07 FEBBRAIO 2018
Visegrád: l’anima sovranista d’Europa
DI Paolo Crippa

Il 25 gennaio, rivolgendosi alla platea del vertice del World Economic Forum di Davos, il Presidente Francese Emmanuel Macron ha manifestamente espresso la necessità, da parte dei Paesi più sviluppati e ambiziosi dell’Unione Europea, di muoversi verso una cooperazione rafforzata, tanto economica quanto di governance. Macron ha sottolineato come questo processo non possa e non debba seguire le modalità consuete, attendendo che tutti 27 i membri dell’Unione validino all’unanimità la proposta di creare un’Europa “a più velocità”. Se da un lato questa ipotesi, che ha sinora incontrato il consenso di Italia e Germania, potrebbe rivelarsi efficace nel portare l’Unione Europea fuori dall’attuale immobilismo e da una crisi d’identità che perdura da diversi anni, dall’altro rischia di acuire le profonde divisioni già presenti all’interno di un’Unione intrinsecamente disomogenea.

Ad oggi, sono due le grandi linee di frattura che percorrono l’Europa. Se da una parte la prima faglia, che si dipana lungo un asse Nord-Sud, vede i Paesi mediterranei contrapporsi, in materia di politica economica, alle misure di austerity propinate dai Paesi centro-settentrionali guidati dalla Germania, dall’altra, la recente crisi migratoria, nonché il dibattito intorno all’equa redistribuzione delle quote di migranti e l’ipotetica revisione della Convenzione di Dublino, che dal 1997 regola i diritti dei richiedenti asilo, hanno fatto emergere un’ulteriore frattura, che vede i Paesi del Gruppo di Visegrád – V4 (Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia) allontanarsi sempre più dal cuore dell’Europa. In questo caso l’elemento dirimente è ben più sottile e problematico, trattandosi della messa in discussione dei valori cardinali posti a fondamento del sogno comunitario. L’atteggiamento di aperta sfida nei confronti delle istituzioni di Bruxelles da parte dei principali leader politici dei V4, getta dunque pesanti interrogativi su una possibile incompatibilità di fondo tra il sostrato etico-culturale di questi Stati-membro e il futuro del progetto europeo.  A fronte di un’espansione senza posa delle istanze nazionaliste ed euroscettiche all’interno di questi Paesi, un’Europa sempre più percepita come centralista, incline a fare dei suoi territori periferici sempre più degli spettatori, piuttosto che protagonisti, del proprio processo di integrazione, non può che dare adito a pericolosi movimenti centrifughi. Compito della prossima Commissione Europea dovrà pertanto essere quello, a partire dal 2019, non soltanto di monitorare la conformità dell’attività legislativa polacca, ungherese o ceca con il diritto comunitario, ma piuttosto quello di rilanciare l’inclusione di tali Paesi, cercando di comprendere le perplessità e le ragioni che rendono Bruxelles un partner non più capace di attrazione. Il rischio da non sottovalutare è quello infatti che, a fronte di una perpetrata noncuranza da parte della politica comunitaria, si vada a consolidare un blocco geopolitico orientale, capace non solo di ambizioni politiche, ma anche di proiettare una pericolosa influenza regionale.

