22 GIUGNO 2018
Verso il prossimo Consiglio Europeo: la coesione dell’Unione alla prova della sfida migratoria
DI Paolo Crippa

Lo scorso 11 giugno, a seguito dello scontro diplomatico italo-maltese riguardo il caso della nave Acquarius della ONG francese S.O.S. Méditerranée, in tutta Europa si è veementemente riacceso il dibattito circa la gestione dell’emergenza migratoria. La decisione del governo italiano di soccorrere i migranti a bordo della nave ma, al contempo, di non autorizzarne l’approdo nei porti nazionali ha avuto l’effetto di portare alla luce possibili alleanze e affinità tra attori eterogenei all’interno del contesto europeo, con l’effetto di esacerbare contrasti ideologici sia all’interno dei singoli Stati sia addirittura in alcune delle loro maggioranze di governo. Il risultato è un’Europa ulteriormente fratturata lungo linee trasversali, in un puzzle di interessi tanto nazionali quanto locali che potrebbe essere difficile da ricomporre, per lo meno nel breve periodo.  

Fino ad oggi abbiamo assistito al consolidamento di una duplice faglia, che percorre l’Unione Europea lungo l’asse Nord-Sud (per quanto riguarda la politica economica) e Est-Ovest (per quanto riguarda valori e diritti). Sul tema migrazioni, la contrapposizione Bruxelles-Paesi del gruppo di Visegrad è ormai assodata. A più riprese i governi di Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia si sono limpidamente espressi contro ogni ipotesi di equa redistribuzione degli oneri per la gestione dei migranti, come ad esempio il più volte citato sistema di quote. Il Premier ungherese Viktor Orban, ad oggi, è il capofila di questo blocco ideologico che, seppur con diversi gradi di fideistico entusiasmo al suo interno, vuole difendere le origini etnico-religiose dell’Europa da quello che viene presentato come un’invasione culturale. Dietro alle più svariate motivazioni ideologiche e dietro ogni retorica, resta la completa indisponibilità da parte di una parte consistente dei Paesi-membri di farsi carico, seppur in minima parte, della gestione di un problema dal respiro comunitario. L’Europa ha provato a rispondere minacciando di condizionare l’allocazione dei fondi comuni, più che mai preziosi per il blocco Est, in particolare riferimento alla Politica Agricola Comune (PAC), al rispetto di tutti gli impegni che sottende la membership dell’Unione. Tale soluzione risulta ad oggi uno spettro da agitare all’occorrenza, piuttosto che uno strumento negoziale efficace, a causa della mancanza di una volontà politica forte e degli equilibri e interessi che si giocano all’interno dei partiti politici europei. Basti ricordare la cospicua influenza che Fidesz, il partito di Orban, può vantare all’interno del Partito Popolare Europeo (EPP), cha attualmente esprime la Presidenza della Commissione, quanto quella del Parlamento Europeo.

La partita che oggi sta giocando Visegrad non è tanto quella di forzare lo scontro diretto con le istituzioni di Bruxelles, ma piuttosto di introdurre, all’interno del dibattito sul tema immigrazione, posizioni e soluzioni populiste, fino ad ora ritenute un tabù dalla maggior parte dell’establishment dell’Europa occidentale. L’Europa orientale sa che, per vincere la partita contro Bruxelles, deve trovare alleati non tanto tra gli Stati dell’Europa Occidentale, quanto al loro interno.

Complice proprio la trans-nazionalizzazione delle istanze populiste, oggi la chiusura delle frontiere, l’innalzamento di barriere fisiche, la sospensione di Schengen e il respingimento dei migranti al confine sono iniziative politiche sempre più seducenti, capaci di attirare partiti addirittura facenti parte di coalizioni di governo che, complessivamente, esprimono linee decisamente più moderate.

In questo senso, l’attuale situazione politica in Germania offre un caso estremamente esemplificativo.

