21 FEBBRAIO 2018
Le conseguenze dell'abbattimento del caccia F-16 israeliano da parte della Siria
DI Lorenzo Marinone

Lo scorso 10 febbraio, per la prima volta dallo scoppio del conflitto siriano, la difesa aerea di Damasco è riuscita ad abbattere un caccia F-16 israeliano che stava compiendo un raid in Siria in risposta allo sconfinamento di un drone di fattura iraniana, che era stato intercettato poco prima nello spazio aereo del Golan. Fin da gennaio 2013, Israele ha compiuto decine di operazioni aeree in Siria, allo scopo di colpire obiettivi di Hezbollah e dell’Iran tra cui convogli di rifornimenti diretti verso il Libano, depositi nell’aeroporto Mezzeh di Damasco, altre infrastrutture militari che, secondo l’intelligence di Tel Aviv, erano nella disponibilità dei Pasdaran iraniani e dei miliziani del Partito di Dio e, soprattutto, ha iniziato anche a colpire la nascente struttura iraniana di produzione di armi in territorio siriano. In linea con le operazioni precedenti, l’ultimo raid è stato indirizzato contro la base aerea T4 di Tiyas, vicino a Palmira, da dove era partito il drone. Rispetto al passato, però, in questa occasione la contraerea siriana non solo è entrata in azione, ma ha dato una risposta molto più massiccia lanciando contemporaneamente 20 missili contraerei di varia tipologia. L’abbattimento del caccia israeliano ha indotto Tel Aviv a un’azione di rappresaglia durante la quale sono stati colpite almeno tre batterie della difesa aerea di Damasco e altre quattro strutture di comando e controllo utilizzate dall’Iran. Benché limitata, la reazione israeliana ha rischiato di dare il via a una pericolosa escalation e trasformare lo strisciante confronto con Hezbollah e l’Iran in un conflitto aperto.

 

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