18 GIUGNO 2012
La “drug war” in Messico: lotta al narcotraffico e alla criminalità organizzata o guerra civile?
DI Giosuè Cannistra

L’America latina sta oggi vivendo un processo di profondi cambiamenti politici, sociali ed economici. Da una parte democratizzazione e sviluppo economico, dall’altra enormi diseguaglianze sociali, narcotraffico e criminalità; questi ultimi aspetti hanno provocato una drammatica escalation della violenza. Criminalità e narcotraffico in particolare rappresentano oggi un flagello per diverse nazioni latinoamericane, come ben dimostrano le migliaia di vittime ogni anno in paesi come Brasile, Venezuela, Messico, El Salvador o Guatemala. In alcuni di questi casi la criminalità è divenuta un vero e proprio attore politico, mettendo addirittura in discussione la sovranità e il monopolio della violenza dello Stato.

Il caso del Messico presenta questa caratteristica; questo paese dell’America centrale, che oggi rappresenta il maggior terreno di transito per la cocaina prodotta in Sudamerica e destinata agli Stati Uniti, conosce una pericolosa situazione d’instabilità dovuta al conflitto tra lo Stato federale e i cartelli della droga, che a loro volta si combattono fra loro per il controllo del territorio e del narcotraffico.

L’inizio del conflitto è generalmente fatto risalire a dicembre del 2006, periodo in cui si è insediato l’attuale Presidente messicano Felipe Calderón, il quale, dopo aver basato la maggior parte della propria campagna elettorale nella lotta ai cartelli della droga, ha dichiarato guerra a questi ultimi appena insediatosi al governo, dispiegando massicciamente esercito e polizia federale nelle zone più colpite dall’escalation della violenza. Al duro intervento del governo è subito seguita una violentissima risposta dei cartelli, che ha portato a un ulteriore aumento della violenza con decine di migliaia di vittime, stimate in circa 35.000 dall’anno 2006 a oggi.

La guerra della droga messicana è però cominciata ben prima del dicembre 2006. I principali riferimenti storici che hanno portato a questo conflitto sono i seguenti; il primo è lo sviluppo delle attività illecite riguardanti la produzione di droga in territorio messicano all’inizio degli anni Venti del secolo scorso, quando prese forma una sempre più massiccia coltivazione di papavero, che ha portato oggi la nazione messicana ad essere una base fondamentale per la produzione di eroina, e in maniera minore, di marijuana. Il secondo, più importante, è lo smantellamento negli anni Novanta dei potenti cartelli della droga colombiani da parte del governo di Bogotà, in particolare il cartello di Medellín e il cartello di Cali.

Quando i due maggiori protagonisti del traffico di cocaina, prodotta nei paesi andini (Colombia, Bolivia e Perù) e destinata al mercato degli Stati Uniti ed europeo, furono smantellati attraverso diverse operazioni militari e con essi fu distrutta la principale rotta caraibica del narcotraffico, si formò un grande vuoto nell’attraente mercato del traffico internazionale di stupefacenti, che fu presto colmato dai sempre più emergenti cartelli della droga messicani. La criminalità messicana, che prima operava sotto forma di bande locali relativamente organizzate e trafficava la cocaina per conto dei colombiani verso gli Stati Uniti, è diventata sempre più organizzata e potente, sostituendosi ai cartelli colombiani nel controllo del traffico di cocaina verso gli USA ed evolvendosi in veri e propri cartelli della droga.

I cartelli colombiani sono stati relegati alla semplice produzione di cocaina, mentre quelli messicani, in particolare il Cartello del Golfo e quello di Sinaloa, hanno conquistato l’egemonia del narcotraffico in questa parte del pianeta fino a oggi, diventando alcune fra le più potenti organizzazioni criminali transnazionali presenti nel mondo. Essendo questo conflitto caratterizzato da livelli estremi di violenza e decine di migliaia di morti, in particolare negli ultimi anni, si vuole quindi provare a rispondere al seguente quesito; è la drug war messicana ancora classificabile come semplice lotta al narcotraffico e alla criminalità organizzata oppure va essa evolvendosi in una vera e propria guerra civile? La globalizzazione ha cambiato radicalmente la percezione della guerra e ha prodotto nuove forme di violenza organizzata; è quindi difficile classificare pienamente queste nuove forme di violenza. Se per guerra civile viene definito un conflitto interno ad un Paese combattuto fra fazioni militarizzate per motivi politici oppure fra una o più fazioni e lo Stato, allora si può analizzare la guerra della droga in Messico attraverso un’ottica di guerra civile, giacché i cartelli messicani assumono sempre più una forma politica ed una struttura militare, combattendosi fra loro e contro lo Stato. Se per definire un’escalation di violenza guerra civile è necessario raggiungere un determinato alto numero di vittime, civili e militari, allora anche in questo caso il Messico rappresenta un’analisi interessante, poiché decine di migliaia di persone negli ultimi anni hanno perso la vita a causa di questa drug war.