L’Ungheria di Victor Orbán è stato il primo Paese europeo a sdoganare un modello di società in evidente contrasto con i valori liberali e democratici della tradizione europea. Orbán è stato originariamente uno dei fautori della democratizzazione dell’Ungheria, battendosi per promuovere le libertà economiche e civili in un Paese che, più di altri, aveva conosciuto il giogo di un regime autoritario. Oggi le sue riforme, che si sono concentrate con successo nell’intento di accentrare più poteri nelle mani dell’esecutivo, decostruendo il sistema costituzionale di check and balances, non passano solamente per l’assoggettamento del potere giudiziario al potere politico, ma contemplano anche una serie di strette sui diritti civili, la promozione del lavoro pubblico coatto, la nazionalizzazione del sistema pensionistico e di importanti settori dell’economia, nonché diverse campagne di diffamazione contro i principali avversari politici (in primis il finanziere ebreo George Soros). L’attuale composizione del Parlamento di Budapest, che vede Victor Orbán controllare di fatto i due terzi dei seggi, unita alla forte legittimazione popolare attribuita all’attuale classe politica, non fanno intravedere all’orizzonte, per lo meno nel breve-medio termine, la possibilità per l’Ungheria di muoversi verso una maggiore democratizzazione del proprio assetto istituzionale. A fronte di un’evidente deriva reazionaria e per certi versi oscurantista intrapresa dal governo, sorprende la titubanza della Commissione Europea nei confronti di Budapest. L’applicazione dell’art.7 del Trattato di Lisbona, che prevede la sospensione del diritto di voto all’interno del Consiglio Europeo a fronte di palesi infrazioni del diritto comunitario, nonostante un voto preliminare e numerosi ammonimenti, non è stata infatti ancora deliberata.  Se da una parte è forte il timore che tale mossa politica possa che portare sempre più lontano il popolo ungherese dall’orbita di Bruxelles, dall’altra le ragioni di tanta irresolutezza vanno ricercate nelle dinamiche interne alle famiglie politiche europee. Victor Orbán gode infatti di un peso significativo all’interno del Partito Popolare Europeo (EPP), soprattutto in luce dei solidi rapporti lo legano a doppio filo  a influenti deputati della Unione Cristiano-Democratica (CDU) tedesca. La permanenza di Fidesz all’interno del PPE, che attualmente esprime le tre cariche più alte dell’Unione Europea, a discapito dell’adesione a famiglie più marcatamente eurscettiche come per esempio i Conservatori e Riformisti Europei (ECGR), consente alla piattaforma di Orbán di perseguire con più efficacia l’interesse nazionale, permettendogli di esercitare un peso consistente all’interno delle commissioni più rilevanti. Se l’opinione pubblica ungherese ha ripetutamente premiato l’attuale leadership politica, senza venir turbata dai continui richiami di Bruxelles, è stato anche grazie a una serie di radicali, quanto efficaci, riforme economiche e investimenti infrastrutturali voluti da Orbán, che hanno consentito all’Ungheria di crescere a ritmi tra i più alti d’Europa. Solo nel 2017 il PIL ungherese ha registrato un tasso di crescita del 3.7%. Forte dei propri successi domestici, Budapest ha iniziato da tempo a sdoganare una narrazione nazionale secondo la quale il modello ungherese, economico, culturale e valoriale, costruito autonomamente a dispetto delle indicazioni di Bruxelles, risulta vincente rispetto alle vecchie democrazie liberali, afflitte da problemi endogeni insanabili, nonché da una forte crisi di identità. Non stupisce dunque che, nel fare ciò, l’Ungheria di Orbán guardi alla Russia di Putin come ad un Paese profondamente affine a cui ispirarsi. L’amicizia personale tra Orbán e il Presidente russo, l’accordo di adesione al Turkish Stream siglato con Gazprom, nonché l’espansione dell’impianto nucleare di Paks finanziato interamente da Rosatom, sono tutti esempi di come, per la prima volta, uno Stato-membro dell’Unione Europa guardi prima a Mosca, e non a Bruxelles, nella ricerca di un partner strategico.

