23 MARZO 2016
Margelletti: rischi non cresciuti ma il problema sono le nostre contraddizioni

Bisogna confrontarsi con un terrorismo che sta cambiando, bisogna acquisire consapevolezza di essere a rischio ma anche capire davvero dove risiedono i problemi. Lo spiega Andrea Margelletti, presidente del Ce.S.I.

Gli attentati di Bruxelles cosa cambiano per l’Italia?
Ciò che è successo non cambia molto per noi. L’allarme è lo stesso delle settimane precedenti. Un passaggio importante però c’è, che riguarda anche noi. Noi siamo abituati a pensare una sicurezza che eviti a elementi e strumenti pericolosi di salire a bordo dei velivoli. Non pensiamo ad aeroporti e stazioni come obiettivo. Infatti da noi la sicurezza stringente è ai gate. In occidente stazioni e aeroporti sono luoghi di accoglienza. Dato che la strategia terroristica è passata dal colpire obiettivi simbolici a colpire le persone, dobbiamo rivedere l’approccio ad alcuni luoghi. 

Ma l’Italia come Paese è ora più a rischio?
L’esposizione dell’Italia non cambia rispetto a prima, non c’è una minaccia specifica. Noi rimaniamo nel novero dei Paesi obiettivo dei terroristi, ma abbiamo un sistema di sicurezza che funziona meglio che in altri Paesi europei, questo ormai è acclarato. In secondo luogo c’è una presenza minore di islamici di seconda e terza generazione e in generale di jihadisti. Senza abbassare la guardia: uno dei primi europei a morire per al-Qaeda è stato un genovese convertito, quindi ci troviamo di fronte a una storia lunga ma che comunque ha prodotto un numero di jihadisti e foreign fighters inferiore al resto d’Europa.

Se l’Italia si esponesse di più, ad esempio con un intervento militare in Libia, aumenterebbe il rischio attentati?
Non credo, sono altri i pensieri che guidano questi terroristi. Anzi, penso che mostrarsi pavidi sia un segno di debolezza e non di forza, il non partecipare a missioni internazionali ci fa individuare come un anello debole e di conseguenza alla lunga ci mette più a rischio. Questo non vuol dire che bisogna fare interventi senza strategia. I problemi sono le nostre contraddizioni.

Vale a dire?
La totale assenza dell’Europa. La mancanza di visione e di strategia dei leader politici che si sono fatti trovare impreparati di fronte a cose prevedibilissime come i flussi di migranti e quelli dei profughi che fuggono dalla guerra in Siria. Ma c’è anche uno stomaco del popolo che vuole la botte piena e la moglie ubriaca: se chiedi in giro tutti vogliono che si sconfigga l’Isis, magari anche mandando soldati, ma poi se questo vuol dire correre rischi e aumentare le tasse per sostenere le spese, allora nessuno è più d’accordo. 

C’è l’Isis dietro gli attacchi?
L’Isis dà indicazioni generiche e copertura ideologica. Quelli che agiscono sono europei. Il problema è la perdita del senso di appartenenza allo Stato per riconoscersi in una comunità altra, ostile. Il mio timore è che si rincorrano le mode, tutti parlano di Isis e ci distraiamo di fronte a centinaia di gruppi jihadisti, come pensando solo ad al-Qaeda non abbiamo capito e prevenuto la nascita dell’Isis. 

Fonte: Metro News