30 NOVEMBRE 2015
Cosa succede fra Turchia, Europa e Stati Uniti

La Turchia di Recep Tayyip Erdogan, nonostante alcune intemperanze, è sempre più protagonista dell’agenda politica dell’Occidente, che si trova a fare i conti con la sua indispensabilità.

L’ACCORDO CON L’UE

Nel vertice straordinario tra Ue e Turchia tenuto ieri, Bruxelles e Ankara hanno concordato un piano comune d’azione proposto dal Consiglio europeo il 15 ottobre scorso. Obiettivo: trattenere nel Paese i rifugiati siriani che vi arrivano in fuga dalla guerra civile con l’intenzione di raggiungere l’Europa. Con questa mossa gli Stati membri esoprattutto la Germania, una delle mete più ambite dai migranti e più sotto pressione rileva l’agenzia Reuters, sperano di ridurre sensibilmente e per un periodo accettabile il flusso di arrivi. Per farlo, spiega una nota ufficiale, l’Unione ha confermato un finanziamento di 3 miliardi di euro richiesti dalla Turchia per farsi carico delle operazioni di accoglienza (attualmente Ankara ospita circa 2,2 milioni di rifugiati, per i quali ha speso 8 miliardi di dollari). Allo stesso tempo, l’accordo consentirà ai Paesi del Vecchio continente di riportare in Turchia gli “immigrati economici” irregolari che vi hanno transitato prima di arrivare nell’Ue, una volta stabilito che non hanno diritto alla protezione internazionale. Ci penseranno poi le autorità turche a rimpatriarli nei rispettivi Stati d’origine.

GLI IMPEGNI DI BRUXELLES

In cambio, oltre ai 3 miliardi di euro che “andranno direttamente ai rifugiati”, come ha rimarcato il premier turcoAhmet Davutoglu nella conferenza stampa finale del vertice, Bruxelles, che controllerà la spesa, promette di accelerare il processo di liberalizzazione dei visti per i cittadini turchi che vogliono recarsi nel Vecchio continente (se Ankara rispetterà tutte le condizioni, il processo sarà completato nell’autunno 2016, ha promesso il presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker) e si impegna a rilanciare i negoziati di adesione della Turchia all’Unione, bloccati da anni a causa, soprattutto, dell’opposizione di Cipro.

L’OMICIDIO DEMIRTAS

L’accordo rinsalda i rapporti tra Ue e Turchia in un momento non semplice per Erdogan. Ieri, racconta il britannicoGuardian, migliaia di persone si sono riversate nelle strade di Istanbul per partecipare ai funerali di Tahir Elci, il capo degli avvocati curdi ammazzato sabato in un agguato nella città di Diyarbakir. Subito dopo l’omicidio c’era stata una manifestazione di piazza e la polizia aveva respinto con cannoni d’acqua gruppi di manifestanti che protestavano lanciando pietre. Mentre nel centro storico di Sur, dove è successa la sparatoria, era già stato dichiarato il coprifuoco. Le autorità di Ankara indagano, ma per il leader del partito filo curdo, Selahattin Demirtas, si è trattato un “delitto politico”.

IL DILEMMA CURDO

I dilemmi che deve affrontare la Turchia in merito alla questione curda, sia al suo interno sia nei Paesi confinanti non sono pochi, ha evidenziato su Formiche.net Carlo Jean, e hanno prodotto un atteggiamento ambiguo, spesso criticato in Occidente. “Ankara (che partecipa alla coalizione internazionale a guida Usa contro il Califfato, ndr) ha interesse che l’Isis, e anche gli insorti sunniti in Siria, indeboliscano i curdi, specie il loro partito dominante, l’Pyd (Unione democratica del popolo), sempre stato fortemente anti-turco”. Per l’esperto di geopolitica, alla base di questa strategia c’è il fatto che “la Turchia non accetterà mai uno Stato curdo, che comprometterebbe la sua unità. Quello che i curdi siriani e iracheni possono sperare è il riconoscimento delle loro identità di minoranza nazionale, l’uso della propria lingua, l’autonomia amministrativa e il diritto di trarre vantaggio dalle risorse naturali esistenti sui loro territori. Sarà loro possibile raggiungere accordi permanenti, però sotto lo stretto controllo di Ankara, come ipotizzato nella politica neo ottomana del presidente turco, che ha affermato la fine degli accordi Sykes-Picot e ipotizzato la costituzione di una fascia cuscinetto alle sue frontiere meridionali”.