Per rispondere al quesito iniziale vi sono quindi diversi aspetti dell’attuale drug war messicana, i quali possono essere utilizzati come “indicatori” di una potenziale guerra civile. Un indicatore certo riguarda l’evoluzione dei cartelli della droga messicani, in particolare la loro militarizzazione, lo sviluppo come attori politici nella società messicana, e la parziale sovranità ed esercizio del monopolio della violenza che essi esercitano su diversi territori del paese. Un altro importante indicatore riguarda la particolare situazione in cui si trova lo Stato messicano, come la disintegrazione interna causata dall’enorme livello di corruzione che colpisce la maggior parte delle istituzioni locali ma in parte anche a livello nazionale, il massiccio intervento dell’esercito (incluse le forze speciali della marina) e di una sempre più militarizzata polizia federale in compiti solitamente affidati alle normali forze di polizia, collegate alle difficoltà delle autorità nell’esercitare il monopolio della violenza e la piena sovranità statale, caratterizzando il Messico sempre più come un failed state. Un altro importante indicatore è la drammatica escalation della violenza collegata all’altissimo livello di vittime, i cui numeri sono paragonabili a quelli di diversi conflitti armati e guerre civili in Africa, Medio Oriente e Asia.

Un ultimo importante indicatore, che caratterizza la maggior parte dei conflitti armati attuali, è l’aspetto internazionale e transnazionale di questa drug war, confermato non solo dalle attività transnazionali dei cartelli, ma anche dalle numerose vittime che essi provocano nei paesi confinanti, in particolar modo in Guatemala, ma anche negli Stati Uniti, e per ultimo, dal recente intervento di poliziotti e contractors statunitensi per contrastare il potere dei cartelli. Questi indicatori possono quindi meglio esprimere la vera natura della drug war messicana.

L’evoluzione dei cartelli della droga messicani rappresenta un primo indicatore fondamentale. Essi hanno raggiunto un livello di sviluppo senza paragoni, essendo non più solamente potenti organizzazioni criminali transnazionali, ma addirittura attori militari e politici. Dal punto di vista militare, i cartelli messicani hanno conosciuto un rapido processo di militarizzazione grazie a due aspetti fondamentali; la grande disponibilità di armi ed equipaggiamenti, resa possibile dalle enormi risorse finanziarie di cui dispongono, e l’arruolamento nelle proprie fila di diversi gruppi paramilitari, formati da ex-membri delle forze speciali messicane e guatemalteche. Il caso più eclatante fa riferimento al gruppo paramilitare dei Los Zetas, composto di disertori delle forze speciali messicane (a cui in seguito si sono aggiunti membri dei corpi d’élite del Guatemala, i famosi “Kaibiles”), che in passato ha offerto le sue prestazioni al Cartello del Golfo, proteggendo le sue attività di narcotraffico dagli altri cartelli messicani.

In seguito i Los Zetas, rendendosi conto delle proprie potenzialità, hanno deciso di intraprendere un’attività criminale propria, divenendo in breve tempo uno dei più potenti e spietati cartelli della droga messicani. Altri cartelli della droga si sono in seguito dotati di unità paramilitari per espandersi o difendere se stessi e le proprie attività dagli attacchi dei concorrenti o delle forze di sicurezza governative.

I cartelli messicani non dispongono però solamente di un forte potenziale militare, bensì anche di un grande potere politico, soprattutto a livello regionale. La nazione messicana è sempre stata caratterizzata da una forte regionalizzazione, dove i comandanti locali, così come l’identità del luogo, hanno sempre avuto un ruolo fondamentale. Lo Stato federale è quindi spesso incapace, anche a causa della sua inefficienza burocratica e corruzione, di guadagnare credibilità nei confronti della popolazione. I cartelli della droga hanno ampiamente approfittato di questa spaccatura sociale e politica, infiltrandosi pienamente nella debole e facilmente corruttibile amministrazione locale; tribunali, forze di polizia, municipi e altri tipi di istituzioni sono quindi spesso ampiamente corrotti dal potere dei cartelli, che utilizzano estorsioni e minacce di morte per ottenere la collaborazione di poliziotti e impiegati statali, quando non riescono a corrompere attraverso il denaro.

