06 APRILE 2016
Nagorno Karabakh, regge la tregua ma con difficoltà

Continua ad essere sostanzialmente rispettato, dopo giorni di scontri e almeno 75 morti, il cessate il fuoco sancito martedì scorso tra azeri e armeni in merito al Nagorno-Karabakh, regione contesa del sud Caucaso. Denunce di violazioni reciproche ci sono ma la comunità internazionale preme per il rispetto dei patti. A rivendicare il riconoscimento del diritto all’autodeterminazione dell’enclave è stato ieri sera il presidente armeno Sarkissian, sostenuto dalla Russia, mentre la Turchia frena. Il riconoscimento dei territori di frontiera resta, in questa fase, un “obiettivo difficilissimo da raggiungere”, spiega al microfono di Gabriella Ceraso, Marco Di Liddo, analista del Centro studi internazionali:

R. – Tra Armenia, Azerbaigian e Nagorno-Karabakh, dal 1994 vige un accordo di cessate-il-fuoco, anche se non esiste un reale progetto, con contenuti politici, che cerchi di risolvere la situazione. Il punto cruciale è che l’Azerbaigian non accetterà mai una decurtazione di quello che ritiene essere il proprio territorio; da parte sua, l’Armenia – pur non riconoscendo ufficialmente il Nagorno-Karabakh per ragioni di buon senso diplomatico – spinge affinché il Nagorno-Karabakh possa “ricongiungersi” con la madre patria, ma respinge in qualche modo anche l’ipotesi di una grande autonomia all’interno dell’Azerbaigian, perché in passato purtroppo l’Azerbaigian ha dimostrato di usare il pugno di ferro nei confronti di realtà subalterne.

D. – Allora in nome di che cosa si dice che le due parti si starebbero accordando?

R. – Si staranno accordando, probabilmente, in questo momento, per abbassare le tensioni, per evitare cioè che ci possa essere una escalation e questo perché la guerra ha un costo economico molto alto: siccome i due Paesi hanno difficoltà economiche, probabilmente temono quelli che possono essere gli effetti, qualora la campagna militare non vada come previsto o come auspicato. Si tratta di un mosaico veramente molto intricato. L’unico elemento stabilizzante, offerto dalla diplomazia russa, che ha interesse affinché il Caucaso sia pacificato, è che il conflitto rimanga almeno congelato.

D. – L’azione del gruppo di Minsk dell’Osce. In queste ore ci sono una serie di riunioni: può avere un ruolo diverso rispetto al passato?

R. – Il grande problema è che per quanto il gruppo di Minsk, dell’Osce, lavori davvero con buona volontà, l’Azerbaigian sostiene che il gruppo di Minsk sia eccessivamente pro-armeno, in quanto i Paesi che lo co-presiedono - cioè Russa, Francia e Stati Uniti - hanno al loro interno delle grandi diaspore armene, che quindi permettono loro di fare lobby politica. In realtà, l’Azerbaigian è un Paese che tradizionalmente in politica estera è molto unilaterale ed ha una postura alquanto assertiva in questo momento. Se aggiungiamo che negli ultimi anni ha potuto ricostituire completamente l’apparato militare, capiamo che il mix è esplosivo. Non dobbiamo mai dimenticare che, nel ’94, gli azeri la guerra l’hanno persa con l’Armenia: quindi c’è anche un senso di revanche storica che cova all’interno dell’élite di potere.

Fonte: Radio Vaticana