20 LUGLIO 2018
Geopolitical Weekly n.301
DI Giulia Guadagnoli e Giulia Lillo

Iraq

Il 13 luglio l’aeroporto internazionale di Najaf, capoluogo del governatorato omonimo in Iraq centrale, è stato temporaneamente occupato da decine di manifestanti. Questo episodio fa parte di una serie di proteste esplose tra il 7 e l’8 luglio, che hanno visto blocchi stradali presso li impianti petroliferi delle compagnie energetiche straniere nel governatorato di Bassora, attacchi a sedi governative e scontri tra dimostranti e forze di sicurezza. Le manifestazioni si sono estese in breve tempo anche alle province di Maysan, Najaf, Baghdad, Karbala, Babil, Wassit, Diwaniyah e Dhi Qar, e hanno causato almeno 9 morti e una sessantina di feriti.

L’esplosione dei disordini scaturisce dalla decisione dell’Iran di interrompere le esportazioni di mille megawatt ora di energia elettrica all’Iraq, aggravando le condizioni di un Paese vittima non solo di un black out giornaliero di 12 ore, ma anche della crisi idrica del Tigri e dell’Eufrate. La richiesta dei manifestanti al governo, inoltre, è quella di garantire servizi essenziali e occupazione in un’area gravemente depressa come l’Iraq meridionale. Intorno a Bassora, infatti, si concentrano alcuni dei principali giacimenti petroliferi del paese. I manifestanti chiedono l’espulsione dei lavoratori stranieri e l’assunzione di forza lavoro locale.

L’incalzare della protesta, al momento per lo più spontaneistica, si sta verificando in una fase di contrattazioni ancora in corso per la formazione del nuovo governo, resa già complessa dalle divisioni all’interno del campo sciita dopo le elezioni dello scorso maggio. Dunque, dal momento che vertono anche su problematiche strutturali e endemiche, come la disoccupazione e la carenza di infrastrutture di base, le proteste non solo aumentano la pressione sul Premier uscente Abadi, ma potrebbero rivolgersi alla classe politica nel suo complesso.

 

Russia / Stati Uniti

Lo scorso 16 luglio, si è svolto ad Helsinki il summit tra il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump ed il Presidente della Federazione Russa Vladimir Putin.

All’interno di un’agenda variegata, comprendente i dossier Siria, Ucraina, Iran e Corea del Nord, il summit si è concentrato soprattutto sul Russiagate e sulle accuse di interferenza nella campagna elettorale statunitense del 2016 mosse contro la Russia. Da un lato, Putin ha ribadito l’estraneità di Mosca rispetto alla vicenda, proponendo una cooperazione tra le autorità dei due Paesi durante le indagini. Dall’altro lato, Trump ha negato l’accusa di collusione mossa a suo carico, sostenendo le dichiarazioni di innocenza del Premier russo. Conclusa la conferenza stampa, le reazioni sono state immediate. Se da una parte i mass media russi hanno caldeggiato i risultati ottenuti da Putin, dall’altra molte personalità politiche statunitensi hanno duramente criticato le posizioni assunte dal proprio Presidente, giudicate troppo accondiscendenti.

Considerate tali critiche e l’intero andamento del summit, Vladimir Putin può essere considerato il vincitore del summit. La Russia ha infatti ottenuto quello di cui aveva bisogno: non solo mostrarsi interlocutore paritario degli Stati Uniti, ma anche essere esplicitamente scagionata dalle accuse di ingerenza direttamente dal Presidente statunitense. Trump, d’altro canto, ha sostenuto l’innocenza russa anche per delegittimare l’operato della commissione d’inchiesta impegnata nelle indagini sul Russiagate.

Nonostante i toni distesi e la disponibilità al dialogo sui principali dossier internazionali, il summit non ha prodotto risultati politici rilevanti. Al di là delle promesse riguardanti una maggiore collaborazione in materia di contrasto al terrorismo e di contro-proliferazione nucleare, Washington e Mosca appaiono ancora distanti su materie quali la stabilizzazione della Siria e il dossier nucleare iraniano, la Corea del Nord e il containment della Cina.  

 

Turchia

Nel secondo anniversario del fallito colpo di Stato, lo scorso 15 luglio il Presidente turco Recep Tayyip Erdoğan ha emesso una serie di decreti che rendono effettivi quei cambiamenti strutturali degli organi militari, politici e burocratici del Paese, necessari per l’entrata in vigore del presidenzialismo esecutivo. Tra le modifiche principali, il Decreto Presidenziale 4 prevede che lo Stato Maggiore della Difesa sia posto sotto l’autorità politica del Ministero della Difesa. Inoltre, è stato riformato il Consiglio Militare Supremo turco (YAŞ, Yüksek Askerî Şûra), organo chiave della Difesa turca poiché decide in tema di nomine dei vertici e di avanzamenti di carriera dei militari. Ai sensi del decreto, lo YAŞ si riunirà d’ora in poi almeno una volta l’anno su ordine del vice Presidente o direttamente del Presidente, qualora venga ritenuto necessario. Tali decreti hanno seguito la decisione di Erdoğan di nominare per le cariche di Ministro della Difesa e Capo di Stato Maggiore rispettivamente il Generale Hulusi Akar (ex Capo di Stato Maggiore) e il Generale dell’Esercito Yaşar Gürel.

La serie di decreti si inquadra nella progressiva trasformazione dell’assetto politico turco verso la forma di Governo presidenziale stabilita dal referendum costituzionale del 16 aprile 2017. Tra le riforme che Erdoğan ha annunciato di voler portare avanti, la riorganizzazione delle Forze Armate è probabilmente una delle più importanti poiché mira a ribaltare, in modo sostanziale e non solo formale, i rapporti di forza tra il potere politico e il potere militare. Dalla metà del secolo scorso ad oggi, infatti, i militari sono intervenuti più volte nella vita pubblica della Turchia, arrogandosi de facto una sorta di diritto di tutela sulla politica in nome della difesa del kemalismo, ovvero quei valori fondamentali espressi dal padre della patria Ataturk. Inevitabilmente, l’islamismo di Erdogan lo ha portato in rotta di collisione con l’establishment militare fin dal principio della sua vicenda politica, con un escalation di tensioni culminate nel fallito golpe e nel successivo repulisti operato dal Governo tra i ranghi delle Forze Armate. In un contesto simile, acquisire una sostanziale influenza sullo YAŞ e sullo Stato Maggiore rappresenta un passo decisivo nel processo di rafforzamento del potere di Erdoğan contro tutti quei settori tradizionalmente più lontani o esplicitamente ostili al Presidente e a ciò che lui ed il suo Partito rappresentano.