I cartelli messicani dimostrano quindi il proprio potere politico esercitando il monopolio della violenza, influenzando la politica locale a proprio piacimento e amministrando il territorio attraverso le corrotte entità statali; tutto questo principalmente per agevolare le proprie attività di narcotraffico e acquistare maggior potere. I cartelli vogliono difatti sfruttare la debolezza dello Stato per i propri interessi, ma non abbatterlo totalmente o sostituirlo, giacché le istituzioni, soprattutto a livello locale, sono fondamentali per la continuazione delle attività illegali.

Un secondo importante indicatore, caratteristico di gran parte delle guerre civili, è la mancanza di sovranità territoriale ed esercizio del monopolio della violenza da parte dello Stato su diverse regioni; elemento che contrassegna una situazione di guerra civile, in quanto le fazioni avverse controllano una o più parti del territorio nazionale. Diversi paesi dell’America latina sono contrassegnati da una grande e diffusa criminalità, che opera soprattutto nelle periferie degradate e nelle baraccopoli delle grandi città, dove le forze di polizia entrano raramente e mantengono l’ordine con grandi difficoltà. In Messico la situazione ha conosciuto uno stadio successivo. I cartelli della droga, anche grazie al loro potenziale militare, controllano alcune parti del territorio, giacché le polizie locali, essendo male addestrate, ancora peggio equipaggiate e facilmente corruttibili, non mostrano né la volontà né la capacità per contrastare l’egemonia della criminalità. Solo un massiccio intervento della polizia federale e dell’esercito può riportare a un temporaneo recupero della sovranità e dell’esercizio assoluto della violenza, che viene nuovamente a mancare appena militari e poliziotti federali si ritirano, non potendo logicamente dispiegarsi sull’intero territorio messicano.

Il massiccio dispiegamento di esercito e polizia federale, ma anche di forze speciali della marina, ha quindi essenzialmente due motivi; innanzitutto dimostrare alla popolazione che lo Stato federale è presente sul territorio e detiene ancora la sovranità territoriale e il monopolio della violenza, sebbene questo sia appunto molto discutibile. Il secondo motivo è proprio di natura strettamente militare; sebbene la guerra della droga messicana si presenti come un conflitto asimmetrico (come la maggior parte dei conflitti odierni), la forte sproporzione economica, tecnologica e militare tra le due parti avverse (in questo caso Stato federale e cartelli della droga) non è sempre data per scontata. Come già ricordato, diversi cartelli hanno a disposizione un rilevante potenziale militare, invidiabile a molte altre organizzazioni criminali, e possono schierare unità paramilitari ben equipaggiate e addestrate. Lo stesso non vale però per le forze governative, che solamente attraverso un massiccio impiego di esercito e polizia federale riescono a mantenere la superiorità militare e tecnologica. In Messico la situazione è diventata quindi particolarmente difficile, giacché lo Stato, per tentare di sconfiggere i cartelli, si vede costretto a schierare le sue risorse migliori, dimostrando ancor più la sua debolezza. Inoltre l’altissimo livello di corruzione delle entità statali incrementa maggiormente l’incapacità e la debolezza del governo nell’arginare il narcotraffico e i cartelli a esso affiliati ponendo anche la questione, se il governo sia veramente interessato a sradicare il narcotraffico e smantellare i cartelli.

Un terzo importante indicatore è l’escalation della violenza, la quale negli ultimi anni (in particolare dal 2006 a oggi), ha raggiunto livelli davvero drammatici. Le cifre più credibili riferiscono di 35.000 vittime dal 2006 a oggi. In Messico è difficile determinare un preciso numero di vittime, poiché in questo paese è molto diffusa anche una violenza criminale non sempre legata al narcotraffico, soprattutto nelle baraccopoli delle grandi città. La maggior parte delle vittime della violenza criminale è comunque provocata dalla guerra tra i diversi cartelli per il territorio e della loro reazione conseguita agli interventi militari dello Stato federale per arginare il narcotraffico. Le organizzazioni criminali messicane, combattendosi fra loro, provocano migliaia di morti, non solo tra i loro stessi membri, bensì anche fra la popolazione civile. Quando il governo, attraverso l’esercito e la polizia federale, interviene massicciamente contro un cartello, riuscendo ad arrestarne i membri più importanti e smantellandone l’organizzazione, segue altra violenza, in quanto altri cartelli vorranno occupare il vuoto lasciato, combattendosi ulteriormente fra loro e provocando altre vittime. Se lo Stato interviene “troppo” inoltre, i cartelli non si fanno scrupoli ad assassinare militari, poliziotti, politici, magistrati e giudici, anche attraverso l’utilizzo di autobombe, provocando così altri morti e violenza.

