26 APRILE 2016
Arabia Saudita, il piano per porre fine alla dipendenza dal petrolio

Riad punta a diversificare la sua economia entro il 2030 e a riscoprire le sue riserve di oro, fosfati e uranio. Dietro la riforma il principe Salman, che vuole modernizzare il Paese. E tener testa all'Iran.

L'Arabia Saudita si prepara a cambiare pelle dicendo progressivamente addio a quello che è stato il suo business storico: il petrolio.
Non si tratta di una trasformazione con soli effetti finanziari (l'economia del Paese dipende per l'80% dall'oro nero) ma di un'operazione che da qui al 2030 modificherà anche il peso di Riad nell'area e che è destinata ad avere effetti anche all'interno del Regno.

BASSO PREZZO DEL GREGGIO. Dietro questo passo ci sono il calo del prezzo del petrolio, che le previsioni vogliono sotto i 50 dollari al barile ancora per molto tempo, e la necessità di diversificare l'economia prima che l'utima goccia di greggio sia pompata.
Ma hanno inciso anche altri fattori tra cui le pressioni per l'ammodernamento del Paese e, in larga parte, la volontà dell'Arabia di fare da contraltare a un Iran riabilitato dopo l'accordo sul nucleare del 2015.

Saudi Vision 2030: addio progressivo al petrolio

Il cuore della Saudi Vision 2030, questo il nome dell'ambizioso progetto presentato dal principe Mohammed bin Salman, ministro della Difesa e capo del Consiglio per gli affari economici e dello sviluppo, è il collocamento in Borsa del 5% dell'Aramco, la società petrolifera di Stato che peraltro è la più grande oil company al mondo. 

LA PRIMA GRANDE RIFORMA DAL 1932. «Si tratta della prima grande riforma dal 1932, ovvero dalla creazione dell'Arabia Saudita», spiega a Lettera43.it Stefania Azzolina, analista del Centro studi internazionali (Cesi), «tra gli obiettivi c'è la creazione di un fondo sovrano di 2 mila miliardi di dollari, ilPublic Investment Fund, destinato a diventare il  più grande fondo statale al mondo, e che sarà costituito con l'Ipo sull'Aramco, con riserve statali e la vendita di proprietà pubbliche. L'obiettivo è investire in settori non petroliferi». 
INVESTIMENTI SULLE CITTÀ. Nell'iniziativa rientra anche il National Transformation Plan, un piano di investimenti che punta allo sviluppo della capitale Riad nonché delle città di Damman, Khobar e Gedda.
Il principe ha precisato che l'Arabia ora intende sfruttare le riserve di oro, zinco, fosfati e uranio, risorse che non sono mai state considerate perché il focus era sul greggio. 
FINE DEI SUSSIDI E APERTURA AL TURISMO. Il progetto ha però anche un altro fine: porre termine alla distribuzione dei sussidi su acqua ed elettricità, sviluppare una produzione di armamenti nazionale e aprire le porte del Paese anche al turismo come sta facendo l'Iran.
Una riforma che quindi, come spiega l'analista del Cesi, è destinata a incidere su una società «dove due terzi della popolazione maschile lavorano in strutture statali e la quota di disoccupati tocca l'11,7%».
CARTA VERDE PER STRANIERI. Il principe vuole inoltre l'introduzione di una sorta di 'carta verde', con il pagamento di relative tasse, per i circa 10 milioni di stranieri residenti nel Regno, a fronte dei 20 milioni di sauditi.

Il principe Salman, tra clero e necessità di riforme

Mohammed bin Salman, ministro della Difesa e capo del Consiglio per gli affari economici e dello sviluppo.

La riforma, come detto, ha il volto del principe Salman, 31 anni ad agosto, che in televisione ne ha annunciato l'approvazione dicendosi convinto che già «nel 2020 saremo in grado di vivere senza petrolio». 

Mohammed bin Salman è secondo in linea di successione al trono e incarna lo scontro generazionale in un Paese caratterizzato da sempre dallo stretto legame tra la famiglia reale e il clero sunnita wahabita fortemente conservatore.
Salman era visto con diffidenza da suo zio, il defunto re Abdullah, per via delle sue idee, ritenute troppo innovative per un sovrano tradizionale. 
LA RICHIESTA DI INNOVAZIONE. «La riforma di fatto apre la strada a cambiamenti sociali, bisogna vedere quanto consenso Salman avrà», dice Azzolina. «Una cosa è certa: la popolazione tra i 20 e i 25 anni chiede modernità».
Ma c'è una grande incognita: «Il clero wahabita, pur non opponendosi alle riforme economiche, potrebbe non gradire una modernizzazione della società. Richieste in questo senso potrebbero intensificarsi nel momento in cui fossero tagliati i sussidi statali alla disoccupazione». 

Diversificare per non perdere la leadership 

Il presidente iraniano Hassan Rohani nel sito nucleare di Bushehr.

Non va comunque dimenticato un altro aspetto importante della riforma, ovvero il fatto che diversificare l'economia è funzionale alla politica di Riad nell'area e va quindi letta alla luce del braccio di ferro con l'Iran.

I due Paesi si contendono le leadership nell'area, Teheran sotto le insegne sciite, Riad sotto quelle del sunnismo di stampo wahabita. «La decisione di svincolarsi dal petrolio è maturata nel corso di vari anni ma di certo il riavvicinamento tra Usa e Iran, pur non ancora pieno, ha accelerato il progetto», sottolinea Azzolina.  

ANCHE IL KUWAIT CAMBIA VERSO. L'Arabia non è comunque l'unico Stato mediorientale che si prepara a fronteggiare il calo del greggio e un futuro in cui l'oro nero perderà la sua centralità come combustibile.
Nel mese di marzo il Kuwait ha deciso di introdurre per la prima volta un'imposta sui consumi e tasse sul reddito delle aziende locali, oltre che di privatizzare aziende statali. 

Fonte: Lettera 43