03 MARZO 2015
Contractors, l'esercito dei mercenari italiani tra amor di patria, guadagno e croci celtiche

I 'soldati privati', tra lecito e illecito stanno aumentando a dismisura. Assoldati come liberi professionisti da compagnie private e faccendieri miliardari, vengono arruolati sul web. Inneggiano al fascismo, alla difesa del cattolicesimo e all’odio verso l’Islam. Ma se muoiono non li piange nessuno

Si allenano all’estero, soprattutto negli Stati Uniti e in Israele, dove imparano ad usare fucili da guerra e mitragliatrici. Alcuni hanno un passato nelle élite delle forze armate: paracadutisti della Folgore, Gis, Tuscania, San Marco. Ma alla bandiera italiana preferiscono garantire la propria fedeltà - mai eterna - a clienti privati e molto generosi. Altri, invece, sono ex buttafuori, ex vigilanti, ex istruttori o autentici profani del mestiere che, attratti dal miraggio di uno stipendio da capogiro e di una vita avventurosa, si iscrivono a costosissimi corsi di formazione sperando di ottenere un ingaggio all’estero.

Si fanno chiamare “contractor”, ma il termine inglese non rende l’idea. Sono moderni mercenari che vengono assoldati come liberi professionisti da compagnie private, navi, multinazionali, manager d’azienda e faccendieri miliardari. Soldati privati e armati arruolati persino dai governi stranieri, che traggono vantaggio affidando ai contractor ruoli paramilitari senza essere costretti ad assumerli per la vita. Dal canto loro, i mercenari ottengono guadagni più che allettanti per impieghi a breve termine: stipendi che vanno dai 150 euro al giorno ai diecimila euro al mese.

Un esercito parallelo che si colloca in una zona grigia fra il lecito e l’illecito (in Italia il reclutamento è vietato per legge) che ultimamente - anche per effetto della crisi economica - sta aumentando a dismisura: parallelamente all’emergenza terrorismo islamico un’impennata di richieste di contractor da tutto il mondo sta infatti arrivando negli ultimi mesi da compagnie petrolifere e multinazionali in Iraq, Siria, Afghanistan, Libia, Egitto e Nigeria. Con il risultato che anche centinaia di italiani si stanno mobilitando per partire. Fra di loro anche molte donne. Le società del settore confermano: riceviamo più di cento curriculum di aspiranti mercenari ogni mese.

Reclutamento su web
Per capire la portata del fenomeno basta digitare su Google due parole chiave: “recruitment contractors”. I risultati ottenuti sono migliaia in pochi secondi, e rimandano soprattutto a “private security companies” americane o inglese. Sono Inghilterra e Stati Uniti, infatti, dove la professione del “soldato privato” è perfettamente legale, a detenere il monopolio del business e a gestire la fetta d’affari più grossa, stringendo accordi direttamente con i governi locali dei Paesi dove i contractors sono inviati. Alcuni di loro sono assunti con il ruolo di bodyguard e addetti alla sicurezza direttamente dalle compagnie, che sui loro siti internet espongono le offerte di lavoro e i rispettivi compensi come fosse un lavoro qualunque, ai quali l’aspirante mercenario può inviare la propria candidatura spontanea. La maggior parte dei contractor, però, lavora attraverso agenzie di reclutamento, che dispongono di un database dove sono contenuti i nominativi dei soldati “freelance”.
Esattamente quello che succede in Italia, dove il reclutamento di mercenari e l’arruolamento non autorizzato al servizio di uno Stato straniero sono puniti dal codice penale. E così le agenzie del settore possono occuparsi solamente di consulenza, offrire esperti di sicurezza e analisti. Unica eccezione, l’anti pirateria. Dal 2012, infatti, è consentito reclutare guardie giurate private nelle navi mercantili.

12 giorni per diventare mercenario
Le Procure, però, non indagano sul fenomeno. E aggirare la legge diventa estremamente facile.
A cominciare, appunto, dai corsi di formazione, aperti anche alle donne. Che si tengono rigorosamente all’estero, soprattutto in Russia, Israele e Stati Uniti, e hanno costi che vanno dai 2mila ai 4mila euro, per una decina di giorni di allenamento.

Sul web, le società (tutte con sede all’estero) rivolte agli italiani che offrono “training” per diventare mercenari sono centinaia. Fra queste, c’è per esempio la FS Security contractor, che ha i suoi uffici in Francia, e che si offre come addestramento PSD (Personal Security Detail) e “si prefigge come obiettivo quello di perfezionare le abilità o iniziare una persona che vuole lavorare come agente di sicurezza o guardia del corpo in zone ostili o semi ostili a livello internazionale o chi si vuole offrire come protezione di proprietà o persone in zone di guerra pericolose (Iraq, Afghanistan, Africa)”. I corsi - recita il sito - sono tenuti da personale che parla italiano

Per candidarsi non servono grandi doti, né precedenti esperienze in campo militare. Basta avere compiuto 18 anni, essere in possesso di un passaporto valido e mostrare un certificato medico di sana e robusta costituzione.