Particolare non è solamente l’alto numero di vittime, ma anche la brutalità del modus operandi dei cartelli. Specialmente i più giovani ed emergenti, come i Los Zetas e il cartello di Juarez, volendo dimostrare la propria forza attraverso una spietata strategia del terrore, contraddistinguono i propri omicidi con mutilazioni, decapitazioni, impiccagioni e addirittura massacri, esprimendo quindi un’efferata brutalità, tipica dei conflitti più violenti.

Un quarto e ultimo indicatore è l’aspetto internazionale e transnazionale del conflitto. Il fenomeno della globalizzazione ha permesso a terroristi, organizzazioni criminali, trafficanti di droga e alla stessa criminalità comune di espandersi notevolmente, approfittando delle facilitazioni che gli scambi interstatali hanno comportato. Il traffico criminale che per eccellenza è di natura transnazionale consiste appunto in quello delle sostanze stupefacenti, che colpisce pienamente la nazione messicana. Come già ricordato, per il Messico transita difatti la maggior parte della cocaina prodotta in Colombia, Perù e Bolivia e destinata agli Stati Uniti. La crescente produzione locale di eroina e marijuana, anch’essa principalmente destinata agli Stati Uniti, rappresenta un maggiore sviluppo del narcotraffico in questo paese.

Il narcotraffico non rappresenta l’unico elemento transnazionale e internazionale della drug war messicana. La stessa violenza dei cartelli ha varcato ampiamente i confini nazionali, espandendosi soprattutto in Guatemala, dove i cartelli messicani, appoggiandosi alla criminalità locale, hanno stabilito diverse basi logistiche e non esitano ad applicare la loro brutalità anche in questo paese, già poco stabile di per sé. In maniera minore la violenza e le attività illegali dei cartelli colpiscono sempre maggiormente anche lo stesso territorio statunitense, aumentando la pressione politica di Washington sul governo federale messicano. Questo fenomeno ha anche provocato un crescente invio di poliziotti federali statunitensi (in particolar modo della DEA), ma anche di contractors, in territorio messicano. La stessa violenza e minaccia dei cartelli messicani è quindi chiaramente diventata transnazionale e la lotta contro di essi sta diventando anch’essa sempre più internazionale.

La drug war messicana presenta quindi non pochi elementi che indicano uno stadio successivo di violenza organizzata, non riconducibili a una semplice lotta alla criminalità e al narcotraffico. L’alto numero di vittime, la brutalità del modus operandi dei cartelli, la loro evoluzione in attori politici e militari, così come il grande dispiegamento di forze militari da parte delle autorità federali, la mancanza di piena autorità e di esercizio del monopolio della violenza da parte dello Stato in non pochi territori del paese e per ultimo, l’espandersi della violenza oltre confine, mostrano chiaramente come questo sanguinoso conflitto dovuto al narcotraffico abbia da tempo superato il livello di una “semplice” lotta al narcotraffico e alla criminalità diffusa.

Il futuro del paese rimane incerto; il Presidente Felipe Calderón e la sua amministrazione non sono riusciti a fermare l’espandersi dei cartelli e del narcotraffico attraverso una dura soluzione militare, sebbene non pochi cartelli siano stati smantellati e diversi elementi criminali di spicco arrestati. La violenza é al contrario aumentata e si è espansa dalle sole regioni settentrionali all’intero territorio nazionale. Il Messico rappresenta un terreno di transito fondamentale del narcotraffico, e per trovare una soluzione alla drammatica situazione del paese, bisogna risolvere il problema alla radice, quindi al livello di produzione di cocaina in Bolivia, Perù e Colombia.

La sola soluzione militare contro i cartelli non è sufficiente, giacché il problema è ben più globale e complesso; anche smantellando i cartelli più potenti, altri occuperanno il loro posto o combatteranno per esso; la violenza quindi continuerà, se non aumenterà, in quanto la legge di questo mercato illegale attirerà continuamente nuove potenziali organizzazioni criminali, così come è successo quando furono smantellati i principali cartelli della droga colombiani negli anni Novanta.

Allo stesso tempo, l’altissimo livello di corruzione delle istituzioni, così come la grande miseria che colpisce la maggior parte della popolazione messicana, rappresentano e continueranno a rappresentare un enorme potenziale per le attività criminali. Lo Stato messicano sta quindi fallendo nella lotta al narcotraffico. Per risolvere un conflitto, quando non è sufficiente una soluzione militare, si tenta spesso la via diplomatica. È possibile che il Presidente Felipe Calderón, anche in vista delle prossime elezioni, tenti una via diplomatica con i cartelli della droga. Bisogna però chiedersi, se uno Stato, quando è costretto a dialogare con la criminalità organizzata per arginare il proprio fallimento, non sia di per sé già fallito.