23 MARZO 2016
Siria. Aumentano i morti tra i civili nonostante la tregua

Secondo quanto riferisce l'Osservatorio nazionale per i diritti umani (Ondus), sono 326 i civili uccisi in Siria dall’inizio della tregua sancita lo corso 27 febbraio. Di questi, 148 sono morti nel corso di combattimenti proprio nelle aree interessate alla tregua. Gabriele Iacovino, responsabile analisti del Ce.S.I., ha spiegato a Maria Laura Serpico perché in Siria le morti continuano ad aumentare:

R. – Di fatto, la tregua è stato più che altro un punto politico e diplomatico raggiunto a Ginevra, nel quadro delle Nazioni Unite, ma la situazione sul campo è totalmente diversa. È una guerra civile che vede in questo momento le forze lealiste cercare di bloccare l’avanzata del sedicente Stato islamico soprattutto a est, ossia sulla strada da Palmira verso Deir el-Zor. L’obiettivo dei lealisti, aiutati dalle milizie sciite e dall’aviazione russa, è quello di cercare di isolare l’Is a Deir el-Zor partendo da Palmira. Detto ciò, questa situazione bellica sul campo porta a dei risvolti assolutamente negativi per la popolazione civile, che continua a essere vittima di un conflitto che non vede ancora oggi una soluzione di breve periodo.

D. – L’incapacità di reagire della comunità internazionale è dovuta a una spaccatura interna all’Onu?

R.  – Più che a una spaccatura interna all’Onu, è dovuta ai diversi interessi che i vari Paesi hanno in Siria, interessi che sono sia regionali sia globali. La stessa presenza russa in Siria fa vedere come gli interessi, da una parte della Russia e dall’altra degli Usa, siano in questo momento un po’ divergenti nonostante la lotta comune al Daesh. Inoltre, ci sono gli interessi regionali: da una parte i Paesi sunniti, con Arabia Saudita e Turchia che cercano un’alternativa ad Assad, dall’altra l’Iran assieme a Hezbollah che supportano Assad non come la migliore delle alternative, ma come l’unica possibile al momento. Questo fa sì che in Siria si combatta sì una guerra civile, ma che ha degli interessi “globali”. E ciò senza una politica e un ruolo forte dell’Onu provoca dei problemi per la ricerca di una soluzione. Non è la debolezza intrinseca alle Nazioni Unite: sono i vari Paesi che non danno loro forza. L’Onu è un’organizzazione internazionale e senza l’appoggio dei vari Paesi, soprattutto di Russia, Stati Uniti e Cina, può fare ben poco.

D. – Quali sono le ripercussioni sul profilo economico del Paese?

R. – Dopo più di quattro anni di guerra civile, parlare ancora di un’economia siriana è veramente difficile. Stiamo parlando di una situazione molto complessa, una situazione dove il conflitto ha dilaniato il Paese e ha distrutto non solo l’ambito politico, ma anche quello economico. La ricostruzione del Paese sarà difficile, ma senza una reale stabilizzazione, e senza una reale soluzione politica della situazione, purtroppo il futuro della Siria nei prossimi mesi, se non nei prossimi anni, sarà ancora complesso.

D. – I recenti attentati di Bruxelles scaturiscono in parte dalla guerra in Siria?

R. – Più che altro scaturiscono da una situazione di instabilità nel Medio Oriente che ha visto negli ultimi anni la nascita di Daesh. Il potere radicalizzante dell’Is è molto più forte rispetto ad Al-Qaeda, perché il messaggio raggiunge molto più facilmente anche i giovani europei: radicalizza i giovani europei e musulmani e crea una minaccia non solo per la sicurezza del Medio Oriente ma anche per quella europea. Questo poi si innesta su una situazione di sicurezza e di integrazione difficili, ma si tratta purtroppo di problemi tra loro incatenati. Bisogna risolverli entrambi – da una parte la situazione in Medio Oriente e dall’altra quella in Europa – per cercare una soluzione a 360 gradi. Senza il messaggio radicalizzante dell’Is, anche la sicurezza europea potrebbe trarne beneficio.

Fonte: Radio Vaticana