07 AGOSTO 2012
Hamas e la Primavera araba: tra vecchie e nuove alleanze
DI Antonio De Martin

A partire dal marzo scorso le relazioni tra Hamas e Siria hanno subito una dura battuta di arresto, mettendo fine ad una luna di miele durata più di vent’anni. Dopo aver mantenuto una posizione neutrale rispetto alla crisi siriana per oltre un anno, il movimento islamista ha ufficialmente preso le distanze dal regime di Damasco. Ismail Hanyieh, leader del movimento a Gaza, ha denunciato apertamente il regime di Assad, dichiarando di appoggiare l’azione dei manifestanti contro il governo. Il successivo abbandono degli uffici di Damasco - che sino ad allora aveva offerto asilo alla leadership esterna di Hamas guidata da Khaled Meshal - ha poi sancito una storica (e forse insanabile) rottura tra il movimento e il regime siriano.

Al di là delle dichiarazioni ufficiali secondo cui Hamas non poteva rimanere indifferente di fronte al bagno di sangue siriano, dietro alla decisione di sfiduciare il regime di Assad vi sono diverse considerazioni di carattere strategico. Innanzitutto, Hamas, movimento islamista sunnita, difficilmente avrebbe potuto continuare a supportare un regime alauita contro un’opposizione costituita per la stragrande maggioranza da realtà sunnite. La tenuta di una tale linea avrebbe potuto incrinare l’appoggio popolare del movimento, in una Striscia di Gaza dove la popolazione palestinese avrebbe difficilmente condiviso l’appoggio del movimento islamista al regime siriano. Inoltre, Hamas ha di certo valutato la sua posizione di isolamento a livello internazionale. In seguito alla lotta fratricida con Fatah nel 2007 (cui seguì la cacciata di quest’ultimo da Gaza), sul movimento islamista è stato imposto un severo embargo che preclude ogni accesso ai fondi internazionali per la Palestina. Schierandosi a fianco del regime siriano, Hamas avrebbe di certo sollevato il criticismo internazionale e aumentato il suo isolamento. Nonostante le prevedibili ripercussioni sulle relazioni con Damasco e, di riflesso, con Teheran, Hamas ha scelto di voltare le spalle alla Siria.

Quali che siano le ragioni di tale strategia, l’abbandono da parte di Hamas di uno dei suoi principali sponsor regionali apre ad una serie di nuove possibilità e getta le basi per una rimodulazione delle sue alleanze regionali.

Anche se il movimento ha sinora tentato di smentire ogni riflesso negativo sulle proprie relazioni con Teheran, alcuni segnali indicano invece il contrario. I rapporti tra Hamas e la Repubblica Islamica iraniana non hanno subito evidenti contraccolpi sino allo scoppio dell’ondata di protesta antigovernativa che ha travolto la Siria nel marzo 2011. La scelta, però, di Hamas di schierarsi contro il regime di Assad e di abbandonare la sua base operativa di Damasco per stabilirsi a Doha non è stata accolta di buon grado da Teheran. Se da un lato tali mosse tradiscono una scelta di campo da parte del movimento palestinese, dall’altro la reazione di Teheran non ha tardato ad arrivare. Il sostegno iraniano ad Hamas pare fortemente a rischio ed è già stato sensibilmente ridimensionato, sia in termini finanziari che di rifornimento d’armi. Lungi dal voler abbandonare il sostegno alla causa palestinese, Teheran, infatti, potrebbe deviare i propri fondi e servizi a favore di altre realtà della lotta palestinese, come il gruppo Jihad Islamica, uno degli hub secondari iraniani nella Striscia. Sebbene Hamas costituisca un asset fondamentale per mezzo del quale la longa manus iraniana opera a Gaza, Teheran pare stia dando il segnale che non avrebbe problemi a privarsene.

