28 SETTEMBRE 2012
Caucaso meridionale: le incognite delle elezioni in Georgia
DI Pierfrancesco Cardalesi

Le imminenti elezioni parlamentari georgiane sono attese con particolare interesse da diversi attori politici internazionali; tra questi l’Unione Europea, gli Stati Uniti d’America, la Federazione Russa e la Repubblica di Turchia.

L’attuale Presidente georgiano Mikheil Saakashvili, durante il suo mandato ha cercato di costruire ottime relazioni diplomatiche con l’Unione Europea che, da egli ritenuta il partner ideale sia per la modernizzazione del Paese sia per una maggiore tutela nei confronti della Federazione Russa. L’Unione Europea ha duramente criticato l’intervento militare di Mosca dell’estate del 2008 nelle regioni secessioniste dell’Abkhazia e dell’Ossezia del Sud; un’unione tra Ossezia del Sud ed Ossezia del Nord, tuttavia, rimane uno degli obbiettivi di politica estera del Presidente Vladimir Putin. Tale particolare ambizione potrebbe essere assecondata dal risultato delle elezioni presidenziali tenutesi proprio in Ossezia del Sud, puntualmente non riconosciute da Tbilisi, e che hanno visto trionfare Leonid Tibilov, ex capo del KGB e uomo vicino all’establishment di potere russo; il neopresidente osseto non ha mai nascosto il desiderio di voler riunificare l’Ossezia del Sud a quella del Nord, di fatto già facente parte della Federazione Russa.

Saakashvili ha più volte definito la politica estera di Mosca come “diplomazia del libretto degli assegni”, in nome della quale il Cremlino amplia la rete delle proprie alleanze finanziando gli stati amici con cospicue elargizioni. Esempio di tale politica è offerto dal presidente serbo Tomislav Nikolic che ha ripetutamente affermato che Belgrado è pronta a riconoscere l’indipendenza dell’Abkhazia e dell’Ossezia del Sud; sono in molti a credere che quest’apertura serba a favore delle due regioni secessioniste costituisca la diretta conseguenza di un prestito di ottocento milioni di dollari che Mosca ha accordato a Belgrado.

Inoltre, La stretta vicinanza dell’Iran al Caucaso meridionale aumenta il peso strategico di ogni suo singolo Paese, soprattutto a livello militare. Proprio per questa ragione, La Russia ha deciso di coinvolgere nella recente esercitazione “Strategic Command and Staff Exercise” anche Abkhazia, Ossezia del Sud ed Armenia; il Cremlino, infatti, ritiene che in caso di un’offensiva a guida statunitense contro la Repubblica Islamica gli eserciti dell’eventuale coalizione occidentale potrebbero utilizzare il territorio dell’Azerbaijan come base di partenza per le incursioni. Temendo una rappresaglia iraniana nella regione, dunque, Mosca ha voluto riaffermare la propria presenza nel Caucaso meridionale; la Georgia, tuttavia, ha interpretato la scelta moscovita di includere l’Abkhazia e l’Ossezia del Sud tra i contingenti partecipanti all’esercitazione come un nuovo atto ostile nei suoi confronti.

Non rappresenta una novità, del resto, il fatto che nel Caucaso meridionale si stia vivendo qualcosa di simile a quello che, nel corso del ventesimo secolo, ha dato vita al complesso fenomeno definito Guerra Fredda; la Georgia, ad esempio, ha accettato di partecipare al progetto di realizzazione dello scudo anti-missile voluto dagli Stati Uniti d’America che, come noto, ha aggiunto un altro tassello alla propria rete con l’operatività del radar di early-warning installato presso la base turca di Malatya a partire dal 1 gennaio 2012.

Dagli eventi dell’estate del 2008 la Georgia ha ampliato le proprie dotazioni militari grazie alle forniture provenienti dagli Stati Uniti d’America e dallo Stato d’Israele mentre lo stesso Saakashvili ha acconsentito alla realizzazione di ospedali militari statunitensi in territorio georgiano.

Il motivo che orienta la politica estera di Mosca a guardare con interesse al Caucaso meridionale è rappresentato, essenzialmente, dalla presenza degli oleodotti e dei gasdotti caspico-caucasici che, di fatto, rappresentano tra i principali vettori di vettovagliamento energetico per l’Europa. La distribuzione di tali pipelines sembra ricalcare precisi schemi di alleanze geo-strategiche che, come in passato, vedono contrapposta Mosca a Washington; il Baku-Tbilisi-Ceyhan per il greggio ed il Baku-Tbilisi-Erzurum per il gas naturale, di fatto, rappresentano la massima espressione della sinergia politica che lega l’ Azerbaijan, la Georgia e la Turchia, oltre a la Romania e Bulgaria, agli Stati Uniti d’ America.

Nel sistema di alleanze che si è venuto a delineare a seguito della realizzazione di queste importanti pipelines l’ Azerbaijan risulta essere particolarmente privilegiato; oltre al Baku-Tbilisi-Ceyhan, infatti, la repubblica caucasica dispone di altre tre pipelines che trasportano il petrolio verso la Russia (il Baku-Nova Filiya ed il Baku-Grozny-Novorossiyk). Di assoluta importanza, inoltre, è la firma di un MoU tra la repubblica azera ed il Kazakistan per la realizzazione del Trans-Caspian Gas Pipeline che collegherà le due ex repubbliche sovietiche senza attraversare nessuna parte del territorio della Federazione Russa e dell’ Iran.

