18 FEBBRAIO 2013
È di moda il mercenario. Duemila dollari al giorno con licenza di uccidere

CI SIAMO “INFILTRATI” NEL MONDO DEI SOLDATI DI VENTURA: UN LAVORO CHE TIRA, IN TEMPI DI CRISI

I contractors sono sempre più ricercati: pur se strapagati costano meno che mantenere un militare tutta la vita, sono pronti a tutto e se muoiono non creano un caso politico. Li abbiamo incontrati.

Sono pagati da un minimo di 500 fino a 2.500 dollari al giorno, trovano ingaggio senza problemi, girano il mondo spesati di tutto punto, conducono una vita avventurosa. Il mestiere delle armi, in tempi di crisi, riscuote crescente successo e sono molti gli italiani che fanno la fila per essere arruolati in ogni parte del globo. Abbiamo provato a farlo anche noi, per capire come si diventa “contractors” o, più spregiativamente, mercenari: soldati di ventura ingaggiati da eserciti regolari, governi, aziende e navi per offrire sicurezza, ma anche per combattere qualsiasi causa abbia bisogno di un mitra in pugno.

Contrariamente a quanto si può pensare, l’uso dei mercenari non è una prassi in via di abbandono, bensì una scelta sempre più in uso: «Il costo dell’addestramento di un militare di carriera e il suo mantenimento per un’intera vita lavorativa è altissimo; a molti governi conviene di più assumere per un breve periodo un professionista esterno: costa di meno e se cade in un teatro di guerra ha una ricaduta politica molto minore», spiega il professor Andrea Margelletti, consulente strategico del ministero della Difesa. «In Iraq ho visto moltissimi contractors, ma se ne avvalgono anche tante multinazionali, per esempio per la protezione di impianti petroliferi». Nei terreni di conflitto i contractors rischiano la pelle, com’è successo a Fabrizio Quattrocchi, ucciso a Baghdad dalle Falangi Verdi di Maometto il 14 aprile 2004. Quattrocchi lavorava per una delle 2.200 “private military company” che operano in questo mercato.

Tanti italiani, con la crisi, tentano l’avventura. «Il grande rischio delle società di contractors è di avvalersi non di ex militari professionisti, come gli appartenenti alla Folgore, al Col Moschin, agli incursori Comsubin, ai Nocs, ai Navy Seals americani o alle Sas inglesi, ma prendere dei non professionisti, pronti a tutto in cambio di facili guadagni», spiega Margelletti. Le compagnie che assoldano mercenari sono di per sé vietate in Italia (non in Usa e nel Regno Unito). Ma sotto la vaga nozione di “security” proliferano anche da noi, spesso come longa manus di spregiudicate società straniere. È questa la zona grigia nella quale ci siamo infiltrati.

Il centro di reclutamento. Il codice penale italiano (art. 244 e 288) vieta l’arruolamento non autorizzato al servizio di uno Stato straniero.

Ma le Procure non indagano sul fenomeno e scavalcare la legge non è per nulla impossibile. Basta affidarsi agli intermediari: il trucco è saperli scovare. Ci siamo incontrati con uno di loro: il rappresentante italiano di una grande compagnia internazionale di sicurezza privata. Appuntamento in un piccolo paese della pianura padana: gli uffici si trovano qui, nel retro di un anonimo capannone della zona industriale. Le regole sono semplici. Punto uno, l’addestramento: i corsi si tengono in Russia, in una cittadina fantasma a nord di Mosca, «dove si esercitano anche le teste di cuoio e i militi della polizia criminale».

Altri campi hanno sede in Francia e in Texas. Scorriamo l’elenco delle lezioni: «Combattimento corpo a corpo; abilità nel coltello e altre armi bianche; cattura e neutralizzazione; prevenzione delle imboscate; attuazione di contro-imboscate; classificazione delle blindature e loro punti deboli; manipolazione di differenti armi leggere; tecniche per la preparazione del combattimento». I corsi, ci viene spiegato, sono necessari per ottenere le varie licenze: durano dai 7 ai 30 giorni e hanno un costo tutt’altro che indifferente, dai 2mila ai 6mila euro.

Un bel business? «No, un ottimo investimento », assicura il nostro interlocutore. Una volta completati i corsi, si finisce in un grande database: è da lì che pescano le varie società a caccia di nuove reclute. Requisiti necessari: età superiore ai vent’anni, certificato medico, due foto recenti e un passaporto valido.

«Alla formazione ci pensano i nostri istruttori», assicura l’intermediario. «Non è necessario essere ex soldati. Ogni anno, circa un centinaio di italiani si addestrano con noi, e in molti non hanno nemmeno fatto il militare. Uno su due rinuncia, perché gli allenamenti sono durissimi e non tutti riescono a reggere. Se ce la fai, puoi passare direttamente allo step successivo: l’arruolamento».

