04 MAGGIO 2018
Geopolitical Weekly n. 290
DI Giulio Nizzo

Corea del Nord  

Lo scorso 27 aprile è avvenuto il primo storico incontro fra il leader nordcoreano Kim Jong Un e il Presidente sudcoreano Moon Jae-in. I due capi di stato si sono incontrati nel villaggio di Panmunjon, nella zona demilitarizzata al confine fra i due paesi dove, per la prima volta nella storia, hanno varcato le rispettive linee di demarcazione entrando così nel territorio della loro rispettiva controparte. L’incontro fra i due segna una nuova tappa nel processo di apertura della Corea del Nord, incominciato all’inizio di quest’anno e segnato, fra le altre cose, da eventi quali la presenza di una delegazione nordcoreana ai Giochi Olimpici Invernali in Corea del Sud, dall’incontro fra Kim Jong un e il Presidente Cinese Xi Jinping e, soprattutto, dalla prospettiva di un imminente incontro bilaterale fra Kim Jong Un e il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump, previsto fra la fine di maggio e l’inizio di giugno.

In questo clima, le intenzioni di un riavvicinamento fra le due coree erano state più volte espresse da entrambe le parti. L’incontro di Panmunjon rappresenta quindi un ulteriore passo avanti nell’ambito di questo processo. Nel corso del summit, i due leader hanno infatti ribadito la volontà comune di porre fine all’armistizio fra i due paesi – oramai in vigore dal 1953 – per avviare un processo di pace vero e proprio. A tale proposito, durante l’incontro è stata espressa la volontà di riavvicinare i due paesi attraverso un avvio di graduale cooperazione economica e un piano per demilitarizzazione del confine, per consentire gradualmente ai cittadini una progressiva libertà di movimento fra il Nord e il Sud.

Il segnale mandato durante questo incontro, dunque, è sicuramente positivo, poiché manifesta chiaramente una distensione in atto. Tuttavia, le due variabili più importanti – l’armamento nucleare di Pyongyang e la presenza di truppe statunitensi in Corea del Sud – restano ancora da decifrare perché si possa capire meglio fino a che punto un dialogo fra le due parti sarà sostenibile. Per questo sarà importante l’incontro fra Trump e Kim Jong Un: il faccia a faccia, infatti, potrebbe far chiarezza su quale siano le condizioni di Kim  per procedere ad una denuclearizzazione della penisola e se e quali punti di convergenza ci possono essere con le priorità strategiche statunitensi nella regione.

 

Nigeria  

Lo scorso 2 maggio si è verificato un attacco terroristico contro una moschea di Mubi, nello Stato federale nord-orientale del Borno. Si stima cha siano almeno 27 i morti e diverse decine i feriti. Nonostante non sia stata effettuata alcuna rivendicazione, i principali sospetti ricadono su Boko Haram, il gruppo jihadista regionale attivo dal 1998 e responsabile, dal 2009, di una lunga campagna terroristica contro il governo centrale e le comunità cristiane locali.

Sebbene il governo nigeriano abbia dichiarato l’organizzazione sconfitta nel 2015, attentati, rapimenti e altri crimini di varia natura rivendicati da Boko Haram hanno continuato a susseguirsi con una certa costanza da allora. Lo scorso aprile un altro attentato si era verificato a Maiduguri, capitale dello stato del Borno, mentre lo scorso novembre un attentato ha colpito sempre Mubi, uccidendo almeno 50 persone. Ciò lascia intendere come l’organizzazione sia tutt’ora attiva e costituisca una seria minaccia alla sicurezza e alla stabilità interna del Paese.

La lotta contro Boko Haram è al centro dell’agenda di governo del Presidente Muhammadu Buhari che, contestualmente, deve affrontare la crisi sociale e securitaria nelle regioni centrali del Paese (Middle Belt), dove le comunità di agricoltori cristiani Berom si scontrano con le comunità di pastori semi-nomadi musulmani Fulani. Proprio questo scontro ha favorito la radicalizzazione dei Fulani e il graduale approdo delle loro milizie nei ranghi di Boko Haram. 