IL SUKHOI ABBATTUTO

In queste tensioni regionali, ha spiegato a Formiche.net il generale Mario Arpino, già capo di Stato maggiore della Difesa, si può iscrivere anche il caso del Sukhoi russo abbattuto la settimana scorsa da due F-16 di Ankara. “La Turchia è nervosa, perché  “Mosca interviene in Siria a sostegno di Bashar al-Assad, che Ankara cerca di rovesciare. Nel farlo, inoltre, attaccando anche postazioni dell’Isis, lascia campo libero ai curdi. Anche se più in generale la vicenda è solo un altro episodio della secolare competizione regionale tra Turchia e Russia”. In questo caso, ha commentato ancora Arpino, “possiamo ipotizzare che in questo caso la Russia si sia mossa col suo aereo sconfinando nello spazio aereo di Ankara anche per controllare le capacità di reazione turche”, che per risposta lo hanno colpito. Di diverso avviso Francesco D’Arrigo, già ufficiale della Marina, oggi direttore dell’Istituto italiano di studi strategici Niccolò Machiavelli, secondo il quale “ci sono troppe cose strane in questo abbattimento”. In primo luogo, rimarca, “salta subito all’occhio che sia stato ripreso da tv, segno che fosse stato già organizzato”. A generare qualche dubbio nell’analista è poi “la procedura di intercettazione”. Dalle immagini “sembrerebbe che l’aereo sia stato colpito alle spalle, un’eventualità difficile a meno che non fosse inseguito”. “I piloti”, prosegue, sono caduti in territorio siriano e non turco e questo è un altro elemento di dubbio”. Ad ogni modo, per D’Arrigo, l’abbattimento “è l’ultima opzione disponibile e dovrebbe essere attuato solo in caso d’attacco. Mi pare difficile che un Sukhoi, fornito di gps, abbia invaso lo spazio aereo turco per più di qualche secondo. Ciò mi fa credere che la Turchia, in virtù delle divisioni con la Russia su Assad, abbia solo colto l’occasione per aumentare il livello di scontro con Mosca, cercando di coinvolgere senza fortuna la Nato, come poi si è compreso dalla richiesta di convocare il Consiglio Atlantico pur in assenza di un attacco”.

IL RUOLO DELLA NATO

Nell’opinione di molti analisti, l’Alleanza atlantica è uno degli elementi per comprendere la mossa turca. Secondo un contributo del Centro Studi Internazionali (Cesi) presieduto da Andrea Margelletti, “nonostante gli avvertimenti delle Forze armate di Ankara e i frequenti sconfinamenti dei velivoli russi e siriani nello spazio aereo turco, l’atteggiamento di Erdogan e Davutoglu è apparso in contraddizione con le tradizionali procedure standard della Nato in materia di sconfinamenti aerei da parte di Paesi terzi”. Ma perché? “Sotto questo profilo”, rileva il rapporto, “appare improbabile, anche se non impossibile, una rappresaglia militare su larga scala”, dal momento che Mosca ha già intensificato la propria presenza militare nell’area. “Infatti, una simile evenienza porrebbe la Nato di fronte al dilemma dell’attivazione dell’articolo 5, possibilità che la Russia vorrebbe fortemente evitare. Al contrario, l’aggressività della strategia turca appare essere rivolta in direzione di un maggiore e forzato coinvolgimento dell’Alleanza atlantica nella crisi siriana, al fine di massimizzare i propri benefici politici e minimizzare le capacità di azione da parte di Russia e Iran, alleati di Assad”.

