22 FEBBRAIO 2016
Siria. Is, terrorismo d'effetto nasconde difficoltà sul terreno

180 morti e 200 feriti il bilancio ancora provvisorio degli attentati ieri in Siria a Damasco e Homs, rivendicati dal sedicente Stato islamico. Aumenta quindi la preoccupazione per la capacità operativa dei miliziani dell’Is in Siria, dopo le notizie che la loro avanzata fosse arginata. Roberta Gisotti ha intervistato Stefania Azzolina, analista del Centro Studi internazionali (Ce.S.I):

R. – Sicuramente, gli attentati di ieri ad Oms e a Damasco hanno avuto come obiettivo quello di dimostrare che lo Stato islamico, seppure in un momento di oggettiva difficoltà, continua ad avere una capacità grande di colpire quelli che sono in questi momento i centri di potere del fronte lealista e quindi del governo di Assad. Ha grande valore simbolico soprattutto l’attentato a Damasco presso il Mausoleo sciita che viene colpito per la terza volta. Quindi, si vogliono colpire luoghi strategici, simbolici, proprio per riaffermare la propria capacità in un momento che invece sul campo vede lo Stato islamico arretrare su diversi fronti.

D. – È pur vero che questi attentati potrebbero trarre in inganno, perché operare con attentati terroristici non comporta avere poi dietro eserciti equipaggiati e strutture logistiche…

R. – Assolutamente sì. È proprio questo l’obiettivo: cercare, utilizzando strumenti di natura terroristica di sopperire a quella che è una mancanza di capacità di azione sul territorio. Proprio nel corso di questo fine settimana, infatti, si è avuta notizia del ritiro delle milizie di Al Baghdadi da 27 villaggi situati a nord di Aleppo. L’esito della battaglia di Aleppo sarà in grado di fornirci le tendenze del prossimo futuro. Nel caso in cui le forze lealiste riusciranno a concludere l’accerchiamento di Aleppo, e quindi pian piano riprendere anche il controllo del centro cittadino, a questo punto le milizie dell’insorgenza sunnita avrebbero solamente il controllo di Idlib. Questo porterebbe l’opposizione siriana a non avere più un grande credito al tavolo delle trattative.

D. – A proposito di trattative, da Amman in Giordania è arrivato l’annuncio oggi del segretario di Stato Usa, Kerry, di un accordo – ma solo provvisorio, è stato sottolineato – per un cessate-il-fuoco da cui sarebbero esclusi quei gruppi ritenuti dall’Onu terroristi. Ma che senso può avere tale accordo se non quello di inutile facciata?

R. – Rappresenta sicuramente un piccolo passo, nel senso che in questo momento le diplomazie mondiali stanno cercando di evitare una nuova escalation del conflitto. Si è visto come nelle scorse settimane sia la Turchia che l’Arabia Saudita abbiano più volte paventato l’idea di possibili interventi all’interno del contesto siriano, che di fatto andrebbero a rendere la situazione, già difficile, ancora di più precaria soluzione. È un tentativo quindi di trovare un cessate-il-fuoco che però – come giustamente lei sottolinea – è soltanto una dichiarazione, perché lo stesso ministro degli Esteri russo, Lavrov e il segretario di Stato, Kerry hanno detto che permangono ancora delle contrapposizioni su punti maggiormente specifici. Ad esempio, ci dovrebbe essere la volontà da parte della Russia di porre fine ai bombardamenti che in questo momento però stanno aiutando le forze lealiste a riprendere i territori persi nel corso degli anni passati, oppure rimane sempre il ruolo fondamentale di quale sarà il ruolo di Assad una volta che le conflittualità sul campo verranno fermate.

D. – Quindi, un valore più che operativo sul cessate-il-fuoco, un valore politico di contenere, come lei ha spiegato…

R. – Assolutamente sì. C’è comunque la volontà di porre fine al conflitto, ma permangono delle criticità, delle visioni diverse e soprattutto permangono degli interessi estremamente confliggenti l’uno con l’altro, che non permettono di giungere a una sintesi che di fatto possa essere accettabile per tutti i soggetti sia regionali che internazionali coinvolti nella crisi siriana.