Per dodici giorni di allenamento in un campo di Houston, Texas, la cifra richiesta è 2.600 euro.
“Ogni anno circa 70-90 guardie del corpo-contractor partecipano a missioni all’estero in ambienti ostili dopo aver preso parte ai nostri corsi di protezione di proprietà e persone”, promettono gli organizzatori del corso.

Dilettanti allo sbaraglio
In realtà non va esattamente così. Mette in guardia Carlo Biffani, direttore generale della romana Security Consulting Group, società che ogni anno invia una decina di uomini (fra analisti e bodyguard) in Paesi a rischio dell’Africa e del Medio Oriente: “Il 95% dei corsi di formazioni per contractor può essere considerato alla stregua di truffe, promettono di preparare uomini fino a quel momento senza esperienza e invece non offrono nulla, quelle persone rimangono senza ingaggio dopo aver pagato diverse migliaia di euro. Oppure, se partono, mettono a repentaglio la propria vita e quella degli altri”.

Perché l’interesse per questo mestiere è altissimo: “Ogni mese riceviamo più di cento curriculum - spiega ancora a l’Espresso - Però il 95% delle richieste viene scartato, perché si tratta di appunto persone che non hanno una preparazione adeguata. Noi non possiamo permetterci di rischiare. Così facciamo lavorare in tutto solo una ventina di persone, selezionatissime”.

In effetti, basta fare un giro sulle pagine web delle varie società e si nota come le richieste di informazioni siano continue. Ci sono anche ex agenti radiati dalla polizia di Stato, che cercano un impiego per poter continuare a impugnare un’arma ottenendo stipendi nettamente superiori rispetto a quello di un comune poliziotto. A smuoverli, a volte, non è solo il miraggio di un cospicuo guadagno, ma anche un ideale politico.

Patria e croci celtiche
Nei forum militari e nelle pagine Facebook di alcune di queste società tutto si fa più chiaro. Gli aspiranti contractor si scambiano dati, consigli e informazioni. Sono tutti protetti da nickname ma il loro orientamento è molto chiaro: dal patriottismo più sfrenato all’estrema destra il passo è breve. Fanno sfoggio di immagini con il fascio littorio, pubblicano fotografie storiche di Mussolini, inneggiano slogan del ventennio fascista. I comuni denominatori sono l’esaltazione della patria, la difesa del cattolicesimo e l’odio verso l’Islam, senza distinzioni. L’avanzata delle milizie dell’Isis e il bombardamento mediatico degli atroci video diffusi dagli jihadisti sono la benzina con la quale accendere il fuoco: “Fermiamoli prima che arrivino nel nostro Paese e ci schiavizzino. Fuori tutti i musulmani dall’Italia!”.

Sul web esiste anche una pagina Facebook, “Reclutamento contractors italiani”, che promette di arruolare soldati e vanta quasi 4mila contatti.

Un capitolo a parte è riservato agli aspiranti contractors che partono in missione all’estero per “la causa”, come la guerra in Ucraina. Spesso volontari, si accontentano di un “rimborso spese” una volta raggiunti i campi di battaglia. La Farnesina non lo smentisce: a combattere a fianco dei soldati ucraini ci sarebbero già una ventina di italiani, alcuni di questi molto vicini a Casa Pound. Come il 59enne Francesco Saverio Fontana, ora al fianco dei soldati di Kiev, che vanta una lunga militanza nel movimento.

Vite sospese
In Italia le agenzie del settore che si contendono il mercato con i giganti anglosassoni sono in tutto una trentina. La maggior parte di queste - doveroso precisarlo - è lontana da ambienti politici, opera nei limiti delle normative e non ha mai avuto problemi di alcun genere. Ma il mestiere di contractor, appunto, non è per tutti. “Occorrono preparazione fisica, psicologica, conoscenze geopolitiche e un’ottima capacità di cogliere segnali - spiega ancora Biffani - gli italiani in questo campo arrancano, se pensiamo che anche i più grandi gruppi del nostro Paese, come l’Eni, quando si tratta di scegliere una società di sicurezza si affidano a un colosso inglese o americano”.

Gli fa eco il presidente del Ce.S.I. - Centro Studi Internazionali, Andrea Margelletti, ex consigliere strategico del ministero della Difesa: “Gli italiani che lavorano per i “big” anglosassoni si contano sulle dita di una mano, perché l’ostacolo fondamentale è soprattutto uno: devono conoscere perfettamente l’inglese, e i nostri connazionali in questo sono notoriamente un po’ carenti”.

Fra i requisiti fondamentali per ottenere un contratto con inglesi e americani c’è anche quello di aver trascorso almeno cinque anni nelle forze armate speciali. Niente dilettanti, insomma. E questo perché ai soldati privati quasi sempre sono riservati ruoli paramilitari delicatissimi, commissionati anche da parte dei governi. Che non possono permettersi di fallire.

Anche se l’amara realtà è che la vita di un contractor vale meno di quella di un soldato regolare. Conferma Margelletti: “Non giriamoci intorno: i governi spesso preferiscono i mercenari perché quando muore uno di loro l’impatto emotivo sull’opinione pubblica è sicuramente minore. Quando muore un soldato è come se, per quel Paese, morisse un proprio figlio. Quando muore un contractor le lacrime versate sono molte di meno”.

Fonte: l'Espresso