26 APRILE 2016
Ancora nessuna decisione sulla missione italiana in Libia

Sostegno unanime al governo del primo ministro libico, Fayez al-Serraj, dal vertice G5 – Usa, Francia, Gran Bretagna, Germania e Italia – che si è tenuto ieri ad Hannover. Da parte sua, il premier italiano, Matteo Renzi, ha assicurato che l'Italia sarà "sensibile" alle richieste di Tripoli, quando verranno "formalizzate". Per ora il governo libico avrebbe chiesto alla comunità internazionale un aiuto per proteggere i pozzi petroliferi dalla minaccia dell'Is. Questa mattina, intanto, fonti di governo e dello Stato maggiore della Difesa hanno smentito che l'Italia abbia offerto alla Libia l’invio di 900 soldati, come sostenuto da alcuni organi di stampa. Una fuga in avanti, questa notizia, rispetto alle decisioni ufficiali? Adriana Masotti lo ha chiesto a Andrea Margelletti, presidente del Ce.S.I., il Centro Studi internazionali:

R. – Quello del giornalista immagino sia un mestiere molto difficile, soprattutto quando magari su alcuni temi caldi le notizie non ci sono. Non mi pare che al momento il governo italiano si sia ufficialmente espresso sull’invio di soldati in Libia, né tantomeno si sia espresso su quali tipologie di missioni si devono andare a compiere.

D. – Eppure, arrivano notizie di preparativi in corso in Libia per l’arrivo eventuale di forze italiane…

R. – Sinceramente, non ho idea se ci sono preparativi in Libia. Non mi pare che in questo momento ci siano reparti italiani che si occupano di trasmissioni e di logistica, che siano presenti ufficialmente in Libia per cercare di organizzare i campi e le basi all’interno dei quali dovranno poi operare e vivere i nostri militari.

D. – Qual è l’iter che uno Stato, l’Italia in questo caso, deve seguire per decidere una missione internazionale?

R. – Prima di tutto, per lunga e consolidata tradizione, l’Italia ha sempre operato all’interno di una coalizione internazionale e quindi non vedo ancora un’alleanza: vedo un grande consenso ma non un’alleanza di Paesi che dicono “sì, stiamo partendo, fra un mese andremo...”. Seconda cosa, non stiamo parlando naturalmente delle forze speciali e dell’intelligence che devono, come logico e doveroso, operare nella discrezione, nella riservatezza, ma stiamo parlando di reparti convenzionali delle Forze armate, quindi dovrà esserci una comunicazione e un passaggio parlamentare. Non ricordo l’invio di forze militari senza un passaggio parlamentare, però ci sono, molti, moltissimi suoi colleghi che da mesi sono eccitati riguardo questa missione e pensano a dei numeri e mi chiedono: “Ma sono troppi, ma sono pochi…”. E io rispondo a tutti: “Ma se non abbiamo deciso cosa andiamo a fare, come facciamo a commentare se sono tanti o pochi?

D. – L’unica cosa certa è quindi la disponibilità, più volte ripetuta dal premier Renzi, di collaborare con la Libia…

R. – Esattamente e non ci sono dubbi sul fatto che esistano piani di intervento.

D. – Tempo fa, il governo aveva anche convenuto che un intervento armato nella situazione attuale della Libia non sarebbe poi la soluzione più giusta …

R. – Il vero punto è che tipo di intervento si decide di fare. Si stanno sparando veramente numeri sul nulla, perché non si sa se parliamo di ricostruzione delle Forze armate, supporto logistico, combattimento, pattugliamento … finché non sono definite queste regole basiche, non ha veramente senso discutere di tutto il resto.

D. – E forse una richiesta più precisa da parte del governo libico potrà arrivare solo quando il governo sarà entrato pienamente nelle sue funzioni…

R. – Sì, in Libia la confusione regna ancora sovrana. Il governo sta cercando in qualche maniera di strutturarsi, di avere una legittimità in mezzo a tanti attori, locali e non solo, che magari non lo guardano con particolare favore.

D. – Qualcuno dice che l’Italia ha timore di pronunciarsi apertamente sul suo sostegno alla Libia per eventuali ritorsioni poi del terrorismo. Tutte voci campate in aria?

R. – L’Italia è, come tutti i Paesi che combattono il terrorismo in prima fila, un Paese estremamente a rischio. Abbiamo la fortuna di avere un comparto di forze di sicurezza, forze dell’ordine e servizi di informazione e intelligence che funzionano bene. Tendo, comunque, a pensare che fuggire dalle responsabilità non renda più forti ma semmai più vulnerabili.

Fonte: Radio Vaticana