Nel segno di un profonda e rafforzata sintonia tra i due Paesi, Orbán ha recentemente annunciato la disponibilità, da parte dell’Ungheria, a porre il veto sull’eventuale applicazione dell’art.7 nei confronti di un altro Paese del Gruppo di Visegrád, la Polonia, che si trova a giustificare una palese violazione del diritto europeo. La Polonia, come dimostra l’enorme manifestazione nazionalista tenutasi a Varsavia nel mese di novembre in occasione del Giorno dell’Indipendenza, presenta anch’essa grandi affinità politiche con l’Ungheria. Si tratta infatti di due Paesi sostanzialmente etnicamente omogenei, dove la retorica nazionalista e i retaggi dei valori cristiani tradizionali sono ancora molto forti. Parallelamente all’Ungheria, anche la leadership polacca è riuscita a portare avanti una serie di riforme volte a minare l’indipendenza degli organi giudiziari e a rafforzare il potere esecutivo. La difficoltà, da parte dell’Unione Europa, nel fronteggiare retoricamente l’ascesa dell’euroscetticismo, sta proprio nella constatazione che, grazie ad una classe politica fortemente legittimata, riforme economiche oculate e politiche securitarie efficaci, la Polonia è riuscita a dare vita ad una società florida all’interno del proprio isolamento, proprio mentre i principali Paesi europei erano ancora afflitti da una pesante crisi economica, migratoria e identitaria.

Il Gruppo di Visegrad, che originariamente si era costituito come un’alleanza volta a facilitare l’ingresso dei suoi quattro membri all’interno dell’Unione Europea, oggi rischia di cementarsi in un blocco regionale distinto, capace di esercitare un forte ascendente  sulle dinamiche europee, in vista di una maggiore integrazione. L’Europa, pertanto, deve opporsi ad ogni tentativo interno ed esterno di consolidare tale alleanza con tutte le armi politiche e retoriche in suo possesso. Se è vero da un lato che tutti e quattro i Paesi si trovino in profonda sintonia nella volontà di riaffermare il ruolo delle frontiere, di non cedere ulteriore sovranità e di difendere le radici cristiane dal multiculturalismo, dall’altro all’interno dei V4 convinono anime e sensibilità piuttosto eterogenee. Nonostante le ultime elezioni presidenziali abbiano confermato Milos Zeman, euroscettico, anti-immigrazione e filorusso, alla carica di Presidente della Repubblica, La Cechia, assieme alla Slovacchia, rappresentano la parte più “moderata” del Gruppo di Visegrád. Se Praga guarda a occidente a fronte dei profondi legami culturali e commerciali che la legano alla storia mitteleuropea, Bratislava è avvinta a doppio filo con Bruxelles da un laccio ben più forte: l’adozione della moneta unica. Proprio in luce di tali peculiarità, l’Europa dovrebbe perseguire una visione strategica volta a calamitare l’ex-Cecoslovacchia sempre più all’interno della propria orbita, onde evitare il consolidarsi di un blocco ideologico, prima ancora che regionale.  Nel fare ciò importante attenzione dovrà essere dedicata ai rapporti con l’attuale Primo Ministro ceco Andrej Babiš che, dal momento che è riuscito ad interpretare le istanze populiste del proprio Paese in chiave non euroscettica, può rivelarsi per Bruxelles un prezioso interlocutore. Tuttavia, l’avvicinarsi di un ulteriore attore come l’Austria alla compagine ideologica del forum est-europeo, potrebbe conferirgli ulteriore slancio. Nonostante le puntuali smentite, il nuovo governo austriaco guidato da Sebastian Kurz, sostenuto dai voti del partito nazionalista ed euroscettico FPÖ, condivide un terreno comune con i vicini Paesi orientali per quanto riguarda molti dei temi più ciritici dell’attualità. Non solo Vienna si è opposta duramente all’implementazione delle quote di migranti, ma, per bocca del proprio Cancelliere, si è mostrata persino possibilista nei confronti della Russia, auspicando un parziale ritiro delle sanzioni e l’attuazione degli accordi di Minsk relativi alla guerra civile ucraina. La presidenza austriaca del Consiglio Europeo nella seconda metà del 2018, subito dopo il seggio della Bulgaria, con molta probabilità perseguirà, volutamente o collateralmente, un’agenda in sintonia con il Gruppo Visegrád. C’è da aspettarsi, ad esempio, che la riforma della Convenzione di Dublino venga inserita come ultima tra le priorità.

