15 SETTEMBRE 2014
Perché Putin non può cedere

Il muro contro muro sull'Ucraina obbliga il capo del Cremlino a cavalcare il nazionalismo russo


Ma in Russia come la vedono la crisi con la Russia? Gli analisti a Mosca parlano già, con amarezza, di «seconda Guerra fredda». Anche quelli meno legati alla nostalgia dell’Impero avvertono che le mosse di Stati Uniti ed Europa stanno mettendo il presidente russo Vladimir Putin di fronte all’ardua scelta tra una prospettiva solo «imperiale» o di «grande potenza» e la più inquietante deriva verso una nuova versione di «stato-nazione». Putin, al potere dall’agosto 1999, può essere tentato di passare dalla realpolitik, che lo ha contraddistinto fino alla crisi ucraina, a una maggiore indulgenza verso il «romanticismo nazionalista» secondo Fyodor Lukyanov, autorevole direttore di Russia in global affairs e a capo del Presidium del Consiglio per la politica estera e di difesa a Mosca.

 

Dopo la riconquista della Crimea Putin, che ha sempre soltanto «reagito» alle crisi, potrebbe porsi l’obiettivo strategico di difendere e riunire tutti i russofoni. Sullo sfondo di questo bivio cruciale, prosegue il braccio di ferro sulle sanzioni dell’Occidente (diviso fra l’intransigenza angloamericana e il pragmatismo franco-tedesco-italiano). Cambia in parallelo il ruolo di una Alleanza atlantica che si è allargata agli stati baltici ex sovietici «troppo frettolosamente» per dirla con Andrea Margelletti, presidente del Cesi (Centro studi internazionali), ma che dà l’impressione di non poterli o volerli davvero proteggere in un conflitto aperto con la Russia. Spiega Lukyanov su Russia in global affairs che «l’Alleanza ha accettato nuovi membri e ha dato garanzie di sicurezza, ritenendo sinceramente che non sarebbe stato necessario difenderli.

 

Dal 1991, il paradosso della Nato è che il suo rafforzamento e allargamento ha generato preoccupazioni crescenti nei suoi oppositori, non solo la Russia ma anche la Cina, mentre il blocco ha preso contemporaneamente e psicologicamente le distanze dalla possibilità di intraprendere una vera guerra». Le stesse parole dei leader occidentali non hanno più la consistenza di una volta: Barack Obama ha detto che avrebbe attaccato in Siria e poi non lo ha fatto, e il presidente della Commissione europea, José Manuel Barroso, ha parlato di possibile «punto di non ritorno» nel confronto Ue-Russia, forse senza crederci.

 

A Mosca, anche negli ambienti più illuminati si guarda alla leadership occidentale come poco lungimirante, avendo promosso una politica espansionista della Nato senza avere la forza di sostenerla, e generando specularmente a Mosca un revanscismo nazionalista al quale Putin sarebbe per natura estraneo. Fautore della «grande potenza» e della restaurazione del prestigio internazionale dopo il crollo dell’Urss, Putin non sarebbe un campione della visione «etno-nazionale». Ma l’annessione di fatto della Crimea e la guerra nel Donbass hanno cambiato i termini del problema.

 

«In quasi 15 anni al potere» osserva Lukyanov «Putin è rimasto un convinto pragmatista e un fermo fautore della teoria del realismo nelle relazioni internazionali. L’aver perseguito questa linea, che si sposa col suo carattere e con la sua esperienza di vita, lo ha portato a non pochi successi. Nel 2014, per la prima volta, si è spostato su sentieri romantico-nazionali che lo hanno messo di fronte a insormontabili difficoltà». La prima è che si tratta di un sentiero «innaturale per la personalità di Putin, che ha un temperamento politico completamente diverso». La seconda è che l’idea di riunire tutti i russofoni «condanna il paese alla solitudine: oltre alla Russia nessuno ha interesse in un simile progetto».


Se oggi Mosca si trova al bivio, la responsabilità è anche di Stati Uniti ed Europa per «l’ondata di retorica occidentale e di attacchi finanziari alla Russia». Putin non sviluppa politiche attive sulla scena internazionale, punta alla stabilità, a preservare lo status quo (lo si è visto nell’appoggio a Bashar al-Assad in Siria), ma è un leader che reagisce agli eventi con determinazione. Vassily Kashin, analista senior del Centro per le analisi delle strategie e tecnologie di Mosca, ritiene che ci si trovi di fronte a «una svolta della storia» e che con ogni probabilità «una nuova, seconda Guerra fredda diventi una realtà incontrovertibile per la fine dell’anno». L’Occidente non farà la guerra per il Donbass, ma potrà varare dolorose sanzioni economiche. «La storia però dimostra che la Russia è capace come nessun altro paese di sopravvivere e, anzi, prosperare per decenni in uno stato di permanente mobilitazione. Quando è stata un paria internazionale, l’Urss ha realizzato i maggiori progressi nell’industria, nella scienza e nella tecnologia».

 

Militarmente superiore alla Russia, l’Alleanza non ha una compattezza interna. Robin Niblett, direttore del think-tank di affari internazionali Chatham House, osserva che «i russi hanno usato la politica con più efficacia». Cruciale diventa allora per la Nato individuare «le scelte attorno alle quali organizzarsi politicamente». Tanto più dopo gli errori commessi in Nord Africa e Medio Oriente anche per la carenza di leadership. Al contrario, in Russia il fronte degli oligarchi si è compattato con Putin nel rispondere con forza alla minaccia di sanzioni progressive che non risparmierebbero colossi dell’energia come Rosneft o realtà meno conosciute, ma gigantesche, come la Swift con base a Bruxelles (la Società per le telecomunicazioni finanziarie interbancarie mondiali), gruppo che movimenta attraverso i confini migliaia di miliardi di dollari in transazioni quotidiane con la sua rete di 10.500 banche in più di 200 paesi. La Russia per bocca del suo premier ed ex presidente, Dmitri Medvedev, avverte che in caso di aggravamento delle sanzioni è pronta a chiudere lo spazio aereo.


Quante linee aeree rischiano di fallire? Un esempio di quella «spirale di risposte a risposte» avviata dall’Occidente, che secondo Lukyanov «si autoalimenta in una logica della punizione che si sostituisce a qualsiasi valutazione razionale».

 

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