27 APRILE 2018
Geopolitical Weekly n. 289
DI Giulio Nizzo

Afghanistan

Mercoledì’ 25 aprile i talebani hanno annunciato l’inizio dell’annuale offensiva di primavera, quest’anno denominata Al Khankdaq dal nome della storica battaglia combattuta da Maometto per la difesa di Medina. Con il miglioramento delle condizioni climatiche nel Paese durante la stagione primaverile, infatti, l’insorgenza riesce ad avvantaggiarsi della conoscenza e del controllo del territorio per intensificare le proprie operazioni. Secondo quanto dichiarato, l’offensiva sarà indirizzata innanzitutto contro le Forze straniere, ed in particolare statunitensi, presenti nel Paese. Solo in seconda istanza, gli attacchi verranno indirizzate contro le Forze Armate locali (Afghan National Security Forces – ANSF) e le autorità governative, mentre un’attenzione particolare sarà riservata a scongiurare il coinvolgimento della popolazione civile. La strategia annunciata dai talebani, in sostanziale evoluzione rispetto al passato, va a confermare l’interesse del principale gruppo di insorgenza nazionale di trovare un posto all’interno del dibattito politico afghano. La scelta di ridimensionare gli attacchi contro il governo e, soprattutto, di escludere i civili dalla campagna militare mette in evidenza come la leadership talebana stia cercando sempre più di utilizzare il proprio peso interno per ottenere un riconoscimento istituzionale sia da parte afghana sia da parte internazionale.

Ad oggi, il territorio del Paese sotto il controllo dei Talebani ammonta ad una percentuale che varia dal 56% al 70%, a seconda delle stime. A fronte delle difficoltà che le Forze afghane ancora hanno nel contrastare con efficacia la minaccia talebana, gli Stati Uniti hanno aumentato il numero di truppe di stanza nel Paese, inviando almeno 800 nuovi soldati dall’inizio di quest’anno, per un ammontare di 15.000 soldati in totale. L’intensificarsi degli scontri in seguito all’offensiva di primavera potrebbe complicare ulteriormente il già delicato processo di dialogo tra militanza e autorità di Kabul, ricercato dal Presidente Ashraf Ghani negli ultimi mesi. I piani di dialogo prevedrebbero la possibilità di conferire all’insorgenza un riconoscimento politico nelle imminenti elezioni, che si svolgeranno a ottobre di quest’anno, in cambio del riconoscimento da parte talebana della legittimità del governo e delle istituzioni della Repubblica afghana.

Armenia

Il Primo Ministro, nonché ex Presidente della Repubblica, Serzh Sargsyan ha annunciato le sue dimissioni lo scorso 23 aprile, a seguito di una forte ondata di proteste e manifestazioni protrattasi ininterrottamente per dieci giorni. Le ragioni delle proteste sono da ricercarsi nell’aversione del popolo armeno nei confronti di Sargsyan, accusato di essere a capo di un sistema corrotto e autoreferenziale. Ad accendere la miccia delle proteste è stata la sua nomina a Primo Ministro di Serzh Sargsyan da parte del nuovo Presidente Armen Sarkissian, eletto lo scorso 2 marzo dopo la riforma costituzione del 2015. Quest’ultima ha trasformato il Paese da Repubblica Presidenziale a Repubblica Parlamentare, trasferendo la primazia del potere esecutivo dalla Presidenza della Repubblica al Gabinetto del Primo Ministro.  Secondo le opposizioni, tale riforma è stata messa in atto per consentire a Sargsyan di continuare a governare, bypassando il limite dei due mandati presidenziali previsto dalla costituzione. Non è la prima volta in cui Sargsyan è contestato dalla popolazione. Infatti, entrambe le elezioni presidenziali del 2008 e del 2013 furono segnate da proteste a seguito di possibili brogli elettorali.

Le dimissioni di Sargsyan sono giunte a seguito di un incontro con Nikol Pashinyan, leader dell’alleanza politica “Yelk” e fra i principali organizzatori delle proteste.

Il futuro politico del Paese appare, per il momento, incerto. Tuttavia, è poco probabile che agli eventi degli ultimi giorni seguirà uno stravolgimento radicale del suo assetto politico. Il Partito Repubblicano di Sargsyan può ancora contare sulla maggioranza all’interno dell’Assemblea Nazionale, mentre l’alleanza Yelk, al momento, dispone solamene di 9 seggi. Probabilmente serviranno nuove elezioni parlamentari per determinare meglio possibili scenari futuri. Se la guida del Paese dovesse rimanere nella mani del Partito Repubblicano, soprattutto dopo consultazioni elettorali poco trasparenti, la sensazione popolare potrebbe essere quella dì una continuità con un passato già ampiamente contestato.