Al fine di tracciare alcuni punti essenziali per una strategia dell’Unione Europea finalizzata a risolvere il nodo Visegrad, occorre partire dall’amara constatazione che i Paesi del Gruppo di Visegrád non condividono buona parte dei valori fondamentali dell’UE. Ciononostante, la loro inclusione politica all’interno delle istituzioni comunitarie rappresenta un’ineludibile necessità, soprattutto in un momento storico in cui la Russia si affaccia sull’Europa con inconsueta assertività. Pertanto, calcare la mano sulle istanze etico-giuridiche rischia di accentuare ulteriormente le distanze. Occorre tenere conto del fatto che diverse società presentano livelli di sviluppo e tempistiche diversi. Basti pensare ad esempio che, a metà degli anni 70, mentre in Francia il Presidente Valery Giscard D’Estaing e il Ministro della Sanità Simone Veil conducevano una dura battaglia parlamentare per un ampiamento delle libertà civili, l’Ungheria era ancora una Repubblica Popolare saldamente ancorata al Patto di Varsavia. Oggi Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia guardano a Ovest come a un mondo in declino: afflitte da problemi economici decennali, flussi migratori e crisi identitarie, le democrazie che hanno fondato l’Unione Europea non esercitano più l’attrattività che esercitavano nei primi anni duemila. La chiusura delle frontiere, il mantenimento della sovranità monetaria e l’afflato nazionalista costituiscono in questo senso una reazione, per quanto egoistica e non lungimirante, proporzionata e razionale. A fronte di ciò occorre rimarcare, non solo retoricamente, la convenienza (economica, sociale, securitaria) a partecipare al progetto europeo. Occorre offrire ai Paesi orientali una direzione comune, un progetto di sviluppo, di sicurezza, di innovazione, che li veda al centro e che gli altri attori regionali non siano in grado di offrire. La prossima leadership europea dovrà nondimeno ricordare con inflessibile vigore il fatto che i contributi economici e il supporto politico forniti negli anni da Bruxelles sono stati indispensabili per portare questi Paesi dalla stagnazione del socialismo reale agli attuali livelli di benessere.

La perpetrata illusione che lo sviluppo economico sia stato guidato da dinamiche puramente autoctone è una ricostruzione assolutamente strumentale e tendenziosa. Soltanto la Polonia, nel periodo che va dal 2004 al 2014, ha ricevuto fondi europei destinati a riforme strutturali per un ammontare di 109 miliardi di euro. Non solo, proprio in questo momento, gran parte della crescita del suo export è dovuta ad un aumento della domanda di beni da parte della Germania, che assorbe il 27% delle esportazioni polacche. Ciò non sarebbe ovviamente possibile senza le facilitazioni del mercato unico e dell’unione doganale. Inoltre, per citare un altro esempio, basti pensare che Polonia e Ungheria figurano tra gli Stati europei hanno ricevuto in assoluto più fondi dalla PAC (la Politica Agricola Comune), finalizzata a mantenere competitivi i loro settori agricoli.

Se da un lato non è possibile costringere i Paesi del Gruppo di Visegrád, la cui storia e cultura ha seguito un percorso diverso e distante rispetto a quello di moltri altri Stati-membro, a snaturare le proprie istituzioni e la propria società senza il consenso popolare, dall’altro non è altrettanto possibile godere dei vantaggi del mercato unico senza condividere i valori dell’Unione Europea. Se, nel 2004, all’epoca dell’allargamento a Est, i considerevoli vantaggi offerti dall’ingresso nell’Unione avevano convinto i Paesi ex-comunisti ad adeguarsi celermente agli standard democratici, economici e giuridici imposti da Bruxelles, oggi tali benefici appaiono non più così  evidenti. Se l’Europa, in un arco temporale approssivamente lungo qunto la prossima legislatura, non tornerà ad essere un partner vivace, visionario e attento alle esigenze dei suoi membri orientali, a poco serviranno i ricatti economici e le procedure d’infrazione.