09 NOVEMBRE 2018
Geopolitical Weekly n. 308
DI Andrea Posa, Antonio Scaramella e Luca Tarantino

Camerun

Il 7 novembre scorso, 79 studenti e un autista sono stati liberati dalle Forze Armate camerunensi dopo che questi erano stati rapiti tre giorni prima a Bamenda, nel nord-ovest del Paese. Risultano ancora ostaggio il preside della scuola e un insegnante. Il Presidente Paul Biya ha attribuito la responsabilità del rapimento al Southern Cameroon National Council (SCNC), gruppo separatista anglofono che il primo ottobre 2017 ha dichiarato l’indipendenza del cosiddetto Stato dell’Ambazonia, corrispondente alle regioni Southwest e Northwest del Paese. Un portavoce del SCNC ha però ha negato ogni coinvolgimento nell’accaduto.

Il movimento indipendentista, dopo una prima fase in cui perseguiva le sue rivendicazioni in maniera pacifica, ha deciso di imbracciare le armi e iniziare una campagna di guerriglia contro il governo centrale, anche a causa delle politiche discriminatorie adottate da Yaoundé nei confronti della minoranza di lingua inglese. Infatti, il SCNC denuncia da anni l’emarginazione della popolazione anglofona, pari a 8 milioni di persone (1/3 del Paese) nei processi decisionali e nella ripartizione dei ricavi provenienti dall’estrazione di idrocarburi nelle regioni occidentali.

Alla luce dello scambio di accuse tra il governo e il SCNC, due ipotesi sul rapimento e sul successivo rilascio degli studenti potrebbero essere valide. La prima consisterebbe nel fatto che il fronte separatista, già diviso in una fazione pacifista decisa ad ottenere l’indipendenza tramite ilo negoziato politico ed una fazione decisa ad utilizzare la violenza armata, potrebbe aver radicalizzato le proprie posizioni e deciso di adottare un’agenda più muscolare contro il governo. Tale ipotesi sarebbe avvalorata anche dalla strategia seguita sinora da Yaoundé nell’affrontare il dossier del separatismo anglofono, incentrata sull’utilizzo della forza armata e sulla repressione violenta. Al contrario, la seconda ipotesi sul rapimento consiste nel fatto che si tratterebbe di una operazione delle stesse Forze Armate del Camerun volta a screditare il fronte indipendentista anglofono sia sul piano interno che su quello internazionale. Quest’ultima ipotesi trova supporto nella facilità con cui sono stati liberati i prigionieri e nell’assenza di simili tattiche da parte del SCNC.

I fatti di Bamega sono avvenuti a poca distanza dalla contestata vittoria di Biya nelle elezioni presidenziali,   la cui riconferma alla guida del Paese allungherà ulteriormente la sua già lunga stagione di potere, che dura da oltre 30 anni. Qualora il Presidente dovesse proseguire nella sua politica repressiva nei confronti della popolazione anglofona, quest’ultima potrebbe accrescere il proprio sostegno ai movimenti separatisti, aumentando ulteriormente i toni dello scontro e il livello delle violenze nelle regioni occidentali. 

 

Siria

Domenica 4 novembre un’autobomba è esplosa a Raqqa, nell’est della Siria, vicino ad una postazione militare, provocando un morto e numerosi feriti anche tra i civili. L’attentato è stato rivendicato dallo Stato Islamico (IS o Daesh), che proprio nella città siriana aveva una delle sue roccaforti negli anni passati. Due giorni prima, sempre a Raqqa, Daesh aveva assassinato lo sceicco Bashir Faisal al-Huwaidi, capo della tribù Afadlah (una delle più importanti non solo a Raqqa ma nell’intera regione orientale siriana) nonché uno dei membri di spicco del Raqqa Civil Council (RCC). L’RCC è l’organismo politico locale cui le Forze democratiche siriane arabo-curde hanno delegato l’amministrazione della città dopo la conquista nell’ottobre 2017.

Questi attacchi dimostrano non solo che l’IS ha recuperato di nuovo un elevato livello capacitivo nella città, ma soprattutto che sta replicando in Siria lo stesso modus operandi usato in Iraq nella fase seguita alla perdita di Mosul (luglio 2017). Infatti, in Iraq Daesh utilizza prevalentemente tattiche di guerriglia e assassini mirati, soprattutto in quelli che un tempo erano stati i suoi maggiori avamposti, come le province di Ninive, Diyala e Salahuddin. In media, l’IS ha ucciso più di tre mukhtar (capi villaggio) sunniti negli ultimi sei mesi.

Di fatto, Daesh punta a replicare le mosse che, nel 2013, gli permisero di espandersi nella Siria orientale. Uno dei tasselli principali è l’utilizzo della struttura tribale della Siria orientale. Non è un caso che proprio il clan Afadlah fu uno dei maggiori bacini per il reclutamento di miliziani.

Dunque, l’eliminazione sistematica dei leader tribali sunniti ha un duplice scopo: da un lato, serve a scoraggiare qualsiasi forma di collaborazionismo con le autorità arabo-curde; dall’altro lato, permette all’organizzazione di eliminare i punti di riferimento socio-politici delle tribù, i cui appartenenti possono così essere cooptati o reclutati più facilmente.

 

Tunisia

Il 5 novembre, il Primo Ministro Youssef Chahed ha annunciato un rimpasto di governo e la nomina di 13 nuovi ministri su 34, tra cui il Ministro della Giustizia Karim Jamoussi e il Ministro della Sanità Abderraouf Chérif.

Apparentemente, il rimpasto è stato promosso dal Premier nel tentativo di dare nuovo impulso all’esecutivo e risollevare la deficitaria situazione socio-economica del Paese. Tuttavia, sembra che la manovra sia avvenuta senza le debite consultazioni con il Presidente della Repubblica Beji Caid Essesbi, a testimonianza del sempre più profondo contrasto interno al partito Nidaa Tounes (NT).

Infatti, la formazione uscita vincitrice dalle elezioni del 2014 continua a vivere il conflitto tra il Premier Chahed e il Segretario Generale di NT Hafedh Essebsi, figlio del Presidente. Infatti, mentre Essebsi vorrebbe le dimissioni di Chahed per coltivare le proprie ambizioni politiche, Il Primo Ministro non intende abbandonare il proprio incarico, forte del sostegno del partito islamista moderato Ennadha.

La crisi tra il Segretario Generale e il Premier rischia di aumentare le difficoltà di governo per un partito che, già nel 2016, ha visto la scissione di una nutrita schiera di parlamentari, riuniti attorno a Mohsen Marzouk e al suo movimento Machrouu Tounes. Tale scissione aveva, di fatto, trasformato Ennadha nel primo partito in Parlamento, ribaltando l’esito delle elezioni.

Inoltre, il sostegno accordato da Ennadha al Premier rischia di far naufragare il cosiddetto “patto di Cartagine”, ossia l’accordo tra NT e il partito islamista moderato che aveva garantito la tenuta di un esecutivo di larghe intese sin dal 2014.

In tale clima di incertezza il Paese si avvia alle elezioni del 2019, conscio che le difficoltà economiche e la continua crescita del malcontento popolare potrebbero determinare nuove ed imponenti manifestazioni di piazza, con il rischio di riproporre quegli scenari di instabilità vissuti dal Paese nel 2011.