28 GIUGNO 2018
Geopolitical Weekly n. 298
DI Giulia Guadagnoli e Giulia Lillo

Etiopia

Sabato 23 giugno è stata lanciata una granata sulla folla della centralissima Meskel Square di Addis Abeba, durante un discorso del Premier Abiy Ahmed. L’esplosione dell’ordigno, che probabilmente era destinato al palco sul quale aveva appena terminato di parlare il Primo Ministro, ha causato due morti e circa 150 feriti, la maggior parte dei quali dovuti alla fuga confusa dei manifestanti.

Anche in assenza di precise rivendicazioni, l’attentato rappresenta un chiaro segnale intimidatorio nei confronti del Premier e della sua agenda riformista, osteggiata da diverse componenti politiche, sociali e militari del Paese.  Infatti, l’Etiopia è stata storicamente governata da leader appartenenti all’etnia tigrina, anche sotto la leadership del Fronte Democratico Rivoluzionario del Popolo Etiope (EPRDF). Abiy Ahmed, che è diventato Premier ad aprile dopo le improvvise dimissioni del suo predecessore Hailemariam Desalegn, è il primo leader del Paese appartenente al gruppo degli Oromo, la più numerosa etnia etiope tradizionalmente vittima di discriminazione politica, economica e culturale.

Il programma politico del nuovo Premier si differenzia nettamente da quelli precedentemente attuati: il progetto di Abiy Ahmed, infatti, prevede l’implementazione di riforme volte al maggior coinvolgimento sulla scena politica ed economica delle etnie Oromo e Amhara e proiettare l’influenza etiope nella regione mediante gli strumenti di diplomazia economica. In virtù di questo, una delle priorità di Abiy Ahmed è certamente l’apertura di un concreto dialogo di pace con l’Eritrea, come testimoniato dall’accettazione dei termini degli Accordi di Pace di Algeri del 2000, stipulati con il governo di Asmara nel corso della guerra del 1998-2002. Tale riappacificazione mirerebbe a garantire all’Etiopia uno sbocco sul mare, perso proprio dopo l’indipendenza dell’Eritrea. 

Questo nuovo disegno politico potrebbe aver creato dissensi su vari fronti, in primis presso l’etnia tigrina che ha assistito all’usurpazione del proprio ruolo di primazia nel Paese. Inoltre, con l’avvio dei processi di pace con l’Eritrea, la contesa zona settentrionale del Paese è stata lasciata nelle mani di Asmara, causando lo sfollamento degli etiopi che si erano insediati nei territori contesi nel corso del tempo. Infine, l’avvio di un processo di pace tra Addis Abeba e Asmara potrebbe indebolire il prestigio e l’influenza delle Forze Armate, da sempre al centro dei processi decisionali nazionali. 

 

Iran

Nella giornata del 25 giugno, una serie di proteste sono scoppiate al Grand Bazaar di Teheran. In contemporanea con altri esercenti nella capitale iraniana, i commercianti hanno serrato i negozi in reazione alla difficile situazione economica in cui attualmente verte il Paese. Sono seguiti nuovi disordini per le strade della capitale, che hanno portato i manifestanti a recarsi davanti al Parlamento. Nonostante l’intervento della polizia iraniana, le Forze dell’ordine non sono ancora riuscite a sedare completamente le proteste, che sembrano essere le più estese dal 2012.

Il principale problema interno che ha dato vita agli scioperi è sicuramente l’inflazione (stimata sulla base del tasso di cambio sul mercato nero al 53.8%, a fine aprile). I prezzi sempre più alti ledono le attività commerciali e l’economia reale nel suo insieme, interessando i piccoli negozianti, legati più al tasso di cambio sul mercato nero che a quello ufficiale fissato dal Governo. Il primo, ha affrontato un forte deprezzamento per via del ritiro degli Stati Uniti dell’accordo sul nucleare iraniano (JCPOA), che ha corroso il potere di acquisto del rial. Tale perdita di valore rispetta le aspettative degli agenti economici in vista di agosto, mese in cui le sanzioni USA torneranno ad essere applicate alla Repubblica Islamica. La richiesta statunitense ai partner commerciali dell’Iran di interrompere le importazioni di petrolio iraniano porterà probabilmente ad una netta diminuzione dei guadagni da esportazione petrolifera. Questo sta conducendo ad una corsa al dollaro, visto come moneta più sicura rispetto al rial e, conseguentemente, sta causando il deprezzamento di quest’ultimo. Anche tra gli investitori e le multinazionali presenti sul territorio si sta diffondendo il timore di eventuali ritorsioni statunitensi, lasciando presagire un possibile deflusso di capitali fuori dal territorio nazionale.

In un clima di forte malcontento generale, forse anche supportato da ingerenze dei conservatori per destabilizzare l’esecutivo, il Presidente Hassan Rouhani ha cercato di rassicurare elettorato ed opinione pubblica sulla resilienza delle casse statali alle pressioni statunitensi,  nel tentativo di scongiurare improvvisi contraccolpi alla già precaria stabilità del governo. Tali rassicurazioni, inoltre, potrebbero essere rivolte non solo all’interno ma anche all’esterno del Paese, dove l’attuale esecutivo sta cercando di trovare negli altri attori firmatari del JCPOA, soprattutto  Unione Europea e Cina, quelle sponde necessarie a sostenere il difficile rilancio dell’economia nazionale.

 

Turchia

Il 24 giugno si sono tenute le elezioni parlamentari e presidenziali in Turchia. Il leader dell’AKP (Partito Giustizia e Sviluppo) Erdoğan è stato riconfermato Presidente con il 52.59% dei voti contro il 30.64% ottenuto dal rivale İnce del CHP (Partito Popolare Repubblicano), il quale, dopo aver inizialmente denunciato brogli elettorali, ha poi ammesso la sconfitta. I risultati delle parlamentari hanno visto l’AKP attestarsi al 42.54% (sette punti in meno rispetto al 2015), cui si somma l’11.11% dell’alleato Partito del Movimento Nazionalista (MHP). Il CHP ha patito un leggero calo arrivando al 22.64%, mentre il Partito İYİ (all’esordio elettorale dopo la scissione dal MHP) guadagna il 9.97% ed il Partito Democratico dei Popoli filo-curdo (HDP) l’11.69%. L’OSCE ha confermato un sostanziale rispetto delle procedure durante lo spoglio delle urne, ma ha contestualmente sottolineato che lo stato di emergenza in vigore e il grado di controllo governativo sui media non hanno permesso elezioni completamente libere né una competizione in condizione di equità per tutti i candidati.

Benché con queste elezioni entri definitivamente in vigore il presidenzialismo in Turchia, dando a Erdoğan poteri senza precedenti, l’AKP dipenderà dai voti del MHP per formare una maggioranza parlamentare. Dunque, è possibile che il prossimo governo tenda ad adottare un’agenda più vicina alla sensibilità ultra-nazionalista del MHP. L’impossibilità di formare un esecutivo monocolore è dipesa soprattutto dal risultato dell’HDP, che superando la soglia di sbarramento posta al 10% ha tolto di fatto circa 60 seggi all’AKP. In caso di non superamento della soglia, infatti, i voti dell’HDP sarebbero andati al primo partito. Infine, benché le altre opposizioni abbiano stretto un’alleanza elettorale, la continuazione di un percorso comune potrebbe essere tutt’altro che scontata, viste le molte divergenze di fondo tra l’impostazione social-democratica del CHP e il nazionalismo conservatore dell’İYİ.