28 SETTEMBRE 2018
Geopolitical Weekly n.303
DI Luca Tarantino

Etiopia

All’incirca 1200 persone sono state arrestate a seguito dei violenti scontri che si sono verificati nella capitale Addis Abeba lo scorso 15 settembre. Le violenze hanno causato almeno 28 morti e sono scoppiate a seguito del ritorno in patria dei leader esiliati dell’Omoro Liberation Front, organizzazione paramilitare che combatte per l’autodeterminazione degli Omoro, gruppo etnico di cui fa parte lo stesso primo ministro Abiy Ahmed.

Salito al potere lo scorso 2 aprile, Ahmed ha avviato un profondo processo di rinnovamento politico nazionale, mostrando sensibili aperture sul tema dei diritti umani, liberando migliaia di prigionieri e lanciando piattaforme di dialogo con alcune organizzazioni definite fino a quel momento terroristiche, come il già citato OLF o il Fronte di Liberazione Nazionale dell’Ogaden (FLNO), gruppo di etnia somala che persegue l’indipendenza da Addis Abeba. Inoltre, il Premier si è reso protagonista di un’incredibile svolta nei rapporti con la vicina Eritrea attraverso l’accettazione degli Accordi di Algeri del 2000 e la successiva dichiarazione della conclusione della ventennale guerra con Asmara.

Sia l’apertura all’Eritrea che l’apertura al dialogo con le organizzazioni oromo e somale fanno parte di una strategia di riforma degli equilibri politici interni tramite la quale Ahmed intende ridimensionare il peso delle etnie tigrina ed ahmara, sinora egemoni, in favore dei gruppi sinora discriminati. In questo senso, la pace con Asmara punta a privare l’esercito, uno dei feudi istituzionali tigrini, del ruolo di influenza politica sinora ricoperto nel Paese.

Tuttavia, le opposizioni ai progetti del Primo Ministro non sono poche: i violenti scontri e i conseguenti arresti mostrano che, nonostante i tentativi di riforma Ahmed sia disposto ad usare metodi muscolari per difendere le proprie idee, e che  le etnie un tempo dominanti potrebbero condurre una opposizione violenta per tutelare i propri privilegi.

 

Maldive

Domenica 23 settembre si sono tenute le elezioni presidenziali che hanno sancito con sorpresa la vittoria del candidato dell’opposizione Mohamed Solih, esponente del Moldivian Democratic Party, il quale con il 58,3 % dei voti ha sconfitto l’ex Presidente Abdulla Yameen, fermo al 41,7% delle preferenze.

La vittoria di Solih giunge totalmente inaspettata, visto il tentativo di Yameen di eliminare l’opposizione presente e di imporre una stretta autoritaria sul Paese. Lo scorso 5 febbraio, infatti, la scarcerazione da parte di due giudici della Corte Suprema di nove prigionieri politici, tra cui l’ex presidente Nasheed, aveva spinto l’ormai ex Presidente a dichiarare lo stato di emergenza e ordinare l’arresto dei due giudici.

Il risultato delle lezioni potrebbe ora aprire una nuova stagione politica per le Maldive. Rispetto al giro di vite applicato dal predecessore sul clima generale di libertà politiche all’interno del Paese, il nuovo Presidente ha fatto del rispetto dello stato di diritto uno dei propri cavalli di battaglia. Inoltre, se Yameen fino ad ora aveva attuato una politica di palese orientamento verso la Cina, nel tentativo di sfruttare gli investimenti cinesi legati all’Iniziativa Belt and Road per rilanciare lo sviluppo locale, Sohil è invece sostenitore di un avvicinamento all’India.

La nuova presidenza, dunque, potrebbe portare ad un riorientamento della politica estera del Paese e, di conseguenza, rappresentare un cambiamento importante nella partita tra Cina e India all’interno dell’Oceano Indiano. Tuttavia, tale svolta dipenderà soprattutto dal peso con cui New Delhi deciderà di sostenere il nuovo governo di Malè e di presentarsi concretamente come un interlocutore alternativo al gigante cinese, per attenuare così l’appetibilità dei grandi progetti infrastrutturali proposti da Pechino.