Lo scorso 17 giugno, a Monaco di Baviera si è tenuto un vertice tra il Partito Cristiano-Democratico (CDU) di Angela Merkel e il sui storico alleato bavarese, l’Unione Cristiano-Sociale (CSU), per trovare un punto di incontro, dopo che le posizioni dei due rispettivi leader sul tema migranti si sono, negli ultimi mesi, progressivamente allontanate. Oggi Angela Merkel, la cui leadership è uscita fortemente indebolita dall’esito delle scorse elezioni, si trova a confrontarsi non con uno, ma due fronti aperti all’interno della propria maggioranza di governo, composta da CDU, CSU e dal Partito Social-democratico (SPD). Da una parte l’alleato socialista si è posto da sempre difensore di una politica di accoglienza generosa, e ha condizionato il proprio supporto all’esecutivo Merkel IV alla condivisione di una linea decisamente più progressista sui temi socio-economici. Dall’altra parte il CSU, espressione politica di un territorio, la Baviera, da sempre più conservatore e tradizionalista rispetto al Nord del Paese, sembra spostarsi verso posizioni sempre più di destra, preoccupato che la partecipazione ad un governo “centrista” possa causarne un danno di immagine. Parte del calo di consensi registrato da Angela Merkel durante l’ultima tornata elettorale del 2017, è da ricondursi all’ascesa del partito di destra nazionalista Alternativa per la Germania (AfD), che ha saputo intercettare le istanze più conservatrici e identitarie presenti nel tessuto elettorale tedesco, incapaci ormai di riconoscersi nell’operato della CDU. Oggi l’AfD, che trova il suo bacino elettorale di riferimento principalmente nella Germania dell’Est, è lentamente e costantemente cresciuta anche in Baviera, regione in cui la CSU governa senza soluzione di continuità dal 1957. Attualmente quest’ultima si trova in una posizione estremamente delicata: da una parte vede il suo elettorato spostarsi su posizioni sempre più conservatrici su temi come immigrazione e sicurezza, guardando con curiosità l’AfD, dall’altra si trova obbligata, in quanto partito politico con una dimensione esclusivamente regionale, a supportare attivamente il governo a guida CDU, del quale esprime addirittura un ministero fondamentale, come quello dell’interno.

Horst Seehofer, storico leader della CSU e attuale Ministro dell’Interno, ha recentemente presentato una propria proposta di 63 punti per la gestione del fenomeno migratorio in Germania, in cui si delinea un deciso giro di vite sulle politiche di accoglienza. Tra le proposte si parla del conferimento ai singoli Länder dell’autorità necessaria a respingere al confine i rifugiati la cui domanda è stata registrata in un altro Stato europeo. Tale piano, volto a portare le istanze bavaresi a Berlino, in vista delle elezioni locali del prossimo ottobre, ha subito ottenuto la strenua opposizione da parte della Cancelliera. Dopo aver minacciato di far cadere il governo, Seehofer ha accettato un periodo di tregua fino al prossimo Consiglio Europeo del 28-29 giugno, onde evitare di generare ulteriori fragilità per la Germania in un momento particolarmente critico. Nonostante sia stato raggiunto un punto di incontro tra i due leader, è rilevante notare quanto il tema immigrazione sia divisivo e pervasivo, arrivando a creare persino un incidente politico all’interno della stessa maggioranza che governa la prima economia dell’Eurozona. Su tale divergenza di interessi e strategie nazionali, locali e personali, si tessono alleanze transnazionali. Mentre Angela Merkel guarda alla Francia e alla Commissione Europea per formulare una soluzione comunitaria e istituzionale al problema, parallelamente va consolidandosi un’intesa informale tra Seehofer, il Ministro degli Interni italiano Salvini e il Premier austriaco Kurz. All’interno di questo apparente asse Roma-Vienna-Berlino troviamo esponenti politici che non hanno nascosto le proprie simpatie per la linea portata avanti dal Gruppo di Visegrad.

Il Presidente francese Emmanuel Macron sembra giocare una partita dai contorni decisamente ambigui. Se da una parte l’inquilino dell’Eliseo si è sempre opposto alle politiche di respingimento, dall’altra ha ribadito nei fatti l’indisponibilità della Francia a farsi carico di una buona parte della gestione del fenomeno, qualora non si stabilisca una vera rete di collaborazione a livello europeo. Sempre la Francia, che più volte ha sollecitato a intavolare una profonda e condivisa riforma della Convenzione di Dublino, criticando l’avventurarsi di alcuni Stati in azioni unilaterali, si è più volte mossa individualmente, respingendo attivamente i migranti irregolari che volevano varcare il proprio territorio. Basti ricordare i casi di Ventimiglia e Bardonecchia del 2017. Lo scorso 24 aprile, inoltre, l’Assemblea Nazionale di Parigi ha approvato una nuova legge sull’immigrazione, voluta da Macron, che essenzialmente accorcia i tempi del riconoscimento del diritto d’asilo e prolunga i tempi di detenzione per coloro ai quali venisse negata. Tale rivisitazione delle politiche di accoglienza nell’ottica di una maggiore intransigenza, anche in questo caso è dovuta alla volontà politica di inseguire l’elettorato confluente verso il Front National (FN) di Marine Le Pen, in un momento di grave crisi di gradimento per il Presidente francese.