Una prospettiva tutt’altro che disprezzabile, soprattutto in tempo di crisi: un contractor – stando a quanto apprendiamo – può guadagnare dai 500 ai 2.000 dollari al giorno (oltre 2.000 secondo Margelletti). «Ovviamente, rischiando la vita», è la laconica ma sacrosanta precisazione.

Ma quanto tempo ci vuole per trasformare un occhialuto studente universitario in un muscolosissimo Rambo, pronto ad aprire il fuoco contro orde di talebani?

«Due anni, al massimo tre». Le destinazioni più quotate: l’Iraq, l’Afghanistan, i Paesi africani, l’America Latina. E poi, ultimamente, i deserti del Mali. Le parole d’ordine per chi vuole cominciare: pazienza, passione, volontà.

Due mesi al fronte, un mese in Italia, una missione dopo l’altra. Ma in cosa consiste, esattamente, il lavoro di questi moderni soldati di ventura? «Spesso si tratta di scortare un convoglio», racconta il nostro reclutatore, che ha operato come contractor in zone ad alto rischio. «Per esempio l’auto di un ambasciatore, oppure un team di manager stranieri. Non sempre succede qualcosa. A volte è persino noioso».

“Uccidi pure, sei pagato”. «Capita poi che ti venga ordinato di presidiare un edificio, una fabbrica, un obiettivo sensibile. Se ci sono attacchi, tu rispondi al fuoco».

Uccidendo, se necessario? «Certo. Sei pagato per portare a termine la tua missione, costi quel che costi».

E se sparando colpisci un civile? «Può capitare. Capita». E le conseguenze legali? «Non ci sono conseguenze legali: la società che ti ha assoldato è pagata dal governo del Paese nel quale ti trovi per compiere determinate azioni. Tu ubbidisci agli ordini, fai il tuo dovere: non c’è nulla di sbagliato in questo. Se devi sparare, spari. E se per sbaglio colpisci un innocente, be’, puoi star certo che nessuno verrà a processarti. Non è mai successo, e non succederà mai».

È la legge dei contractor: un’assicurazione sulla vita, il conto corrente che sale, la fidanzata a casa che ti aspetta. Il resto, tutto sommato, conta relativamente: da una parte ci sono i “buoni”, dall’altra i “cattivi”, e i “buoni”, semplicemente, sono quelli che a fine mese ti pagano lo stipendio. Nè più nè meno. Il nostro colloquio dura circa un’ora: ci si scambia i numeri di telefono, i contatti mail. «Chi vuol partire è sempre in tempo», sorride l’intermediario. «Soprattutto oggi, con questa brutta crisi...». Prima di andarcene, un’ultima domanda: a lei è mai capitato di ammazzare qualcuno? Un attimo di silenzio. «Ci sono domande che non andrebbero mai fatte». Pausa. «Ecco, questa è una di quelle».

Testimonianze coperte. Più espliciti due mercenari che hanno accettato di parlare dietro garanzia di anonimato. Kurt, un ebreo italiano che si è addestrato anche nelle forze armate israeliane, non tentenna: «Sì, per lavoro ho ucciso e contribuito a far uccidere delle persone. Non mi è piaciuto, non mi piace nemmeno ora, ma ho trovato un equilibrio con questa faccenda».

Quanto guadagna Kurt? «Per compiti di scarsa specializzazione quali scorte e sorveglianza, in genere si ottengono ingaggi bi-trimestrali di circa 15-20.000 dollari dai quali dedurre le tasse, sempre che si decida di pagarle. Nel mio anno migliore ho incassato un paio di centinaia di migliaia di dollari, al lordo delle spese e del fisco».

I contractors sono stati coinvolti negli interrogatori con tortura della prigione di Abu Ghraib.

Come valuta Kurt quegli episodi?

«Negativamente e so che continuano ad accadere anche oggi. Il waterboarding (una forma di annegamento controllato, ndr), per esempio, si usa da decenni. C’è da considerare che parte della sicurezza dell’Occidente dipende dalle azioni discutibili di certe persone. Alcuni lo fanno per patriottismo, altri per danaro».

Un altro mercenario, Roberto, rivela una situazione difficile in cui si è trovato: «In Nigeria abbiamo dovuto arginare un attacco di predoni armati a un oleodotto scoperto, con liquido infiammabile che sprizzava ovunque: abbiamo rischiato di saltare tutti per aria».

Quali sono le motivazioni del lavoro da mercenario?

«Il mondo del lavoro civile non dà alcuna opportunità di inserimento. Se uno è bravo a sparare o a saltare col paracadute, per lui non ci sarà mai posto nel mondo del lavoro civile. Come mercenari si è pagati come mai, in Italia, si verrebbe pagati».

Fonte: www.corriere.it/sette/