25 SETTEMBRE 2012
La crisi siriana oltre-confine: gli scontri nel nord del Libano
DI Gianmarco Volpe

Non ha destato particolare stupore, nelle ultime settimane, il progressivo straripamento della crisi siriana in Libano, soprattutto nella zona settentrionale del Paese, storicamente legata a Damasco. A Tripoli, principale centro dell’area e seconda città del Libano, sono ripresi con rinnovata intensità gli scontri, già verificatisi a gennaio scorso e nella prima parte dell’estate, tra bande armate legate alla maggioranza sunnita e alla minoranza sciita-alawita. Le prime sostengono la causa dei ribelli siriani, impegnati oltre-confine in una rivolta che secondo le ultime stime delle Nazioni Unite ha già causato la morte di oltre 18 mila persone; le seconde restano fermamente dalla parte del regime di Bashar al-Assad, anch’egli alawita. Solo nelle ultime due settimane di agosto, le violenze hanno provocato la morte di quindici persone.

Agli scontri a fuoco, concentratisi all’interno del quartiere sunnita di Bab al Tabbaneh e di quello alawita di Jabal Mohsen, si è accompagnata l’uccisione di leader religiosi: se a maggio l’imam sunnita Sheikh Ahmad Abdul-Wahed era stato ucciso dopo esser stato fermato a un posto di blocco dell’Esercito nella regione di Akkar, sempre nel nord del Paese, a fine agosto a perdere la vita è stato Sheikh Khaled al-Baradei, sunnita, colpito da un cecchino a Tripoli. Le Forze armate libanesi (LAF), dal canto loro, hanno mostrato la propria inefficacia nella gestione della crisi: più volte, negli ultimi giorni, i “cessate il fuoco” imposti dalle autorità di Beirut sono stati ignorati dalle due fazioni rivali. A sortire migliori effetti sono stati invece gli appelli dei leader religiosi, in primis quelli di Hassan Nasrallah, leader di Hezbollah. Evitando in più di una circostanza che gli scontri di Tripoli si diffondessero al resto del Paese, Nasrallah ha dimostrato ancora una volta di essere una figura chiave per la stabilità del Libano.

La crisi nel nord del Paese si è acuita quando esponenti sciiti locali hanno chiesto all’Esercito di Assad d’intervenire per il transito nella regione di armi dirette ai ribelli siriani. Ad aprile, nel porto libanese di Selaata era stato bloccato un carico a bordo di una nave della Sierra Leone proveniente da Alessandria d’Egitto contenente mitragliatrici pesanti, proiettili d’artiglieria, razzi e lanciarazzi. Ancora, a maggio le autorità di Beirut avevano fermato una nave battente bandiera italiana nel porto di Tripoli che trasportava due automobili, al cui interno erano nascosti circa 60 mila proiettili per fucili Ak-47: le munizioni erano state caricate sempre nel porto di Alessandria d’Egitto e si pensa fossero destinate ai combattenti anti-Assad. L’appello degli alawiti libanesi all’esercito di Assad è stato considerato dai rivali sunniti una chiara provocazione: gli attacchi contro il quartiere di Bab al Tabbaneh si sono fatti via via più intensi, fino a far aleggiare nuovamente lo spettro di una nuova guerra civile.

Da un lato, la contesa nel nord del Libano mostra la fragilità degli equilibri confessionali lasciati in eredità al Paese dalla guerra civile combattuta fra il 1975 e il 2000. Gli sciiti, emersi dal conflitto come uno dei pilastri per la stabilità e la sicurezza del Libano (grazie soprattutto alle milizie di Hezbollah), hanno finito col ritagliarsi un ruolo sempre più cardinale nella vita politica di Beirut. Ma proprio a Tripoli, dove si trova la più importante comunità alawita nel Paese, gli sciiti sono in forte minoranza. I conflitti tra i quartieri di Bab al Tabbaneh e Jabal Mohsen si trascinano a intervalli più o meno regolari sin dall’inizio della guerra civile.

Dall’altro lato, la rivalità è alimentata, sia indirettamente che direttamente, dalle vicende siriane. Nonostante le forze armate di Damasco si siano ritirate dal Libano nel 2005, non c’è dubbio che la Siria abbia continuato a incidere sulla vita politica libanese, tramite Hezbollah a Beirut e mediante la comunità alawita a Tripoli. Così, hanno avuto grande incidenza sugli scontri nel nord del Libano le notizie del rapimento di 11 pellegrini sciiti libanesi ad Aleppo e quella dell’arresto dell’ex Ministro dell’Informazione Michel Samaha, figura assai vicina al presidente siriano Assad. Samaha è stato accusato dalle autorità di Beirut di aver organizzato, su richiesta di Damasco, una serie di attentati contro obiettivi politici e religiosi in Libano proprio allo scopo di esportare la guerra civile siriana nel Paese dei Cedri.