LA POSIZIONE DI OBAMA E DELLA NATO

Un coinvolgimento della Nato, però, pare improbabile, almeno stando alle dichiarazioni pubbliche. Al termine del vertice straordinario tenuto, subito dopo l’abbattimento, il 24 novembre a Bruxelles con i rappresentanti dei 28 Paesi membri dell’Alleanza, il segretario generale Jens Stoltenberg ha invitato alla “calma e alla de-escalation”. Un appello lanciato anche dal presidente americano Barack Obama, che però non ha mancato di criticare Mosca. “Stiamo ancora aspettando i dettagli di quanto è successo – ha detto ieri il capo di Stato Usa al termine di una conferenza stampa con il presidente francese François Hollande, in visita a Washington -, ma la Turchia ha diritto di difendere il suo territorio e il suo spazio aereo. E le operazioni russe al ai confini con la Siria sono un problema costante. È però importante – ha concluso – che Turchia e Russia parlino”.

LE RIPERCUSSIONI ENERGETICHE

Ma i problemi tra il presidente russo Vladimir Putin e il suo omologo turco Erdogan, sottolineano gli osservatori, non dipendono solo da divergenze geopolitiche, ma anche da un attore finora poco visibile sul palcoscenico siriano-iracheno: il petrolio. “La differenza di approccio alla guerra in territorio di Damasco – ha scritto il giorno dell’abbattimento Maurizio Molinari, dal primo gennaio nuovo direttore della Stampa – è divenuta lampante al recente G20 quando Putin ha accusato individui di 40 Paesi – Turchia inclusa – di finanziare lo Stato Islamico di Abu Bakr al-Baghdadi”. Un’accusa a cui Erdogan ha replicato accusando invece Assad, alleato di Mosca, “di acquistare greggio proprio da Isis per finanziare un nemico che lo rilegittima come leader nazionale”.

SCAMBI D’ACCUSE

Le tesi di Russia e Turchia sul tema sono contrapposte. “Convogli costituiti da centinaia di autocisterne – hanno scritto  Alessandro Ovi e Luca Longo sul Sole 24 Ore – partono giorno e notte da Raqqa per passare clandestinamente in Turchia lungo rotte che si distaccano dalla strada per Aleppo, oppure verso sud per poi passare in Medio Oriente”. Sarebbero gestiti in larga parte dello stesso Stato islamico, che provvederebbe a scortare i convogli “finché non vengono ceduti a broker che a loro volta li passano ad altri intermediari, finché il petrolio non risulta ripulito dalle proprie impresentabili origini ed è pronto per entrare nei rispettabili canali di distribuzione ufficiali”. Con quei soldi l’Isis finanzierebbe parte delle sue attività. L’attrito, secondo alcuni osservatori, sarebbe anche di natura personale. Il 20 novembre il Cremlino, dice Il Fatto Quotidiano, ha comunicato “di aver distrutto raffinerie nella principale zona di produzione dello Stato Islamico, Deir Ezzor. Un colpo per chi fa affari con i jihadisti: secondo Gürsel Tekin, vicepresidente del principale partito d’opposizione (il Chp), tra questi ci sarebbe anche l’azienda di trasporti Bmz Ltd., che appartiene a Bilal Erdogan, figlio del presidente”. Secondo Business Insider, invece, “l’Isis vende petrolio” principalmente “alla Siria”, lo stesso Paese che sta “cercando di sopraffare”. Il governo siriano, prosegue l’analisi, “governato dal brutale dittatore Assad, è attualmente impegnato in una guerra civile con vari gruppi ribelli, così come una guerra contro lo Stato Islamico, che sta cercando di stabilire un califfato nella regione. La Siria ha bisogno di petrolio per combattere queste guerre, e dal momento che l’Isis controlla una quantità significativa di infrastrutture di produzione di petrolio del Paese, sono costretti a comprarlo da loro”.

 

http://formiche.net/2015/11/30/turchia-ue-usa/