06 APRILE 2016
Nagorno Karabakh: che posta in gioco?

Dopo quattro giorni di combattimenti il governo armeno e quello azero si sarebbero accordati per la firma di un accordo per la cessazione momentanea delle ostilità. Una tregua che sarebbe operativa, secondo l’annuncio fatto martedì su Twitter dal ministero della Difesa di Stepanakert dalle ore 12 di martedì, e che è stata raggiunta anche grazie alla mobilitazione della comunità internazionale in favore di una de-escalation. Dagli appelli al cessate il fuoco di Lavrov e del suo omologo tedesco Steinmeier, all’annuncio del ministro degli Esteri francese Jean-Marc Ayrault, sulla missione dei presidenti del gruppo di contatto di Minsk, istituito nel 1992 dall’Osce a guida congiunta di Francia, Russia e Stati Uniti, a Baku, Erevan e Stepanakert. Ma qual è la posta in gioco nel Nagorno Karabakh e perché si è riacceso un conflitto congelato da più di vent’anni? Gli Occhi della Guerra lo ha chiesto a Marco di Liddo, del Centro Studi Internazionali (CeSI), analista ed esperto dell’area dell’ex-URSS.

Perché questa nuova escalation in Nagorno Karabakh?
Il conflitto del Nagorno-Karabakh non è nuovo a queste improvvise fiammate: negli ultimi 22 anni, a partire  dagli accordi di Bishkek del 1994, la tensione tra la Repubblica secessionista a maggioranza armena, l’Armenia e l’Azerbaigian ha conosciuto significative impennate in almeno 5 occasioni, l’ultima nel 2014. La guerra del Nagorno-Karabakh è il più classico dei conflitti congelati, forse il “padre” di questo genere di attriti politico-militari nello spazio post-sovietico e il confronto tra Erevan e Baku avviene in un contesto nel quale non esiste un preciso piano di pace ma soltanto un cessate il fuoco sine die.

La corsa al riarmo, che ha coinvolto entrambi i contendenti negli ultimi anni, soprattutto l’Azerbaigian, aiutato dall’exploit petrolifero e da un significativo aumento della spesa militare, ha contribuito all’acuirsi della tensione, considerando che le rispettive forze armate sono costantemente schierate le une di fronte alle altre e che, quasi su base quotidiana, si verificano incidenti, da semplici e sporadiche raffiche di fucile fino a colpi di mortaio e tiri di artiglieria campale, che però, in certe occasioni, possono assumere tratti particolarmente violenti e trasformarsi in operazioni più massicce.

Questo potrebbe essere successo lo scorso 1 aprile. Anche se, come spesso accade nel caso del Nagorno-Karabakh, i due contendenti si scambiano accuse reciproche su chi per primo abbia aperto il fuoco, dai dati disponibili al momento sembra che l’Armenia e le milizie della repubblica secessionista abbiano reagito ad una incursione da parte dei militari azeri, probabilmente decisi a provare un  azione improvvisa per impossessarsi di alcune alture strategiche nei pressi delle cittadine di Mardakert e Talish. Tuttavia, al di là delle ragioni strettamente tattiche del conflitto, l’improvviso riacuirsi delle violenze potrebbe avere una motivazione politica contingente ed interna all’Azerbaijan: in un momento di difficoltà economica (dovuto al crollo del prezzo delle commodities) e di fermento da parte delle opposizioni alla struttura di potere  del clan del Presidente Ilham Aliyev, il governo di Baku potrebbe aver inteso esternalizzare la crisi e distrarre l’opinione pubblica sul tema del Nagorno-Karabakh.

Russia e Turchia hanno sostenuto nei mesi scorsi il budget della difesa rispettivamente di Erevan e di Baku. Quali sono gli interessi delle due potenze nella regione?
Il Caucaso è il teatro delle battaglie tra Russia e Turchia da più di 400 anni. La posta in gioco è estendere e consolidare la propria influenza in questa area geografica, fondamentale per la geopolitica dell’energia: chi controlla il Caucaso, infatti, controlla i flussi di gas e petrolio verso l’Europa e possiede le chiavi della porta settentrionale del Medio Oriente. Per la Russia, il sostegno all’Armenia è funzionale a limitare le ambizioni di Baku, un provider energetico minore, ma concorrenziale, rispetto al mercato europeo, tenendo a freno, così, anche le politiche espansionistiche turche nella regione. Il controllo del Caucaso è inoltre indispensabile a Mosca per monitorare e neutralizzare l’azione dei gruppi jihadisti locali. Allo stesso modo, la Turchia utilizza la prossimità culturale con l’Azerbaigian per sostituirsi alla Russia quale attore egemone. In questo momento di tensione tra Mosca e Ankara, quindi, il conflitto del Nagorno-Karabakh potrebbe essere una delle tante occasioni di confronto politico e militare indiretto.

Mosca, come con la Siria, ha fatto di nuovo da “paciere”. Erdogan, invece, ha usato toni decisamente meno pacati. Alla Turchia fa comodo una nuova ondata di instabilità nel Caucaso?
Mosca ha interesse a mantenere il Caucaso meridionale stabile poiché è già impegnata con il dossier ucraino e con quello siriano. Tre fronti sarebbero troppi anche per il Cremlino. Ankara lo sa e, nel solco di una tradizione consolidata di attriti e in un momento di estrema difficoltà in politica estera, prova a rilanciare le proprie ambizioni sollevando un po’ di polvere in Azerbaigian. Più che una strategia calcolata, sembra un gioco di improvvisazioni.

Alcuni hanno accusato Mosca di essere dietro l’escalation delle violenze, è plausibile?
È una tesi poco convincente. Mosca ha altro a cui pensare ora, il dossier del Nagorno-Karabakh è secondario. Le tensioni tra Armenia e Azerbaigian, a meno che non raggiungano un livello di guerra aperta, saranno affrontate a tempo debito.

Quali sono le condizioni che potrebbero favorire una soluzione del conflitto armeno-azero per l’enclave contesa?
Preso atto del raggiungimento del cessate il fuoco, bisogna andare oltre. Gli accordi di Bishkek sono superati e non contengono alcun programma politico per la risoluzione del conflitto. Il problema è che Baku e Erevan basano le proprie rivendicazioni su principi di diritto internazionale opposti e confliggenti: autodeterminazione dei popoli per gli armeni, integrità territoriale per gli azeri. Negli ultimi anni, in Europa e Vicino Oriente ha prevalso il principio dell’autodeterminazione dei popoli soltanto quando questa è stata sostenuta dall’azione politica e militare di un grande protettore politico (Russia per Crimea, Ossezia del Sud, Abkhazia; Stati Uniti per il Kosovo). La strategia del fatto compiuto rischia di radicalizzare questo tipo di conflitti cosiddetti congelati, quindi l’unica possibilità è costringere Baku ed Erevan a sedersi ad un tavolo negoziale, sponsorizzato dalle Nazioni Unite ed al quale devono sedere anche Russia e Turchia, con un mediatore, magari l’Unione Europea o un Paese terzo neutrale. È necessario mediare tra i due interessi, assicurando, in ogni caso, il minor numero di danni collaterali, soprattutto riguardo i civili. Anche se Baku rivendica, a ragione, la protezione della propria integrità territoriale, non si può ignorare del tutto la volontà della comunità armena del Nagorno-Karabakh.

Fonte: Il Giornale