?

R. – All’interno della stessa Lega Araba – penso, per esempio, all’Arabia Saudita – vi sono comunque delle posizioni meno conciliatorie: infatti, bisogna sempre inserire la crisi siriana nel contesto mediorientale che attualmente vede Arabia Saudita da una parte e Iran dall’altra, utilizzare la crisi siriana come uno dei diversi teatri in cui “testare” la propria capacità di egemonia. Attualmente il regime di Assad è un regime filo-sciita, quindi l’Iran ha tutto l’interesse a far sì che non cambi, l’equilibrio all’interno del Paese. Invece c’è l’Arabia Saudita che, come sappiamo, ha sostenuto i gruppi di opposizione, in quanto vedrebbe di buon occhio l’instaurazione di un regime sunnita all’interno della Siria.

Fonte: Radio Vaticana