Lo stesso Macron nelle ultime settimane ha incontrato il Premier italiano Conte a Parigi e Angela Markel a margine di un Consiglio dei Ministri franco-tedesco a Maseberg, a Nord di Berlino, lo scorso 19 giugno. Le proposte messe sul piatto dalla Francia, e che avrebbero incontrato il sostegno della Cancelliera, prevedrebbero l’apertura di centri di identificazione e gestione dei flussi direttamente sul suolo africano (Mali, Niger, Libia), un aumento sostanziale dei fondi destinati all’agenzia europea Frontex, l’aumento delle risorse e degli effettivi della Guardia Costiera Europea costituita nel 2016 (a 10.000 unità entro il 2020, a fronte degli attuali 325), un potenziamento del Fondo fiduciario per l’Africa e un sistema di accordi bilaterali per convogliare una parte degli sbarchi verso porti nord-africani. Per il momento, dunque, non viene presa in considerazione alcuna riforma comprensiva degli accordi di Dublino, procedura estremamente complessa e onerosa in termini politici, che ha già incontrato la preventiva e netta opposizione dei Paesi orientali.

Date queste premesse e delineato il contesto politico, appare evidente come il prossimo summit dei 27 capi di Stato europei si preannuncia un evento cardine per l’Europa, che potrà trovare una sinergia e una risposta comune o frammentarsi ulteriormente in un mosaico di soluzioni prettamente nazionali.

In sintesi due sono le linee politiche poste a valutazione. Da una parte la proposta portata avanti dai due principali Capi di Stato europei, con il sostegno dei vertici delle istituzioni di Bruxelles, si articola sul medio-lungo periodo e appare quanto mai blanda e poco incisiva. Sia nella precedente bozza preparata dalla Presidenza bulgara del Consiglio Europeo che nell’attuale, discreti interventi sono previsti per la gestione dei flussi “primari” (ovvero quelli dalle coste africane verso Europa), e quasi nessuna innovazione viene proposta per quanto riguarda invece quelli “secondari” (ovvero gli spostamenti interni allo spazio comunitario). L’Italia, che ha già minacciato di disertare il summit informale di domenica 24 giugno, qualora la discussione avesse preso le mosse esclusivamente dalla bozza franco-tedesca, sembra l’unico Paese veramente interessato a contrastare il fenomeno dei flussi primari, in quanto principale Paese di arrivo. Priorità condivisa da nessuno dei Paesi membri, per questioni tanto geografiche quanto di mera convenienza. Un vero sistema di quote che redistribuiscano equamente i migranti secondo il peso demografico di ogni Paese è infatti un’ipotesi ormai divenuta irrealistica per mancanza di volontà politica comune. Pertanto l’Italia su questo punto si ritroverà, con tutta probabilità, di nuovo nell’attuale situazione, salvo aprire canali diplomatici bilaterali con Francia e Germania.

Tutt’altra linea è invece quella sui cui sembrerebbe attestarsi l’entente cordiale tra Seehofer, Salvini e Kurz. Nonostante questi attori concordino sulla necessità di chiudere definitivamente le rotte mediterranee, contrastare l’operato delle ONG e spostare il focus in Africa per disincentivare le partenze, anche all’interno di questa intesa coesistono tacitamente interessi diversi e, talvolta, contrastanti. Da una parte Seehofer e Kurz sono più interessati a bloccare i flussi secondari dall’Italia (ma anche dalla Grecia e dalla rotta orientale che passa per la Bulgaria) verso il proprio Paese, dall’altra è interesse di Salvini concentrarsi sui flussi primari, chiedendo agli Stati limitrofi un aiuto per l’allocazione dei migranti sino ad ora sbarcati.

Qualora la proposta franco-tedesca mancasse di ambizione, realismo ed efficacia, e si mostrasse incapace affrontare, questa volta strutturalmente, il tema della difesa delle frontiere esterne dell’Unione Europea, la discussione e le eventuali soluzioni verrebbero prese in carico dai singoli Paesi. Un eventuale ritorno degli accordi bilaterali come strumento privilegiato di soluzione diplomatica, verrebbe percepito dai cittadini come un chiaro fallimento per le istituzioni di Bruxelles, e potrebbe portare a un continuo conflitto tra interessi particolari. L’Italia, ad esempio, potrebbe risolversi a disdettare unilateralmente gli accordi di Dublino, eventualità già presa in considerazione dal governo, rischiando di esacerbare i conflitti intra-europei esistenti. In ultima analisi, su questa sfida che è chiamata ad affrontare oggi l’Unione Europea, si misura la vera capacità leadership di Francia e Germania. Qualora infatti entrambi i Paesi, che aspirano fisiologicamente ad essere il motore politico ed economico dell’Unione, non prendessero le redini della situazione investendo coraggiosamente risorse, tempo e volontà politica, l’adesione al progetto europeo verrebbe ulteriormente messa in questione, partendo dai suoi due principali difensori e promotori.