Per quanto riguarda, poi, l’Egitto, altro Paese fondamentale per le strategie di Hamas che ha subito notevoli cambiamenti all’indomani della Primavera Araba, Hamas, nato nel 1987 da una costola dei Fratelli Musulmani, si trova oggi nella possibilità di intessere un più stretto rapporto. I vertici del Movimento palestinese si sono congratulati con i Fratelli Musulmani per il recente successo elettorale, spingendosi a dichiarare ufficialmente che considerano la vittoria l’inizio di una nuova era per i rapporti con l’Egitto. Hamas si augura che la normalizzazione delle relazioni con Il Cairo possa favorire il suo riconoscimento internazionale mettendo fine al doloroso isolamento di cui è vittima. Infine, un miglioramento delle relazioni con Il Cairo potrebbe avere un effetto positivo sulla gestione egiziana del valico di Rafah. Dopo la sua riapertura nel maggio 2011, un nuovo accordo tra Hamas e le autorità egiziane potrebbe tradursi in un più agevole transito di persone e merci tra il Sinai e la Striscia.

Per l’Egitto, un rinvigorimento del rapporto con Hamas rappresenterebbe un’opportunità’ fondamentale per rilanciarsi a livello regionale, sfruttando il suo ruolo di broker tra Fatah e Hamas e, tra palestinesi ed Israele. Anche per questa ragione quindi l’Egitto dei Fratelli Musulmani sembra determinato a migliorare ulteriormente i propri rapporti con il movimento palestinese. Sebbene siano ancora molti i nodi da sciogliere prima di parlare di vera e propria alleanza, non vi è dubbio che i recenti sviluppi abbiano creato una congiuntura politico-strategica favorevole ad un significativo avvicinamento tra i due. Nonostante ciò i Fratelli Musulmani appaiono ancora piuttosto cauti nel prendere una posizione ufficiale nei confronti di Hamas. Tale atteggiamento risulta comprensibile se si considera la delicata situazione politica che sta sperimentando l’Egitto del dopo elezioni presidenziali. Sembra tuttavia che sia Hamas che Il Cairo possano ottenere cospicui vantaggi dal miglioramento delle reciproche relazioni. I recenti incontri tra il nuovo presidente egiziano Mursi e Meshal lo dimostrano.

Per quanto riguarda gli equilibri all’interno di Hamas, i mutamenti sul piano regionale sembrano aver aumentato la distanza tra la leadership di Gaza e l’ufficio politico, all’estero del movimento. La differenza ideologica e di metodo è emersa con forza in diverse occasioni, denunciando una serie di problematiche a livello di vertice. Nel febbraio scorso i leader di Hamas a Gaza hanno criticato la leadership politica per non esser stati consultati in occasione dell’accordo di Doha (con Fatah) per la formazione di un governo palestinese di unità nazionale. Da allora i negoziati per l’implementazione dell’accordo proseguono, segnando diverse difficoltà e battute d’arresto. Recentemente la leadership di Gaza ha parlato di un’impasse nei negoziati mentre Meshal si è detto ottimista sull’esito degli stessi. Lo sforzo di riconciliazione continua e con esso, pare, anche un certo contrasto. Inoltre, la svolta moderata di Meshal, che di recente ha paventato la possibilità di abbandonare la lotta armata contro Israele, sembra aver creato un’ulteriore spaccatura all’interno di Hamas. Come risultato, la posizione del leader in esilio appare oggi indebolita, accusato dall’ala militare e da quella oltranzista di aver intrapreso un’azione eccessivamente riformista in contrasto con la natura stessa del movimento di resistenza.

Un ulteriore motivo di frizione interna riguarda poi il budget di Hamas. Dopo aver denunciato la gestione della crisi siriana, anche i fondi iraniani hanno subito una notevole riduzione, creando una certa tensione riguardo la loro gestione. Pare che Meshal sia stato esautorato dalla gestione finanziaria del movimento e che questa ricada oggi tra le competenze dei vertici di Gaza, i quali stanno progressivamente guadagnando potere alle spese della leadership politica.

In conclusione, il movimento di Hamas, ai margini della Primavera Araba, ne sta subendo le ripercussioni politiche con un rimodulamento delle proprie alleanze. La lontananza di un accordo definitivo con l’altra realtà palestinese di Fatah, continua ad indebolirne, però, la posizione, in una spirale che, inevitabilmente, si ripercuote sugli equilibri interni del movimento.