20 APRILE 2018
Geopolitical Weekly n. 288
DI Giulio Nizzo

Mali

Lo scorso 14 aprile si è verificato un attacco ad una base militare a Timbuctu dove si trovavano stanziati militari ONU e soldati francesi, rispettivamente coinvolti nelle operazioni MINUSMA (Mission multidimensionnelle intégrée des Nations unies pour la stabilisation au Mali) e Barkhane, i cui obbiettivi sono di contribuire alla stabilizzazione delle turbolente regioni settentrionali del Paese e contrastare il terrorismo jihadista nella regione. Gli attentatori avrebbero inizialmente provato ad introdursi all’interno della base a bordo di due autovetture cariche di esplosivo e camuffati, rispettivamente, gli uni da militari dell’esercito regolare maliano e gli altri da caschi blu ONU. Dopo aver fatto esplodere uno dei veicoli ed aver aperto una breccia all’interno della base, un altro gruppo di miliziani jihadisti, sempre travestito da personale dell’esercito maliano e della missione MINUSMA, ha fatto irruzione nelle strutture militari.  Lo scontro sconto armato si è protratto per diverse ore prima che gli attentatori venissero neutralizzati anche grazie all’intervento dell’aereonautica militare francese. Il bilancio è di una vittima, un soldato ONU del Burkina Faso, mentre sarebbero una decina i feriti, fra cui anche diversi soldati francesi.

Nonostante non ci sia stata alcuna rivendicazione ufficiale, i principali sospetti ricadono sul Gruppo per il Supporto all’Islam e ai Musulmani (GSIM), ombrello terroristico che include diverse organizzazioni jihadiste del Sahara-Sahel, tra le quali al-Qaeda nel Maghreb Islamico (AQMI), il Fronte di Liberazione del Macina (FLM), al-Mourabitun e i Tuareg di Ansar al-Din. 

L’attentato, il più grave che abbia colpito Timbuctu, è stato caratterizzato da un livello di sofisticazione e preparazione sinora mai visto nell’omonima regione maliana.  Inoltre, per quanto rimanga una zona ad alto rischio, Timbuctu non è esposta ad attacchi terroristici quanto altre zone del Paese, a cominciare da Kidal. In questo senso, l’attacco di Timbuctu potrebbe rappresentare il segnale dell’ulteriore rafforzamento dei gruppi terroristici locali e la possibile infiltrazione delle realtà jihadiste presso la confederazione tribale tuareg di Timbuctu (Idnan), finora impermeabile al richiamo dell’eversione islamista.  

 

Siria

Nella notte tra il 13 e il 14 aprile gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e la Francia hanno lanciato un attacco missilistico contro tre obiettivi a Damasco e nella provincia di Homs, considerati tutti legati al sistema di produzione di armi chimiche del regime di Bashar al-Assad. Nello specifico, sono stati colpiti un centro scientifico di ricerca e sviluppo a Barzeh (pochi chilometri a nord della capitale) e due depositi di armi chimiche situati nei pressi di Homs, di cui uno con una struttura integrata di comando e controllo. L’azione militare è arrivata in risposta al bombardamento con presunte armi chimiche compiuto dal regime di Damasco lo scorso 7 aprile a Douma, nella periferia est della capitale.

L’attacco anglo-franco-americano è avvenuto al culmine di un’escalation di toni tra Washington e Mosca, principale alleata di Damasco. Mentre il Presidente americano Trump aveva più volte annunciato l’attacco, lasciando intendere di poter colpire anche le capacità militari del regime siriano nel loro complesso, il Cremlino aveva reagito ventilando la possibilità di attaccare gli assetti della coalizione che avrebbero preso parte ai raid. Di fatto, tale eventualità avrebbe costituito un inedito scontro militare diretto tra USA e Russia, con conseguenze difficilmente prevedibili.

Dunque, essendosi concentrato esclusivamente su strutture scientifiche e depositi del regime siriano, l’attacco lanciato dai tre Paesi occidentali rappresenta l’opzione più limitata e circoscritta a loro disposizione. Parallelamente, va rilevato che le minacce russe di rispondere all’attacco non si sono concretizzate, dal momento che il Cremlino non ha utilizzato i sistemi di difesa antiaerea di cui dispone nelle basi di Tartus e Latakia.

Nel complesso, quindi, le modalità con cui è stato condotto il raid sembrano suggerire che Washington e Mosca abbiano trovato una soluzione di compromesso che permetta a entrambi di non subire danni di immagine, né di rischiare una ulteriore e pericolosa escalation. Infine, va rilevato che l’attacco della coalizione, per la sua portata limitata, non ha il potenziale per incidere realmente sugli equilibri del conflitto siriano, né a livello militare, dal momento che l’iniziativa sul campo resta saldamente in mano alle forze lealiste, né tantomeno sul piano diplomatico, che continua a vedere come protagonisti Russia, Iran e Turchia (attraverso il formato negoziale di Astana) e a lasciare in secondo piano il processo guidato dall’ONU, in cui gli Stati Uniti hanno attualmente un ruolo.

