27 GIUGNO 2012
Fratelli Musulmani ed Esercito: la partita del Cairo
DI Silvia de Cristofano

L’Egitto, il più popoloso stato arabo nonché Paese strategico per gli equilibri mediorientali, sta attraversando una delicata fase di ridefinizione degli equilibri politici interni e gli eventi delle ultime settimane hanno più volte lasciato temere che il Paese potesse precipitare in un clima di guerra civile.
Infatti, a partire dal 13 giugno, si è instaurato un clima di crescente tensione quando la Giunta Militare ha emanato il decreto di scioglimento del Parlamento, giustificato dal fatto che, secondo le autorità militari, le elezioni di più di un terzo dei parlamentari erano da considerarsi non valide per l’attuazione sbagliata della legge elettorale in alcune circoscrizioni. La tornata elettorale aveva segnato il trionfo dei partiti islamisti, ed in particolare dei Fratelli Musulmani che per la prima volta hanno avuto la possibilità di organizzarsi politicamente, con un partito dal nome Giustizia e Libertà.

Ulteriore conseguenza della sentenza, è stato l’incremento del potere da parte del Consiglio Supremo delle Forze Armate (SCAF), che subito ha ripreso la totale gestione del potere legislativo, e affermato, sempre nel decreto, che le prossime elezioni parlamentari si sarebbero tenute solo all’indomani della promulgazione della nuova Costituzione egiziana.

Tutto ciò è avvenuto mentre si attendeva il risultato del ballottaggio per le elezioni presidenziali tra Mohammed Mursi, candidato di Libertà e Giustizia, e Ahmed Shafiq, ultimo Primo Ministro dell’era Mubarak. Il verdetto elettorale, che ha sancito la vittoria di Mursi, è stato reso noto solo nella giornata di domenica 24 giungo, dopo un sensibile ritardo che ha fatto temere, ai molti egiziani scesi in piazza, che fosse in atto un ulteriore colpo di mano da parte della giunta militare. L’esponente dei Fratelli Musulmani è stato eletto Presidente con il 52% delle preferenze, dopo un secondo turno elettorale caratterizzato principalmente dall’astensionismo.
Molte sono le incognite sul futuro dell’Egitto e parte di queste riguardano proprio l’evoluzione dei rapporti tra le due principali forze politiche e sociali del Paese: i Fratelli Musulmani e l’Esercito.

A dispetto di quanto si possa pensare, guardando superficialmente al contesto egiziano, i due attori condividono interessi e ambizioni, soprattutto in campo economico.
L’esercito egiziano, decimo al mondo per numero, svolge un ruolo peculiare nel Paese. Questo infatti, non si occupa solo della difesa dei confini e della stabilità e sicurezza interna, bensì, attraverso il Ministero della Produzione Militare, svolge un ruolo da protagonista nell’economia del Paese.
Il Ministero provvede alla costruzione di strade e autostrade, produce beni di prima necessità ed elettrodomestici vendendoli a prezzi più bassi rispetto a quelli di mercato e assicurandosi così la benevolenza degli strati più poveri della società egiziana. Questo, inoltre, gestisce il demanio di vari terreni e spiagge e la proprietà di palazzi e costruzioni. Non secondario è il ruolo di collante sociale svolto dall’Esercito, vero simbolo di unità nazionale, in contrapposizione, per esempio, alla Polizia, vista dalla popolazione come lo strumento per eccellenza della repressione dei passati regimi. Un simile quadro è sufficiente a spiegare perché, all’indomani della caduta di Mubarak, la popolazione egiziana ha accolto con entusiasmo la presenza dei militari nelle strade.

Dall’altro lato, troviamo i Fratelli Musulmani, una delle più importanti organizzazioni islamiste al mondo, struttura sociale ed economica, nata proprio in Egitto nel 1920. La loro azione, fondata sul rispetto dei precetti coranici, si orienta sui settori della sanità, dell’insegnamento e della cura dei bisogni primari della popolazione. L’evoluzione da organizzazione sociale ad organizzazione politica è stata ostacolata dalla stretta repressiva da sempre attuata sul movimento. Infatti, Nasser, negli anni Cinquanta, sciolse l’organizzazione dichiarandola fuori legge, e accusandola di aver progettato l’attentato, del 1954, contro la sua persona. La caduta del regime Mubarak, nel febbraio del 2011, ha consentito la nascita del partito Giustizia e Libertà che rappresenta l’organo politico della Fratellanza.

