16 FEBBRAIO 2018
Geopolitical Weekly n. 280
DI Lorenzo Nardi

Corea del Nord

Lo scorso 10 febbraio, in occasione dell’inaugurazione dei giochi olimpici invernali di Pyeongchang, una delegazione nordcoreana ha incontrato il presidente sudcoreano Moon Jae-in. La delegazione nordcoreana, era guidata da Kim Yong-nam, Presidente del Parlamento nordcoreano (Assemblea Suprema del Popolo), e da Kim Yo-Jong, sorella del leader nordcoreano, Kim Jong-un. L’attenzione dei media è ricaduta specialmente sulla giovane donna, consigliere del leader nordcoreano nonché responsabile delle attività di propaganda all’interno del Paese. L’alto livello della delegazione è sembrato mettere in luce la volontà del regime di Pyongyang di lanciare un messaggio positivo nei confronti del proprio vicino. Tale ipotesi sembrerebbe essere confermata anche dal fatto che fonti governative sudcoreane avrebbero riferito che il presidente Moon sarebbe stato invitato a Pyongyang per un incontro ufficiale con Kim Jong-un. Tale summit, sarebbe il primo tra le due Coree dal lontano 2007. Il presidente Moon è sempre stato a favore di una riconciliazione con i vicini nordcoreani, e l’incontro pre-olimpiadi potrebbe aprire ad uno sviluppo diplomatico per risolvere la crisi legata al programma nucleare della Corea del Nord. I ripetuti test balistici e nucleari effettuati dal regime nordcoreano nel corso degli ultimi due anni, infatti, hanno fortemente deteriorato le relazioni con la Comunità Internazionali. Il messaggio di distensione lanciato in occasione delle olimpiadi potrebbe ora rappresentare un’apertura da parte di Pyongyang alla possibilità di vagliare una strada diplomatica per rimediare allo stallo in corso.  Nonostante tale eventualità potrebbe permettere di uscire dall’attuale impasse, tuttavia la riapertura del dialogo con Pyongyang potrebbe rappresentare una sfida politica per il Presidente Moon. Il leader sudcoreano, infatti, si troverebbe a dover bilanciare l’interesse di portare avanti la distensione con il problematico vicino con il rischio di esporre la propria Amministrazione alle critiche dell’opposizione interna e dell’alleato statunitense. In un momento in cui la Casa Bianca di Trump sembra aver rallentato sull’ipotesi di un’azione muscolare contro Pyongyang, la gestione di un eventuale dialogo con la Corea del Nord potrebbe diventare l’ago della bilancia per scongiurare una brusca ripresa delle tensioni all’interno dell’area.

 

Siria

Per la prima volta dallo scoppio del conflitto in Siria, la contraerea di Damasco ha abbattuto un F-16 israeliano. L’episodio si è verificato lo scorso 10 febbraio, quando un drone iraniano è stato intercettato dall’Aeronautica di Tel Aviv dopo aver sconfinato nello spazio aereo del Golan. In risposta, Israele ha lanciato un raid aereo contro la base aerea T4 di Tiyas, situata nei pressi della città siriana di Palmira, da dove era decollato il drone e dove erano localizzate le strutture di comando e controllo gestite dai Pasdaran iraniani. Di ritorno dalla missione, uno dei caccia israeliani è stato però abbattuto dalla contraerea siriana, che ha effettuato un massiccio fuoco di sbarramento utilizzando anche il sistema missilistico anti-aereo S-200. Per rappresaglia, Tel Aviv ha sferrato nuovi attacchi aerei colpendo almeno 3 batterie antiaeree e 4 basi militari utilizzate dall’Iran e dagli Hezbollah libanesi.

Negli ultimi anni, a fronte del progressivo rafforzamento del Partito di Dio e dell’espansione dell’influenza iraniana in Siria, Israele ha compiuto decine di raid nel Paese, colpendo convogli di rifornimenti indirizzati a Hezbollah, depositi di armamenti e altre strutture militari. Infatti, la priorità di Tel Aviv è contenere il rafforzamento dei rivali a ridosso dei suoi confini senza, tuttavia, farsi trascinare all’interno del conflitto siriano. In ciò lo Stato ebraico è stato agevolato sia dal tacito assenso della Russia, sia dalla mancata risposta della contraerea siriana. L’abbattimento dell’F-16 segnala quindi una netta inversione di tendenza. Tuttavia, nessuna delle parti sembra disposta a dare il via a un confronto diretto e prolungato. Se per Israele ciò significherebbe entrare a tutti gli effetti nella guerra in Siria, per l’Iran e Hezbollah la priorità attuale sembra essere quella di consolidare la propria presenza nel Paese. Ad ogni modo, l’episodio del 10 febbraio non può che moltiplicare il rischio che, nel prossimo futuro, il ripetersi di incidenti simili inneschi un’escalation dagli esiti imprevedibili.

 

Sudafrica

Lo scorso 15 febbraio, l’Assemblea Nazionale ha eletto Cyril Ramaphosa come nuovo Capo dello Stato a distanza di due giorni dalle dimissioni del Presidente Jacob Zuma. L’elezione di Ramaphosa pone fine alla lunga crisi istituzionale che da oltre un anno imperversava nel Paese. Infatti, Jacob Zuma, al potere dal 2009, era da tempo bersaglio di forti critiche politiche a causa dei numerosi scandali di corruzione, nepotismo e abuso d’ufficio ed aveva perso il sostegno delle istituzioni, dell’elettorato e addirittura del suo stesso partito, l’ANC (African National Congress), come testimoniato dalla mancata elezione alla segreteria generale del candidato da lui sostenuto, nello specifico Nkosazana Dlamini-Zuma, una delle sue molte ex mogli. La carica di guida dell’ANC, partito di potere e artefice della fine del regime di apartheid, è stata assunta proprio da Ramaphosa, spianandogli così la strada alla Presidenza. Ramaphosa, leader del gruppo imprenditoriale Shanduka vanta una lunga esperienza istituzionale e un prestigioso passato di lotta anti-segregazionista. Generalmente, viene considerato di orientamento liberale e liberista, incline alla riduzione della spesa pubblica e all’adozione di misure di stimolo per la crescita economica. Un simile programma, da lui ritenuto necessario per rilanciare la competitività del Paese, potrebbe scontrarsi con gli orientamenti politici di una vasta maggioranza dell’elettorato di colore sudafricano, tradizionalmente incline a supportare il massiccio intervento statale nell’economia e l’adozione di vasti programmi sociali e di welfare. Parallelamente all’elezione di Ramaphosa e alle dimissioni di Zuma, la polizia sudafricana ha emesso un ordine d’arresto per Ajay Gupta, proprietario dell’omonimo gruppo industrial-finanziario nonché uno dei più fedeli alleati dell’ex Presidente. Tale misura cautelare è collegata alle indagini su Zuma e potrebbe rappresentare un colpo durissimo per il suo sistema di potere.