Quanto fin qui accennato rende particolarmente interessante il ciclo elettorale georgiano che si inaugurerà con le elezioni parlamentari fissate per il 1 ottobre 2012; la vera novità è costituita dall’ ingresso nell’ ambito della competizione elettorale di Bidzina Ivanishvili, centottantacinquesimo uomo più ricco del mondo secondo Forbes e possessore di un patrimonio stimato in poco meno di cinque miliardi di euro, un quinto dell’ intero Prodotto Interno Lordo georgiano.

Ivanishvili ha ufficialmente reso pubblico il suo ingresso in politica l’ 11 dicembre 2011 dal palco del Tbilisi State Concert Hall annunciando la nascita di una coalizione, il Sogno Georgiano, che unisce il Partito Democratico di Irakli Alasania ed il Partito Repubblicano di Davit Usupashvili a diversi partiti minori che si oppongono al Movimento Nazionale Unito di Saakashvili: tra questi il Forum Nazionale, il Partito degli Industriali ed il partito Nostra Georgia.

La notizia dell’ ingresso in politica di Ivanishvili ha colto di sorpresa la leadership georgiana e lo stesso Saakashvili ha ritenuto di poter arginare le ambizioni di questi privandolo della cittadinanza georgiana; provvedimento possibile perché il ricco magnate era già in possesso della cittadinanza francese.

Di recente Saakashvili ha nominato un suo uomo di fiducia, Vano Merabishvili, alla guida del governo georgiano; il 4 luglio Merabishvili ha ottenuto il voto di fiducia del Parlamento georgiano con l’ incarico di porre tra le priorità governative la lotta alla disoccupazione, una delle principali piaghe che affliggono la Georgia. Con ogni probabilità la mossa di Saakashvili è orientata a favorire la candidatura di Merabishvili alle elezioni presidenziali del 2013 quando, a partire dal 1 dicembre, entrerà in vigore la modifica della Costituzione georgiana che attribuirà estesi poteri al Premier; in molti hanno ritenuto possibile una diretta candidatura di Saakashvili alle prossime elezioni parlamentari di ottobre proprio per la carica di Premier, ipotesi che, di fatto, sembra non interessare l’ attuale presidente georgiano.

La sfida tra gli schieramenti guidati da Saakashvili e da Ivanishvili potrebbe, in conclusione, rappresentare la massima espressione del confronto geo-strategico tra oriente ed occidente nel Caucaso meridionale; da un lato abbiamo un leader, Saakashvili, che ha varato negli anni del suo mandato un numero elevato di riforme in campo economico e sociale particolarmente gradite a Bruxelles perché in linea con gli standard europei. L’ attuale presidente georgiano ha intrattenuto un dialogo costante con gli Stati Uniti d’ America e, coltivando il sogno di una Georgia nella NATO, ha lavorato nella direzione di sottrarre il proprio paese dall’ invadente politica estera di vicinato di Mosca.

Sul versante opposto Ivanishvili viene considerato dai più come un candidato sostenuto da Mosca il cui obiettivo finale sarebbe quello di ricondurre la Georgia verso la Federazione Russa, privilegiando un’ adesione all’ Unione Eurasiatica piuttosto che un’apertura di Tbilisi all’ Unione Europea; in parte Ivanishvili ha accennato al primo dei due obiettivi parlando della sua volontà di riuscire a riallacciare i rapporti con la Federazione Russa. Questi è determinato a centrare tali obiettivi già a partire dalle elezioni parlamentari di ottobre; i primi sondaggi disponibili, tuttavia, mostrano il Movimento Nazionale Unito in grado di ottenere un consenso stimato tra il trentadue ed il quarantadue percento mentre la coalizione capeggiata da Ivanishvili sarebbe in grado di raggiungere soltanto il diciotto percento dei voti validi.

Le voci riguardo alle intenzioni di traghettare la Georgia verso Mosca, tuttavia, potrebbero rivelarsi infondate; il clima politico che attualmente caratterizza la Georgia, infatti, non è dei più distesi, con Saakashvili ed i membri del suo partito pronti a screditare le forze d’ opposizione tacciandoli di “collaborazionismo” a favore del Cremlino. La stessa legge sulla doppia cittadinanza, introdotta da Saakashvili, è tra le leggi georgiane più criticate dalla comunità internazionale: la sua concessione, di fatto, si basa su un criterio di assoluta arbitrarietà affidando al presidente georgiano la possibilità di concederla o di negarla. E’ degno di nota il fatto che, prima del caso Ivanishvili, la doppia cittadinanza è stata concessa ai cittadini georgiani che ne facessero richiesta; tale particolare condizione ha messo in risalto quanto il diniego espresso nei confronti del leader dell’ opposizione rifletta una motivazione squisitamente ed opportunamente politica.

Infine, a completare il quadro, ci sono i missili che continuano a colpire alcuni villaggi nel nord del Libano attraverso il confine siriano, nonostante le rassicurazioni ricevute di recente dal presidente libanese Michel Sleiman. Il regime siriano, da parte sua, lamenta l’assenza di controlli al confine da parte delle autorità libanesi, che lascerebbero entrare in Siria armi e combattenti (provenienti proprio dalla regione nord del Libano) determinati a unirsi alla causa dei miliziani anti-Assad. Le autorità di Beirut, tuttavia, non appaiono in grado di controllare gli oltre 550 chilometri di frontiere nord-orientali, né di gestire la crisi in atto a Tripoli. Nella città portuale libanese, la guerra civile d’oltre-confine s’è riprodotta in una sorta di “microcosmo” siriano. L’impressione è che, a meno di decisi interventi da parte di Beirut, la situazione a Tripoli dipenderà da quanto accadrà a Damasco.