È evidente, dunque, che la mancanza dell’intervento dello Stato nella società ha favorito l’espansione economica e sociale tanto dell’Esercito, quanto dei Fratelli e, ora che sono proprio loro gli attori egemoni, ci si attende un’evoluzione delle competenze e delle funzioni dei due soggetti all’interno del Paese.

Entrambi sono riusciti a svolgere un ruolo di spicco nell’economia del Paese ma percorrendo strade diverse. I militari, essendo sempre stati direttamente o indirettamente al potere, hanno sviluppato la loro rete economica attraverso l’apparato statale e il Ministero della Produzione Militare ne è l’esempio più evidente. I Fratelli Musulmani, invece, hanno sviluppato un’organizzazione parastatale che ha operato proprio in quei settori in cui lo Stato non era presente.

Le due personalità di spicco nel settore economico del movimento islamista sono Hasan Malek e Khairat al-Shater. Entrambi sostengono l’importanza di proseguire sulla strada delle liberalizzazioni, già avviata da Rachid Mohamed Rachid, Ministro per l’Industria e il Commercio durante l’era Mubarak, al fine di rafforzare le industrie nazionali, aumentare la produzione interna e attrarre investimenti esteri. Malek, che da poco ha fondato l’Egyptian Business Development Association (associazione d’investitori e industriali privati del settore tessile e alimentare, legati alla fratellanza), ha ribadito la necessità di trasformare l’Egitto da Paese di consumatori a Paese di produttori. Shaker, vero leader politico della Fratellanza e imprenditore, ha interessi economici in vari settori produttivi ma, soprattutto, ha la convinzione che gli imprenditori debbano avere un ruolo diretto nella gestione dello Stato e nei programmi di privatizzazione.

Questo ovviamente contrasta con gli interessi dell’élite militare. Infatti, non bisogna dimenticare che molti degli oltre 20mila processi intentati contro i dissidenti, durante il regime Mubarak, erano finalizzati a contrastare le iniziative di privati nell’economia del Paese e sono state ben settantadue le imprese e le società, vicine agli islamisti, chiuse per motivi di ordine pubblico. Le tensioni tra i militari e gli islamisti possono configurarsi, quindi, anche come uno scontro economico, che s’innesta nel più ampio quadro di lotta per il potere tra queste due istituzioni della società egiziana.

Altro fulcro intorno al quale ruota la ridefinizione dei poteri all’interno del Paese è la gestione della politica estera. La vittoria di Mursi è stata accolta con entusiasmo da tutte le organizzazioni e gli Stati islamisti.

All’indomani della sua elezione, il nuovo Presidente ha subito ribadito di essere pronto a rispettare gli accordi internazionali vigenti, compresi quelli con lo Stato d’Israele, lasciando però aperta la porta a nuove rinegoziazioni proprio con Tel Aviv, al fine di “riequilibrare” gli accordi di Camp David. Viste le gravi condizioni economiche e sociali in cui versa l’Egitto, non dovrebbe essere tra le priorità del Cairo creare tensioni con il vicino Stato d’Israele, né avventurarsi in nuove missioni militari, ma il neoeletto Presidente egiziano desidera che il Paese continui a svolgere un ruolo primario nello scacchiere mediorientale, e per far ciò è disposto anche a far leva sul ruolo strategico dell’Egitto, soprattutto nei confronti di Tel Aviv.

Nonostante i proclami e le dichiarazioni degli ultimi giorni, gli islamisti non sanno ancora quanti e quali poteri i militari saranno disposti o costretti a cedere, e quanto il neoeletto Presidente durerà in carica, ma sono certamente consapevoli di essere ormai entrati nel sistema politico e di essere pronti a far pesare la loro nuova posizione.