 

Somalia

Lo scorso 16 aprile, gli Emirati Arabi Uniti (EAU) hanno formalmente annunciato l’interruzione del loro accordo di cooperazione militare con la Somalia. L’accordo, in vigore dal 2014, prevedeva che gli EAU provvedessero all’addestramento delle Forze Armate somale e che, allo stesso tempo, si impegnassero a pagarne gli stipendi. Il governo somalo aveva per primo annunciato la fine dell’accordo pochi giorni prima, anche a seguito dell’incidente diplomatico causato dal sequestro di un aereo proveniente da Dubai, insieme con il suo carico di 9,6 milioni di dollari, nell’aeroporto di Mogadiscio. Il carico sarebbe stato destinato, stando alle autorità degli Emirati, proprio al pagamento degli stipendi dei soldati somali.

L’incidente ha sottolineato la costante crescita di tensioni tra Abu Dhabi e Mogadiscio avvenuta negli ultimi anni. Ne è un esempio il recente accordo per il porto strategico di Berbera, annunciato nel 2016 e i cui lavori di espansione inizieranno quest’anno, che ne divide le quote di partecipazione fra l’operatore portuale di Dubai DP World e i governi di Somaliland (regione autonoma nel nord della Somalia) ed Etiopia. Il supporto fornito dagli EAU al Somaliland è stato percepito da Mogadiscio come un pericoloso assist alle aspirazioni indipendentiste della regione.

La rottura dell’accordo militare fra i due Stati e il progressivo raffreddamento delle relazioni bilaterali potrebbe permettere ad attori quali Qatar e Turchia di approfittare del vuoto lasciato dagli EAU e ritagliarsi un maggiore spazio di influenza. Infatti, tanto Doha quanto Ankara hanno recentemente moltiplicato le loro attenzioni verso la Somalia. In particolare, la Turchia ha rafforzato in modo consistente il suo impegno attraverso diversi accordi di cooperazione militare e allo sviluppo.

 

Turchia

Lo scorso 18 aprile, il Presidente turco Recep Tayyip Erdoğan ha annunciato che le elezioni legislative e presidenziali, inizialmente previste per novembre 2019, saranno anticipate di un anno e mezzo e si terranno il prossimo 24 giugno. La tornata elettorale rappresenta un tornate decisivo nella storia della Turchia contemporanea, dal momento che in tale occasione entrerà definitivamente in vigore la profonda modifica dell’assetto dello Stato in direzione di un presidenzialismo forte, voluta dal partito del Presidente, l’AKP (Adalet ve Kalkınma Partisi, Partito per la Giustizia e lo Sviluppo), insieme ai nazionalisti del MHP (Milliyetçi Hareket Partisi, Partito del Movimento Nazionalista) di Devlet Bahçeli. La riforma della Costituzione, che permetterà al Presidente di esercitare un ampio controllo sia sull’Esecutivo che sui poteri legislativo e giudiziario, è stata approvata nel referendum di aprile 2017 con una maggioranza risicata di appena il 51%.

Proprio la compatta opposizione di quasi metà dell’elettorato turco al presidenzialismo e il timore di una lenta ma progressiva perdita di consenso possono essere indicati come i motivi principali che hanno indotto il Presidente a ricorrere al voto anticipato. Per un partito come l’AKP, che ha sempre imperniato la sua ricerca di consensi sulla promessa di un miglioramento dell’economia, l’attuale difficile congiuntura potrebbe tradursi in una perdita di voti anche tra quelle fasce dell’elettorato che finora hanno sempre accordato la loro preferenza a Erdoğan. Infatti, negli ultimi mesi la lira turca si è pesantemente svalutata e i principali indicatori segnalano un preoccupante rallentamento della crescita.

Inoltre, anticipare il voto consente all’AKP di evitare il possibile logoramento che deriverebbe dalle elezioni municipali del prossimo marzo, nelle quali i principali partiti di opposizione potrebbero ottenere buoni risultati. Infine, anticipando il voto al prossimo giugno, Erdoğan cerca di limitare l’impatto elettorale della sua principale oppositrice, Meral Akşener dell’İyi Parti (Partito del Bene), che in appena due mesi di campagna elettorale si trova a dover organizzare sul territorio il giovane partito e cercare di stringere alleanze elettorali con i social-democratici del CHP (Cumhuriyet Halk Partisi, Partito Popolare Repubblicano).