 

Siria

Nella notte fra il 29 e il 30 aprile un nuovo attacco missilistico ha colpito la Siria, distruggendo tre presunte strutture militari. Due di esse sono situate nei pressi di Hama, rispettivamente vicino a Salhab e al monte Maarin (sede della Brigata 47), mentre la terza si trova vicino ad Aleppo, a poca distanza dall’aeroporto internazionale. Secondo fonti siriane, l’attacco avrebbe causato alcune decine di vittime, di cui la maggior parte sarebbero combattenti iraniani o legati alla Repubblica Islamica.

Benché non sia stato rivendicato ufficialmente, l’attacco missilistico sembra essere stato condotto dalle Forze di Difesa Israeliane. Infatti, fin dai primi anni del conflitto siriano Israele ha compiuto decine di strike oltre confine, in diverse occasioni senza attribuirsene la responsabilità. L’obiettivo di Israele è evitare che, con il volgere del conflitto siriano in favore del Presidente siriano Bashar al-Assad, l’Iran riesca a espandere la propria influenza nel Paese e a moltiplicare le linee di rifornimento verso il partito-movimento sciita libanese Hezbollah.

Se fino ad ora gli attacchi missilistici israeliani in Siria si sono concentrati nel centro-sud del paese, soprattutto sull’aeroporto Mezzeh di Damasco e sulla base T4 nei pressi di Palmira, gli ultimi attacchi a Hama e, soprattutto, ad Aleppo, lasciano intuire come la Repubblica Islamica stia cercando di sfruttare al massimo l’intero territorio siriano sotto il controllo delle forze lealiste, anche allontanandosi notevolmente dal confine israeliano e dallo spazio aereo libanese (ampiamente usato dai caccia di Tel Aviv per lanciare strike in Siria). Inevitabilmente, questa eventualità potrebbe rendere più complesso il contrasto dell’Iran per Israele e costringere le autorità di Tel Aviv ad aumentare il proprio coinvolgimento nel conflitto.

 

Unione Europea

Lo scorso 2 maggio è stato presentato dalla Commissione Europea il quadro finanziario pluriennale (QFP) per il periodo 2021-2027. Nonostante si tratti ancora di una prima stesura, e in quanto tale aperta a revisioni, tale proposta per il budget europeo andrà a costituire l’ossatura finanziaria su cui si costruirà il futuro dell’Unione. Nonostante l’uscita del Regno Unito abbia lasciato un buco di bilancio stimato attorno ai 13 miliardi di euro l’anno, il piano prevede una spesa complessiva di circa 1.279 miliardi. Si tratta di un aumento sostanziale, dal momento che la contribuzione passerà complessivamente dall’1% al 1,114% del reddito nazionale lordo (GNI) dei 27 membri.

Se fino ad oggi una cospicua parte del budget (38%) era destinata alla Politica Agricola Comune (PAC), per il periodo 2021-2027 si prevede di drenare una parte di questi fondi verso settori ritenuti più strategici, al fine di ridefinire il ruolo dell’UE all’interno dell’economia globale e di competere con attori quali Cina e Stati Uniti. Per questo, il nuovo budget europeo prevedrà tagli sostanziali al programma di sussidi al settore agricolo, reputato non più così importante come in passato, per concentrarsi piuttosto sull’innovazione tecnologica. Inoltre è previsto un aumento della spesa destinato allo sviluppo della Difesa comune e al controllo delle frontiere, in luce dell’emergenza migratoria che continua a colpire i Paesi mediterranei.

Tale rimodulazione del budget implicherà probabilmente anche una ridiscussione degli oneri e doveri dei singoli Stati, ridefinendo gli equilibri tra contributori netti e Paesi beneficiari. Paesi come Belgio, Olanda e Lussemburgo si sono già mostrati contrari ad un eventuale incremento della propria contribuzione. Al contrario, i Paesi mediterranei potrebbero salutare con ottimismo l’aumento dei fondi destinati alla sicurezza delle frontiere. Più problematica è invece la posizione dei Paesi del gruppo di Visegrad (Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria). Nonostante ad oggi siano tra i maggiori beneficiari della spesa europea, sia per lo sviluppo che per quanto riguarda l’agricoltura, con il nuovo QFP potrebbero vedersi condizionare l’allocazione dei fondi al rispetto dei rigidi standard democratici fissati dall’Unione Europea